Nubi: il vulcano, la letteratura di Matthew Shiel e le parole che filtrano
In questi giorni. D’attesa che la grande nube abbia del tutto finito di attraversare anche il cielo sopra le nostre teste, coprendo di nuovo grigio il grigio pallore delle ultime albe. In attesa della grande nube in viaggio dal vulcano dei ghiacci d’Islanda. Eyjafjallajokull.
Nome impronunciabile. Come impronunciabile sembra un pensiero. Soffocato dal chiasso delle voci sugli intralci che la nube porta alla nostra vita quotidiana, di passeggeri che hanno perso il volo. Nevrosi dell’oggi… Ma forse il cammino più lento, appena più umano, di distanze da percorrere aderenti alla terra, apre alla mente spazi dove quel pensiero impronunciabile rischia di insinuarsi.
Il pensiero di tempi e strade, forse disegni, altri. Lontani e indifferenti al nostro agitarsi quotidiano. Narrazioni di percorsi apocalittici. Scenari da secolo ultimo, anche se a secolo appena appena iniziato. Ma anche grandi, o piccole catastrofi, che uccidendo il vecchio, aprono il terreno a nuove fertilità. Come quella che pure dalla cenere nasce. E viene in mente una narrazione, che questi pensieri ha tradotto in grande romanzo. La nube purpurea, dello scrittore di origine irlandese Matthew Shiel.
Shiel racconta di un viaggio attraverso la terra affollata di morti e relitti, dopo il passaggio di una grande nube. Che ha steso sul mondo un velo pupureo, dal sottile profumo di fiori di pesco e di mandorle amare. Imbalsamandola così, la nostra terra, in visioni terribili e struggenti di un’umanità distrutta. I romanzi, si sa, sanno spesso raccontare, e prevedere a volte, la vita del mondo meglio di qualsiasi cronaca. Shiel sembra avere avuto la capacità di inquietanti veggenze. L’introduzione a una vecchia edizione della Nube purpurea, ricorda che un precedente racconto parlava di una feroce setta poliziesca che aveva l’obiettivo di sterminare i deboli, la setta degli S.S. Parola di Shiel, che quel racconto “inventò” nel 1895. Senza sapere, ma sapendo, che sul secolo allora prossimo a venire, avrebbero marciato gli squadroni delle S.S.
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Il poeta e il Cavaliere: tempesta su Palazzo Vecchio
Erano giorni di fuoco, quelli di maggio del 2008, per Palazzo Vecchio. Fuoco vero, nemico e amico, centrava in pieno il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, e i suoi assessori. L’intera giunta era rinchiusa nello storico palazzo comunale di piazza della Signoria, nel tentativo di schivare i colpi che arrivavano da ogni parte. I giornali, anche quelli di sinistra, non risparmiavano accuse alla giunta guidata dal sindaco del Pd. Riesumavano contrasti che sembravano ormai sepolti dal tempo, riproponevano polemiche imbarazzanti che avevano coinvolto il sindaco e qualche suo assessore, ricordavano provvedimenti discutibili e assai discussi dalla città intera, e soprattutto continuavano a scavare nell’affaire immobiliare sul quale indagava la procura e che stava minando la credibilità e la stessa fondatezza dell’intera giunta comunale.
Da nove anni Leonardo Domenici era sindaco di Firenze. Eletto la prima volta il 13 giugno 1999 alla guida di una coalizione di centrosinistra, era stato riconfermato il 27 giugno 2004 ottenendo il 66 per cento dei suffragi. Durante il secondo mandato, qualcuno aveva cominciato a chiamarlo “Leonardo il Magnifico”. Fin da giovanissimo sembrava destinato a un sicuro successo. Studente modello, elegante, brillante, aveva scelto studi filosofici, e dopo la laurea in Filosofia morale, l’impegno politico. A sinistra, con i comunisti. Aveva debuttato a 21 anni come dirigente della Federazione giovanile del partito e quell’esperienza lo aveva appassionato. Segretario della Federazione del Pds di Firenze e poi consigliere comunale, nel 1994 – a 39 anni – era già a Montecitorio.
