Il tempio di Voltumnia: sulle tracce di Fanum

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoUno dei temi centrali affrontato da chi si occupa di materia etrusca riguarda l’ubicazione del Fanum Voltumnae. L’argomento è tra i più significativi per comprendere lo spirito che permeava quella arcaica ed elusiva civiltà. Eppure, nonostante studi, ricerche, investigazioni e scavi, ancora non si conosce nulla intorno a quello che fu il maggiore luogo sacro del popolo etrusco. Fanum Voltumnae è la traduzione in latino di un’equivalente espressione etrusca, oggi non più conosciuta, che viene in genere tradotta “Tempio di Voltumna”, sebbene la parola fanum, di derivazione etrusca (fanu), indicasse in origine qualcosa di diverso da un semplice edificio templare che, in latino, troviamo indicato con templum.

Il fanum fu un sito sacro presso un ambiente naturale reputato prodigioso, anche di estese proporzioni, spesso un bosco consacrato a divinità femminili: il Fanum di Feronia (Fiano Romano), di Diana (Nemi), di Fortuna (Fano), solo per citare i più noti. L’associazione tra divinità femminile e bosco sacro risale alla preistoria e fu celebrata nella archetipica figura della dea o signora delle fiere, patrona dei boschi e della vita selvaggia. Diana, Cibele, Artemide, Feronia furono i diversi nomi, in luoghi diversi, della Signora dei boschi e delle fiere, spesso venerata presso carismatici luoghi di acque, laghi, promontori, isole e sorgenti. Nella religione dei druidi celtici al fanum corrispondeva il nemeton, il bosco sacro di querce dove i Celti convenivano per le grandi celebrazioni annuali. Nella Grecia arcaica il più celebre bosco sacro di querce fu a Dodona, in Epiro.

In età romana, con lo sviluppo dell’edilizia architettonica, la parola fanum assunse significati omologhi a quella di templum, divenendone sinonimo, a significare il classico tempio edificato in muratura secondo canoni architettonici tradizionali. Il significato più antico della parola indica uno speciale sito sacro dove, da età remote, si perpetuava il primordiale culto dei boschi, delle acque e, più estesamente, della terra e del territorio.

Fin da quando si è iniziato a scavare il territorio etrusco per spogliare le ricche necropoli e asportarne i ‘tesori’, la ricerca del Fanum Voltumnae è divenuta per molti archeologi un’ossessione. Innumerevoli volte sono state pronunciate dichiarazioni sull’avvenuta ‘scoperta’, che puntualmente si sono dissolte nel nulla. Il tempio segreto degli Etruschi – dov’era conservato il tesoro federale della dodecapoli tirrenica – non è ancora stato trovato, perché chi l’ha cercato, finora, non ha mai avuto la minima idea di cosa stesse cercando.

La febbre dell’oro, la ricerca di straordinarie scoperte e la conseguente celebrità sono il romantico e ingombrante bagaglio di chi si muove alla cieca, credendo di fare scoperte eccezionali che poi si rivelano effimere. In questo tipo di ricerche, ha svolto un ruolo determinante lo scavo archeologico. Nel caso degli Etruschi, ciò ha significato lo scavo ininterrotto, secolare, di ricche e vaste necropoli, non solo al centro, ma anche nel nord e nel sud d’Italia. La caccia ha prodotto come conseguenza il mancato studio del territorio dove gli Etruschi vissero, dove fondarono insediamenti e luoghi sacri, applicando i canoni di un’antica scienza della terra volta all’osservazione dei fenomeni naturali, reputati di origine divina.

Dal punto di vista etico, scavare una tomba per depredarla, ieri come oggi, è una profanazione. A meno che il concetto di ‘sacro’ sia ritenuto obsoleto e la vita e la morte siano considerati fenomeni privi di sacralità, ovvero non richiedano una forma speciale di rispetto e attenzione. Si ripete che i sepolcri vanno scavati per studiarne gli oggetti ivi contenuti, mentre i depositi e gli scantinati dei musei sono strapieni di reperti funerari non inventariati, mai studiati e spesso non accessibili a ricercatori e studiosi.

Il tempio di Voltumnia - Alla scoperta del sacrario dei dodici popoli etruschi di Giovanni Feo
Collana Eretica Speciale
152 pagine più inserto a colori
ISBN: 978-88-6222-117-7

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