Il gemello: perché siamo diventati quello che siamo?
Tutte le storie dei gemelli, prima o poi, ci propongono lo stesso quesito: perché siamo diventati quello che siamo? Quanto conta l’ereditarietà, il sangue dei nostri antenati che scorre nelle nostre vene, e quanto contano invece il caso, le circostanze, l’educazione che abbiamo ricevuto, gli amici, la bontà o la cattiveria del mondo? Mi hanno insegnato a credere poco nella genetica, e so per certo che gemelli identici, monozigoti, cresciuti in famiglie diverse, finiscono con l’avere differenti quozienti di intelligenza: non gusti diversi, non attitudini differenti, ma quozienti di intelligenza, quelli che più di ogni altra cosa dovrebbero dipendere dal nostro genoma.
Ugualmente tendiamo a rifiutare quello che l’esperienza ci mostra, c’è qualcosa nella vita dei gemelli che ci sfugge, qualcosa che non possiamo razionalmente accettare ma che continua ad esistere subito al di là dei confini delle cose non dimostrabili. Vi siete mai interrogati, ad esempio, sulla vera natura dei gemelli congiunti, quelli che hanno nomi che ricordano le isole del Pacifico, pigopaghi, cefalopaghi, toracopaghi? Cosa volevano realizzare, in realtà? C’è, dietro, il rifiuto di separarsi o il desiderio di duplicità, oppure la loro inconsueta mostruosità ha radici interrate nelle nostre colpe? Scusatemi, ma non voglio saperlo.
E poi, cosa c’entrano le madri? Sopravvive in California, malgrado tutte le critiche ricevute, una sorta di Università prenatale che ha riempito le pagine dei giornali – prevalentemente dei giornali meno seri – con le sue teorie sull’umanizzazione dei feti. Secondo questa Università, esiste una straordinaria diversità tra il grembo delle madri che hanno fortemente desiderato il figlio che ora cresce dentro di loro e che hanno cominciato ad amarlo prima ancora di essere certe che si stava annidando, che cercava di entrare in relazione con tutti attraverso il suo rapporto con lei, e i grembi tossici, le madri passive, indifferenti o addirittura ostili.
Secondo queste teorie passerebbe, dalla madre al feto, una sorta di afflato dell’anima, qualcosa che la biochimica non riuscirebbe mai a scoprire e che la madre potrebbe dosare, indirizzare, trattenere a seconda di un suo imperscrutabile giudizio. So che non è vero, ma mi fa rabbia che qualcuno lo dica, che qualcuno osi dirlo; è odioso usare una finta scienza per giustificare le proprie stupide ideologie.
Ma questo non è un libro che riguardi solo o prevalentemente i gemelli, ho scritto di loro per una sorta di vizio professionale, forse avrei dovuto aggiungere qualcosa sulla violenza, che è la vera protagonista del romanzo. Ma se i gemelli mi intimoriscono un po’, la violenza mi terrorizza, qualche vol- ta fare il mio mestiere si rivela utile.
Il gemello di Michele Leoni
Postfazione di Carlo Flamigni
Collana Eretica
216 pagine
ISBN: 978-88-6222-116-0
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