Prima di essere eletto sindaco della sua città, aveva fatto parte della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra ed era stato responsabile degli enti locali per i Ds. Pochi mesi dopo la nomina a primo cittadino, nel novembre 1999, Domenici organizzò a Palazzo Vecchio il vertice sul “Riformismo nel XXI secolo” che ottenne un grande successo. Accettarono il suo invi- to il presidente americano Bill Clinton, quello brasiliano Enrique Cardoso, e cinque capi di governo europei: Lionel Jospin, Tony Blair, Gerard Schroeder, Antonio Gutierres e Massimo D’Alema.
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Onda Pazza a Mafiettopoli 1/2
Nel 2008, in occasione del trentennale della morte di Peppino Impastato, abbiamo pubblicato Onda Pazza, otto trasmissioni satiro-politico-schizofreniche. Nell’introduzione di quel libro scrivevo che la trasmissione era divisa in due parti, una riguardava Mafiettopoli, cioè Terrasini, l’altra Mafiopoli, cioè Cinisi, e avvertivo che erano pubblicate solo le parti riguardanti Cinisi, per il ruolo dominante che in esse aveva Peppino. Con qualche ritardo, abbiamo adesso raccolto e pubblicato le parti riguardanti “Mafiettopoli”: questa parte di trasmissione era curata da me, da Faro Di Maggio e da Silvana, che a Terrasini vivevamo, conoscendone i problemi: Peppino si inseriva ogni tanto, con qualche battuta che ‘illuminava’ e rendeva più vivace la trasmissione.
Sono memorabili alcuni sketch come il discorso di san Francesco ai pesci, il progetto di ‘madonnizzazione’ del paese, dopo una delibera per l’installazione di tre statue della Madonna in tre siti paesani, nonché le vicende sotterranee che portavano frequentemente al cambio repentino di maggioranze in consiglio comunale.
Terrasini è una cittadina marinara a circa 2 km da Cinisi. I due paesi sono praticamente congiunti: addirittura Cinisi controlla metà del territorio di Terrasini, a causa di una discutibile interpretrazione del decreto con cui Ferdinando II di Borbone nel 1834 istituiva il comune di Terrasini-Favarotta “salvo restando i diritti di Cinisi”: e poiché il territorio di Cinisi, sotto il controllo dell’abbazia dei Benedettini, si estendeva sino al torrente Furi, dove era ubicato il sito marinaro di Favarotta, i cinisensi hanno preteso di governare sino a quel confine. Col tempo una parte di Terrasini si è estesa verso Cinisi, con cui ha in comune la stazione ferroviaria, e ne sono nati una serie di conflitti territoriali relativamente ai servizi civici, alcuni dei quali sono erogati dal comune di Terrasini (iscrizione alle liste elettorali, pagamento tributi, locali scolastici ecc.), mentre altri sono di competenza di Cinisi.
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“Il silenzio imperfetto”, il trailer dell’introduzione di Antonio Ingroia
L’introduzione è stata scritta da Antonio Ingroia, già nostro autore con il suo C’era una volta l’intercettazione - La giustizia e le bufale della politica. Intervenire, in questo caso, è un modo per raccontare la Sicilia, ma anche l’Italia intera, da un altro punto di vista, usando come strumento la narrazione.
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Maledetta fabbrica: i tanti modi in cui lavoro finisce per uccidere
Si fuese el trabajo tan bueno,
se lo hubieran guardado
los ricos para si solos!
Vecchio detto castigliano
Tutti i giorni la stessa cosa. Arrivo al lavoro e mi travolge come un’onda di disperazione, come un suicidio, come un vuoto che m’invade, come l’ustione di una pallottola nella tempia. Un lavoro troppo conosciuto, una sala macchine abbagliata dai neon e dei colleghi che certi giorni non si ha proprio voglia di ritrovare. Neppure il coraggio di cercare un altro lavoro. Troppo tardi. Tempo fa avevo cercato, avrei potuto fare l’infermiere all’ospedale psichiatrico, prof al liceo tecnico, e poi no, mancanza di coraggio per cambiare vita. Questo lavoro non mi ha mai soddisfatto, eppure non mi ci vedo più a imparare altre cose, altri gesti.
