Cronache di una società annunciata: sensibili banlieues

Cronache di una società annunciata«Scrivo perché voglio esistere!»: così, con un’affermazione tesa e improvvisa, simile al gancio di un pugile sul ring, Rachid Djaïdani – pugile, attore, regista e scrittore – risponde alla rituale domanda di un giornalista televisivo. Il suo romanzo Viscerale. Un grido dalla banlieue (che raggiunge ora il pubblico italiano nella bella traduzione di Ilaria Vitali per Giulio Perrone Editore) fa parte di un cospicuo gruppo di recenti pubblicazioni letterarie, in prevalenza romanzi e racconti, i cui autori rivendicano la comune provenienza dai quartieri periferici della capitale francese.

L’espressione sul volto di Rachid tradisce un’inquietudine, forse il disagio di trovarsi ingabbiato in un posticcio salottino televisivo-borghese, attento a schivare agilmente etichette e luoghi comuni sul ragazzo della banlieue, dalle misere origini e dal trascorso difficile, che ha raggiunto finalmente il successo. Djaïdani agita e contorce le mani sottili e nervose, abituate a scaricare la rabbia contro un sacco da boxe, e fa pensare a ciò che afferma un personaggio del suo romanzo: «Questi beccamorti mi rubano la parola per dire che non ho punti di riferimento, che sono una merda… Ci ho riflettuto su, è una discriminazione senz’armi, ci sterminano impedendoci di essere visibili e di avere la nostra da dire… Per fortuna, a volte tutto brucia, per far vedere che esistiamo anche noi…».

Una ferita non rimarginata

Il ManifestoGià, perché «esistere» e «parlare» sono verbi che assumono un significato ben diverso per chi è nato da genitori immigrati dall’Algeria ed è cresciuto nel «ghetto» di una banlieue parigina. Un immigrato di «seconda generazione» o «G2», si direbbe oggi con terminologia sociologica entrata nel linguaggio corrente. Un beur, nel gergo delle cité, un «arabo», un «cittadino generato dall’immigrazione»; insomma, sciogliendo le perifrasi, un potenziale delinquente, un islamista radicale in odore di terrorismo, un non-integrabile per natura, un «nemico interno» dell’identità francese.

Questa è l’immagine meticolosamente costruita dal linguaggio mediatico – talvolta strategicamente bilanciata da esempi scelti di «buona integrazione» alla Zidane – perlomeno dalla metà degli anni ’80, ma con una decisiva svolta a partire dal 2001, nel decennio dell’ascesa di Sarkozy. Ed è questo il sotto-testo del falso «dibattito sull’identità nazionale», lanciato negli ultimi mesi dal ministro dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale, Eric Besson, in vista delle elezioni regionali di marzo. Una costruzione dell’Altro come nemico interno e una sua marginalizzazione e deprivazione sociale e simbolica, che si inserisce in un contesto più ampio al quale dobbiamo guardare se vogliamo cogliere davvero la forza di rottura della «presa di parola» di questi scrittori.

In Francia, il decennio appena concluso è stato segnato dal doloroso e ormai inevitabile riaprirsi, nel discorso pubblico e nel dibattito intellettuale, di una ferita non rimarginata – e che potremmo ben definire «costitutiva» dell’attuale conformazione della République – sintomo di un rimosso collettivo su cui si è storicamente costruita la mitologia dell’«identità francese»: la frattura coloniale. Il dibattito sul passato coloniale e sul presente postcoloniale della Francia, messo sotto silenzio, a partire dalla guerra d’Algeria e dalla perdita dell’Indocina, dalle parole d’ordine dell’universalismo dei valori repubblicani, si è di fatto violentemente riaperto negli ultimi anni.

È stato il decennio, ricordiamolo, del dibattito sul divieto di indossare il velo nelle scuole, nel 2003-2004, delle rivolte delle banlieues nell’autunno 2005 e della legge del 23 febbraio 2005 sugli «effetti positivi della colonizzazione». Ed è stato anche un decennio segnato dal progressivo rafforzarsi dello stato d’eccezione in cui sono confinati gli abitanti dei cosiddetti «quartieri sensibili», città operaie nate all’indomani del secondo conflitto mondiale e, con la crisi del comparto industriale, trasformatesi in veri e propri «luoghi del bando», dove si intrecciano in modo drammatico esclusione ed oppressione, questione sociale e questione postcoloniale.

Al di là della falsa retorica sull’integrazione – concetto che fa la sua apparizione proprio nel momento del tramonto dell’impero coloniale francese e che subentra, mantenendone pressoché immutato il senso, a quello di assimilazione – la condizione attuale delle banlieue è quella del mantenimento coatto in una condizione che si potrebbe definire come un «teatro coloniale»: la riproduzione interna delle logiche di dominazione, di emarginazione e di violenza, materiali e simboliche, attuate dalla madrepatria nelle sue ex-colonie.

La parola come ostacolo

Come nel caso dell’alienazione coloniale, descritta e analizzata da Frantz Fanon, gli abitanti delle banlieues sono definiti dallo sguardo, dal linguaggio e dalle categorie esterne, finendo per interiorizzare questa rappresentazione, ritrovandosi privi di un linguaggio proprio per definirsi e per definire il proprio vissuto. Un deficit simbolico e di linguaggio, dunque, che non permette un accesso pieno al reale, producendo al contempo un sentimento d’alienazione e d’impossibilità-incapacità di controllare la propria esistenza. Il fatto stesso di essere continuamente sottoposti a un’ingiunzione di «integrazione» e di «civilizzazione» da parte della società esterna e delle istituzioni (si vedano le recenti e scandalose dichiarazioni del ministro Nadine Morano) senza che questa società ne fornisca i mezzi, riproduce appieno i meccanismi della dominazione coloniale.

