Maledetta fabbrica: da una caduta di quindici metri non ti salvi

Maledetta FabbricaLuglio 2000

Salgo la scala esterna che porta alla sala macchine. Dovrei sbrigarmi, non lo faccio. So che là in alto c’è un dramma, ma non mi affretto. C’è parecchia gente, è così grande che potrebbe starci un campo da calcio. Ci sono turbine e tubature, valvole e altri macchinari. Gli altri giorni questo luogo è invaso dai piccioni e dal rumore assordante delle apparecchiature. Ora le turbine sono spente da qualche settimana. Lavori di manutenzione.

Degli ingegneri dall’aria grave discutono. Dei pompieri portano fuori del materiale. I miei colleghi hanno i tratti tirati, addirittura sfatti. C’è anche la Samu, tre infermieri che si danno da fare. E infine c’è questo tizio, sul cemento, allungato. È là, nudo, gli hanno tolto i vestiti perché non abbia più intralci. La sua testa è insanguinata e si vede anche il suo sesso. Sì, è questo che vediamo. La sua testa rossa di sangue e il suo pene che penzola, miseramente.

Non è morto, vediamo il suo petto che si solleva, violentemente, convulsamente, a spasmi, come se cercasse dell’aria che non arriva abbastanza in fretta. Un’infermiera, bionda e piuttosto carina, poco importa…, un’infermiera dunque prende il braccio del ferito e gli fa un’iniezione. È là, steso sul cemento. Ha fatto una caduta di quindici metri, è senza speranza. Lavorava sul tetto e ha sfondato la vetrata. Se si alzano gli occhi, si vede il buco che ha provocato cadendo. Non ce lo spieghiamo, non aveva niente da fare lassù e non aveva i dispositivi di sicurezza. Il suo collega, quello che era con lui, non ci capisce nulla. È pallido, quasi verde.

Quello che so è che questo incidente lo sentivo nell’aria da qualche giorno. Dei lavori che durano troppo, almeno il doppio del tempo previsto, le pressioni del capo, la fatica causata dalle troppe ore trascorse in fabbrica… E poi è luglio, può essere che gli avessero chiesto di rinviare le ferie perché c’era troppo da fare e non volevano più assumere. Non è stato il caso, ci sono dei perché.

I pompieri trasportano la barella, hanno preparato anche un sacco di plastica. Uno di loro asciuga il volto del ferito, con tutto questo sangue non riesco a ricono-
scerlo. Nemmeno ripulito so chi è. Forse avevo parlato con lei poco prima. So solo che lavora per una ditta che fa interventi di manutenzione nella nostra fabbrica.
Uno dei pompieri mostra ai miei colleghi come fare per sollevare il ferito e posarlo sulla barella. Pascal e Bernard seguono le indicazioni del pompiere. Io sono solo uno spettatore, un guardone forse, di fronte alla vita che se ne va.

Il ferito è trasportato lentamente fino all’ambulanza, mentre l’infermiere gli sorregge la flebo. È complicato scendere le scale mantenendo la barella orizzontale, ma i portantini ce la fanno. È immediatamente condotto al Centro ospedaliero universitario. Vorremmo che ce la facesse, anche se sappiamo (quindici metri e il cemento) che ha poche possibilità. Morirà tra poche ore.


Maledetta Fabbrica cura di Simona Mammano. Di Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli, Pierre Levaray, Valerio Varesi
Collana Senza Finzione
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-128-3

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