Si va avanti, ma non ci si abitua. Parlo al plurale perché non sono il solo ad avere questo stato d’animo: siamo tutti nella stessa barca. Siamo arrivati a sperare che l’azienda chiuda. Sì, che delocalizzi, che ristrutturi, che aumenti la sua produttività, che abbassi i costi fissi. Smettere, insomma. Basta con questo lavoro, essere liberi. Liberi, ma senza altre preoccupazioni.
Sappiamo che arriverà, ce l’aspettiamo. Come per il tessile, per le fonderie… un giorno l’industria chimica pesante non avrà più diritto di cittadinanza in Europa. Nessuno parla di questo malessere che investe gli operai che hanno superato la quarantina e che non sono più motivati da un lavoro fatto per troppo tempo, per troppo tempo subito. Un lavoro che si è dovuto salvaguardare perché c’era la crisi, la disoccupazione e bisognava essere soddisfatti d’avere l’impiego garantito, per poter continuare a consumare a scapito di vivere.
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Musica popolare in Brasile
Mancava nella letteratura musicale italiana un libro sulla storia della MPB (Musica Popular Brasileira). A sopperire a tale mancanza ci ha pensato Giancarlo Mei, insegnante di Storia della Musica Popolare Brasiliana presso l’Accademia della Critica di Roma, con Canto Latino. Origini, evoluzione e protagonisti della Musica Popolare del Brasile (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2004).
Un libro per neofiti e appassionati, che cammina parallelamente alla storia politica e sociale del paese verde-oro illustrando i vari cambiamenti musicali, sociali e di costume che si sono avuti nel corso degli anni.
Ogni capitolo ha il titolo di un film, perché il cinema nasce nello stesso periodo in cui hanno esordito Ernesto Nazareth e Chiquinha Gonzaga, che gettarono le fondamenta della MPB. Perciò Mei, in virtù di questo curioso parallelismo, utilizza proprio il cinema come fil rouge tra le varie storie, grazie anche al ruolo importante che ha rivestito per molti artisti brasiliani come Carmen Miranda.
Si comincia, quindi, con la scoperta del continente brasiliano da parte del comandante portoghese Pedro Alvares Cabral il 22 aprile del 1500 e il titolo del primo sottocapitolo non può che essere Mission, film diretto da Roland Joffé nel 1986 incentrato proprio sull’America Latina.
Nel corso della narrazione, Giancarlo Mei ci parla di numerosi artisti, alcuni sconosciuti in Italia altri meno, soffermandosi in maniera dettagliata sui numerosi generi che caratterizzano il vasto universo della MPB. Veniamo così a conoscenza del fatto che, attraverso il Carnevale, la musica nera comincia a raggiungere la borghesia bianca ed esprime i suoi primi autori di samba, una musica di strada caratterizzata proprio da una grande capacità di coinvolgimento. In questo modo, diventano famosi Carmen Miranda, Adorinan Barbosa, Ary Barroso, Noel Rosa, padroni della scena musicale brasiliana almeno fino alla metà degli anni ‘50.
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Il poeta e il Cavaliere: storia di donne, soldi e malapolitica
Roberto Benigni c’ha provato a sdoganare Dante presso l’intellighentia di sinistra, ma l’operazione non è riuscita. A sentire l’attore impegnato a recitare sulle piazze e nei teatri i canti più ‘ganzi’ della Divina Commedia, c’andava la gente dei borghi, incuriosita e malinformata sul sommo poeta, Virgilio e Caronte. Francesca, chi? Beatrice, ma quell’altra? Guido e Lapo, ma chi erano? Gli altri, i dotti, andavano a sentire Vittorio Sermonti, come prima si scomodavano per gustarsi le recite di Giorgio Albertazzi, Giancarlo Sbragia, Enrico Maria Salerno e, forse, Carmelo Bene. Nemmeno la buona volontà, la simpatia e l’arte clownesca del talentuoso teatrante toscano hanno convinto i compagni a cambiare idea. Dante era un ‘nemico’ e tale deve restare. Imposta da cinquant’anni dagli intellettuali progressisti, questa è la parola d’ordine alla quale ubbidiscono studenti e professori, scrittori e critici, benpensanti liberal di ogni estrazione sociale.