Questa dialettica si traduce in un senso di estraneità vissuto dal subalterno nei confronti del linguaggio, laddove la parola diventa un ostacolo, un fattore di estraniamento piuttosto che uno strumento di comunicazione e di azione nel reale. Proprio per questo suo vuoto, il linguaggio è sottoposto nelle banlieues a una radicale manipolazione creativa: ne sono degli esempi il verlan, l’inversione delle sillabe di una parola, e la tchatche, l’abilità di padroneggiare differenti registri, tonalità e ritmi verbali durante le animate discussioni. Come ci mostra il bellissimo film di Abdellatif Kechiche del 2004, L’Esquive, la performance linguistica – consistente nel deformare, criptare, ricombinare e risemantizzare il significante – risulta un elemento decisivo nel tessuto delle relazioni sociali ed un potente strumento di identificazione e di sottrazione ai codici dominanti.

La messa a fuoco, sebbene parziale, di questa situazione di dominazione linguistico-simbolica ci permette di comprendere meglio l’impatto dell’operazione letteraria lanciata da un gruppo di giovani scrittori della banlieue, il collettivo «Qui fait la France?» – un riuscito gioco di parole tra «Qui fait?» e «Kiffer?», che nel gergo della banlieue significa «amare», ponendo così un doppio e fondamentale quesito: chi fa la Francia? e che cosa significa «amare» la Francia?

I testi raccolti in Cronache di una società annunciata. Racconti dalla banlieue (traduzione di Ilaria Vitali, Stampa Alternativa) colpiscono innanzitutto per la forza creativa del linguaggio e per la decisa volontà di dar vita a una «letteratura dello specchio, realista e democratica, che rifletta la società e i suoi immaginari nella loro interezza». Nel manifesto letterario che apre la raccolta, assumono rilievo termini quali «impegno», «partecipazione», «lotta», «realismo», «giustizia», «dignità» che, se possono far storcere il naso al critico letterario imbevuto di raffinatezze teoriche, ritrovano in questa scrittura una forza, e dunque un significato, che non lasciano indifferenti.

Si tratta di una scrittura che da subito si pone un intento ambizioso, quello di ridefinire, dalla parte dei dominati e degli esclusi, il senso della cittadinanza e dell’universalismo francese: «Perché questo paese, il nostro paese, ha tutto per tornare ad essere un esempio, a condizione che si accetti per com’è e non per come fu». Una scrittura che, anche se con qualche debolezza o ingenuità sul piano letterario, riesce a caricare di forza certi stereotipi narrativi e stilistici, arrivando a farli esplodere o a rovesciarli di fronte al lettore.

Pratiche rischiose

Un paesaggio domina costante questi racconti, una sorta di divinità onnipresente e terribile, che non dà scampo e non offre linee di fuga, se non quelle dell’immaginario: «Basta che t’immagini un posto dove c’è solo cemento, dappertutto. Ovunque metti il naso, respiri sempre l’odore del cemento. A forza di vivere lì, le persone si trasformano in blocchi di cemento. Non c’è più cuore, non c’è più anima, ci sono solo quelle cazzo di pietre grigie che ti consumano gli occhi, e non c’hai scelta perché non puoi guardare altrove». Pertanto a questa scrittura non resta che muoversi con agilità e scaltrezza, scegliendo una narrazione quasi sempre al presente, abile a intrecciare personaggi e percorsi senza un punto di vista superiore. Come nel racconto intitolato «Deviazioni», il cui protagonista gira per la città a testa china, consegnando pizze e cercando di evitare a tutti i costi con lo sguardo gli orripilanti grattaceli del suo quartiere, «i giganti schifosi che oscurano l’orizzonte, il futuro».

Un’agilità narrativa e una vivacità espressiva che ritroviamo nel bel romanzo di Mabrouck Rachedi, Il peso di un’anima (traduzione di Ilaria Vitali, prefazione di Marco Aime, Stampa Alternativa), che ci riporta alla mente quelle tattiche discorsive e quelle pratiche urbane «rischiose e contingenti» di cui parlava Michel De Certeau nell’Invenzione del quotidiano. Rachedi si rivela estremamente abile nel manipolare gli strumenti del poliziesco, nel creare la giusta dose di suspense e nell’intrecciare piani narrativi rapidi e incalzanti, con linguaggio quasi cinematografico. Come in Viscerale, non si tratta di una scrittura di sola denuncia o di testimonianza, né di una serie di tableaux socio-didattici sull’emarginazione.

Lounès e Lies, i protagonisti di questi singolari romanzi «di formazione», sono certamente prigionieri di un meccanismo implacabile di esclusione, che rivela il rimosso della violenza costitutiva dell’ordine sociale e simbolico. Sono però anche parte di un tessuto relazionale estremamente articolato, che mette in mostra la ricchezza e le potenzialità, culturali, sociali e linguistiche, di un’altra Francia meticcia e complessa, pronta a prendere la parola e a liberarsi dei vecchi dispositivi e linguaggi del potere coloniale.

(Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Manifesto)

Cronache di una società annunciata – Racconti dalle Banlieue del Collettivo “Chi fa la Francia?”: Karim Amellal, Habiba Mahany, Mabrouck Rachedi, Faïza Guène, Khalid El Bahji, Jean-Éric Boulin, Dembo Goumane, Moham
Collana Eretica Speciale
160 pagine
ISBN 978-88-6222-073-6

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>