Dante Alighieri stava sulle scatole a quelli di sinistra fin dagli anni Cinquanta. Pagava la sua appartenenza al Fascismo, dal quale era stato arruolato ufficialmente ancora prima della Marcia su Roma. Poi Benito Mussolini, in prima persona, lo aveva eletto Padre della Patria, il Profeta. Per tutto l’arco del Ventennio, Dante era diventato la guida spirituale del duce e dei più alti gerarchi. Non era stato, forse, il sommo poeta a vaticinare l’arrivo del Salvatore nella figura del Veltro, incarnato dal duce? Il regime gli aveva affibbiato, in modo del tutto arbitrario e altrettanto conveniente, interpretazioni e allegorie allegramente fasciste.
Ma non importa: l’autore della Commedia era stato per più di vent’anni il vessillo della reazione e della prepotenza. Quindi, alla resa dei conti, anche lui doveva pagare. E ha pagato, duramente. Soprattutto dopo il Sessantotto, hanno voluto dimostrargli antipatia e insofferenza. Bandito dai licei e dalle università, così com’era stato bandito dalla sua città, Dante è stato via via estromesso dal consesso dei Grandi italiani.
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Onda pazza 2: da noi è il re che si dice da solo “sono nudo”
Che uno dica la verità e gli chiudano la bocca, gli taglino la lingua, gli trasferiscano l’anima altrove, in questo paese fa fatica a smuovere coscienze e storie. Perché? Perché mai deve succedere, è successo e succede ancora? Forse perché qui da noi attraverso un generoso e frenetico lavorio di occulte intelligenze il popolo, col tempo, si è trasformato in pubblico? E che tu alla fine sia stato nominato dalla mafia o da una giuria di opinionisti ex-calciatori, ex-canterini italici molto quotati negli Urali, ex-ministri cocainomani, ex-squillo di lusso… beh, tranquilli: è solo un cambio di genere, non di consumo.
All’uscita di un feretro da una chiesa, è usanza cattolico-televisiva in Italia applaudire il trapassato, sia questo eroe o presentatore. Nello stesso istante spero che nell’Aldilà ci sia, guidato dallo scomparso, soprattutto nel primo caso, un boato di fischi, risate e vaffanculo. Spero? Ci voglio credere. Ci devo credere; perché qui è l’unico modo per rimanere almeno di buon umore in un paese che non è esattamente quello della favola di Andresen. Da noi è il re che già si dice addosso e per primo: “Sono nudo”. E il popolo non si indigna, addirittura applaude e qualcuno anche si spoglia.
Leggere le pagine che verranno dopo queste vi farà bene. A me che di mestiere racconto storie, faccio il comico, mi riporta alla realtà, alla terra, alla strada. Anche io cerco di dire qualche volta una piccola verità divertendomi e cercando di divertire. Ma dai, al massimo a me tolgono la telecamera e il divertimento. Gli eroi stanno da un’altra parte e in queste pagine che verranno ne troverete uno, che poi incredibilmente, nonostante tutto, si divertiva anche.
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Mafia: un fenomeno che trasforma e adegua se stesso alla realtà che cambia
Molti libri hanno affrontato il rapporto mafia-politica, in genere all’interno di saggi che partivano dall’esame di fatti oscurati o tralasciati dalla cronaca. In questo bel libro, invece, che è un romanzo, la mafia si muove sullo sfondo, per poi rivelarsi nella sua crudezza ed efferatezza. Fenomeno che muta, cambia, si adatta. Le strategie mafiose attraverso gli anni sono cambiate: dallo stragismo alla tregua, dalla guerra allo Stato alla trattativa con lo Stato, dalla contrapposizione alla convivenza.
Uno spirito di convivenza che ha finito per permeare sempre più la società siciliana e nazionale, al punto da far dire a un ministro che con la mafia bisogna convivere. Il risultato è stato, ed è, che abbiamo oggi una mafia apparentemente più “civile”, meno sanguinaria, che torna nei salotti buoni della società e perfino nel circuito delle istituzioni. Nel libro di Aldo Penna, attraverso una trama avvincente, emerge l’intreccio tra poteri legali e poteri criminali che ha caratterizzato la cronaca di questi anni.
Cambia il modo di pensare e di essere dei mafiosi, sempre meno rozzi e analfabeti. Nel libro, come nella realtà, il mafioso è moderno e arcaico insieme. Si intende di finanza e ama le tradizioni, scala le maggiori imprese del Paese, ma si rifugia nel luogo dove è nato. Falcone diceva alla fine degli anni ‘80 che la mafia era entrata in borsa. E allora, oggi possiamo dire che la mafia non solo è entrata in orsa, ma riesce a incrementare le proprie ricchezze, in relazione alla sua capacità di immettere denaro sporco nei canali leciti. Cosa Nostra ha innovato le sue strategie di arricchimento illecito e di riciclaggio, entrando nel circuito della grande economia globalizzata.
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C’era una volta l’intercettazione a Casarano: il “trailer” del dibattito
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Pasquale Juliano, tutte le tappe di un’inchiesta
La strage di Piazza Fontana sarebbe stata evitata, se al capo della squadra mobile Pasquale Juliano non fosse stata tolta dalle mani l’inchiesta in cui era da tempo impegnato. Juliano aveva individuato già dal luglio 1969 la consorteria neofascista che a Padova si muoveva attorno a Franco Freda e a Giovanni Ventura e si era messo in movimento nell’obiettivo di fermare le frenetiche iniziative dei fascisti.
D’improvviso, però, l’inchiesta venne sfilata dalle mani del commissario, il quale venne trasferito d’ufficio a Ruvo di Puglia. L’intreccio tra la cellula neofascista veneta, gli apparati di intelligence e il ministero degli interni doveva spianare la strada alla pratica terrorista, ma non bastò allontanare il commissario: perché Juliano dovette anche difendersi per un decennio dall’accusa di aver fabbricato prove false contro i fascisti. Solo dopo una decina di anni di procedimenti giudiziari che gli hanno distrutto la vita Pasquale Juliano è uscito assolto da tutti i capi di imputazione.
Nel frattempo la strategia della tensione aveva concluso il suo tragico corso e, come tutti sanno, gli innocenti hanno dovuto accettare che gli stragisti siano liberi. La storia non si fa con i se, punto di vista di un cinismo infinito che reca implicito il concetto della dittatura del fatto compiuto. Sicché le vittime di quegli anni aspetteranno invano una vendetta o semplicemente giustizia.
All’ora di pranzo del 12 dicembre 1969 si era ancora innocenti, solo nel pomeriggio il 12 dicembre è diventato il giorno dell’innocenza perduta.L’intera vicenda, a quattro decenni da Piazza Fontana, è oggetto di Attentato imminente, libro a quattro mani di Antonella Beccaria e Simona Mammano, per l’editore Stampa alternativa/Nuovi equilibri. Juliano, che in altri tempi molti avrebbero chiamato un servitore dello stato, è stato una vittima diversa da molte di quelle che nella fase di cui il libro si occupa hanno avuto la vita travolta.
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“La scrittura è la mia arma di espressione di massa”. Intervista a Mabrouck Rachedi
Un adolescente di origine araba. Un quartiere di periferia. Una corda. Sono questi – e molti altri – gli ingredienti de Il peso di un’anima, sorprendente romanzo d’esordio dell’autore francese di origine algerina Mabrouck Rachedi, edito in Italia da Stampa Alternativa con una prefazione di Marco Aime. Il romanzo incomincia in una giornata come tante: alle otto del mattino, il diciottenne Lounès si prepara per andare a scuola. Non sa che qualche ora dopo finirà in carcere, accusato di essere un terrorista solo perché si trova al momento sbagliato nel posto sbagliato, con la pelle del colore sbagliato.
Sullo sfondo di una banlieue parigina in fiamme scatta una caccia all’uomo senza precedenti e Lounès diventa un capro espiatorio ideale: da diciottenne figlio d’immigrati, eccolo trasformato dalla polizia e dalla stampa nel capo di una rete terroristica internazionale. Una triste storia se insieme alla discriminazione e alla ricerca del sensazionalismo non ci fosse anche altro: una professoressa che prende a cuore il “caso Lounès”, un giornalista in cerca della verità e un intero quartiere di periferia, fatto di persone di ogni colore, che si mobilita lanciandosi in un’avventura picaresca dall’epilogo inaspettato.
Anche la vita di Mabrouck Rachedi ha un che di picaresco: 34 anni, una numerosa famiglia di origini maghrebine alle spalle e una promettente carriera da analista finanziario davanti a sé, fin quando non decide di lasciare tutto per dedicarsi alla scrittura. Brusca inversione di rotta o semplice ritorno alle origini? Lo abbiamo chiesto a lui.
Mabrouck, come sei passato dal mondo della finanza a quello della letteratura?
Vengo da una famiglia di undici figli. Mio padre faceva l’operario e per diversi anni ha fatto un doppio lavoro per mantenerci. Benché mi fossi appassionato alla scrittura fin dall’adolescenza, ho indirizzato la mia strada verso quello che non avevo: i soldi. La finanza aveva un che di luccicante che mi faceva sognare. Una volta avviata la carriera, ho capito che avrei avuto un bell’appartamento, una bella macchina, bei vestiti, ma che mi sarebbe mancato l’essenziale: la passione. È allora che ho capito che la voglia di scrivere, per me, era più viscerale del miraggio dei soldi. Con grande ingenuità, io, che non avevo conoscenze nel campo editoriale, ho deciso di passare il Rubicone e, dopo tanta strada, l’audacia è stata ripagata con la pubblicazione de Il peso di un’anima. In realtà, la spettacolare inversione di rotta non era altro che un ritorno al primo amore.
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Il giro del mondo in 80 gaffe: Berlusconi non è un comico qualunque
BERLUSCONI IST NICHT IRGENDEINE WITZFIGUR - BERLUSCONI NON È UN COMICO QUALUNQUE
“Der Standard”, Austria, 8 settembre 2009
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Un malato di Aids va dal medico e gli chiede:
– Dottore cosa posso fare per la mia malattia?
Il medico risponde:
– Faccia delle sabbiature.
– Ma dottore, mi faranno veramente bene?
– Bene no, ma sicuramente si abituerà a stare sotto terra.
4 aprile 2000. Sulla nave azzurra Berlusconi rompe il ghiaccio… In ordine, protestano: Walter Veltroni, Rosy Bindi, l’immunologo Ferdinando Aiuti, il verde Pecoraro Scanio, Giuseppe Fioroni, l’attuale presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, Fausto Bertinotti, il presidente della commissione Affari Costituzionali Marida Bolognesi, Pierferdinando Casini, l’Arci, la Lila (Lega italiana di Lotta all’Aids).
Questo episodio è uno dei primi in cui Berlusconi applica la politica creativa. Infatti ribatte alle critiche: Non potevo aspettarmi una reazione di questo tipo
per una barzelletta detta in privato, non mi aspettavo questo polverone perché la tecnica della battuta per esorcizzare i guai del mondo è una tecnica antica. La sinistra è arrivata alla frutta se ha bisogno di questi argomenti per fare campagna elettorale.
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C’è l’elicottero di Berlusconi e con i suoi figli si sta recando non so dove… passa sopra la manifestazione della CGIL… allora si incuriosisce, guarda giù e vede che sono tutti arrabbiati. Allora ha una pensata:
– Sapete cosa faccio? Prendo un biglietto da 10.000 euro così ne faccio felice almeno uno…
Il figlio, che ha una mentalità matematica, dice:
– Papà, ma allora butta giù due biglietti da 5.000 euro, così sono contenti in due!
La figlia di ricalco dice:
– Butta giù dieci biglietti da 1.000 euro e ne fai contenti dieci!
Il pilota dell’elicottero si volta e dice:
– Ah, dottò!… se si butta giù lei fa contenti tutti!
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Non ho niente da dire, ma so come dirlo: sarchiaponi e supercazzole
Ricordate il famoso sketch del sarchiapone? Scompartimento di un treno. Un viaggiatore (Carlo Campanini), dopo aver infilato la mano in una scatola sul portabagagli, la ritira dicendo di essere stato morso dal sarchiapone. Un altro passeggero (Walter Chiari), facendo finta di sapere cos’è un sarchiapone, intavola con Campanini un esilarante scambio di battute. Il finale rivela che il sarchiapone non esiste: è un’invenzione di Campanini per spaventare gli altri passeggeri e viaggiare da solo nello scompartimento.
La supercazzola, resa famosa da Ugo Tognazzi nel film “Amici miei”, è una parente stretta del sarchiapone. Consiste nell’unire parole inesistenti ad altre con senso compiuto. Esempi: “Tarapìa tapioco, la supercazzola prematurata con scappellamento a destra come fosse antani”, “Carmensita, amore mio, sono un uomo d’affari, blinda la supercazzola prematurata, una cosa d’assegni, tarapia tapioca, tapioca, torapia, dollari, sterline, allaccia scarpa, scarpallaccia, dico d’albergo, ma tu?”, “No, io; eh scusi noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai con cofandina; come antifurto, per esempio”.
Sconcertati di fronte a simili frasi, gli altri personaggi del film annuiscono fingendo di comprendere. Seguendo l’obiettivo di non farsi capire, il moderno opinionista potrebbe essere tentato di adottare i metodi sarchiapone e supercazzola, pronunciando parole senza senso. No, non è assolutamente il caso di barare ricorrendo a parole inventate: si può raggiungere lo stesso scopo con parole esistenti che, non essendo d’uso comune, possono produrre l’effetto sarchiapone.
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Tariffe postali: sorpresa di Pasqua o pesce d’aprile?
Cancellata dalle Poste italiane la tariffa agevolata a favore dell’editoria. Grazie ai tagli che il Ministero dello sviluppo economico di concerto con il ministero dell’economia e delle finanze (a firma Tremonti & Scajola) con decreto del 30 Marzo 2010, ha comunicato alle Poste. Nel decreto vengono quantificate le risorse disponibili per i rimborsi per le tariffe postali agevolate all’editoria che ammontano a 50 milioni di euro, invitando le Poste ad adottare misure occorrenti a garantire il rispetto dei limiti di spesa rappresentati dallo stesso stanziamento. L’amministratore delegato delle poste non ci ha pensato su due volte, rendendo operativa la sospensione di tali agevolazioni a tutti gli editori a far data dal decreto. Tale misura restrittiva viene giustificata dal fatto che solo nel primo trimestre le riduzioni concesse dalle poste agli editori ammonterebbero proprio ai 50 milioni di euro stanziati dallo stato.
Un atto che ha dell’incredibile, sia per il modo con cui viene comunicato e giustificato e sia per la tempestività con cui viene adottato, guarda caso subito dopo la campagna elettorale regionale. E oltretutto mettendo ulteriormente in crisi un settore quale quello dell’editoria che già sconta problemi non indifferenti.
Ci si chiede però come mai a fronte dei milionari contributi statali dati alla casta dei giornali che pur diminuendo rispetto agli anni precedenti per effetto dei tagli governativi, rappresentano somme ben più ingenti, ce la si prenda con le povere case editrici che non godono di alcun contributo da parte dello stato e ad esse venga tolta l’unica sovvenzione che permetta di abbattere una parte dei propri costi di spedizione postale.
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