Voglio vivere così: quelli furono i veri anni spietati
Tornando al discorso delle diverse “filosofie” e soprattutto prassi operative che possono riscontrarsi anche all’interno dello stesso ufficio di polizia (diversità di cui il romanzo di Andreassi offre cospicui esempi), si può ancora dire che il tema si lega strettamente a quello della democrazia come antidoto contro la violenza terroristica. Qual era la teoria dei brigatisti? Era che lo Stato democratico non esiste, è puramente e semplicemente una finzione, un paravento, una maschera.
Noi brigatisti – dicevano – un colpo dopo l’altro (cioè un omicidio dopo l’altro, una gambizzazione dopo l’altra, un sequestro dopo l’altro) faremo cadere questa maschera, disveleremo il volto autentico dello Stato, reazionario e fascista, di negazione dei diritti, di ogni possibilità di progresso, in particolare di crescita del proletariato, delle classi sociali più bisognose. E quando questo vero volto dello Stato sarà disvelato, ecco che le masse – avendo finalmente capito, grazie a noi brigatisti, come stanno davvero le cose – si ribelleranno e ribellandosi si riuniranno automaticamente intorno all’avanguardia organizzata già esistente, che siamo noi delle Br, innescando la palingenesi rivoluzionaria…
È evidente che semplifico molto, è chiaro che brutalizzo concetti che persino i brigatisti esponevano a volte in maniera più sofisticata, ma è per intenderci, per capire che siamo riusciti a non cadere nella trappola tesa dai brigatisti. Perché la risposta al terrorismo brigatista dal punto di vista legislativo ha raschiato – lo ha detto più volte la Corte Costituzionale – il fondo del barile della corrispondenza ai principi e precetti costituzionali, ma non è mai andata oltre. Come ha saputo non andare oltre i confini stabiliti dalle regole la stragrande maggioranza delle forze di polizia giudiziaria impiegate in funzione di antiterrorismo, così contribuendo a “spiazzare” e mettere in crisi i terroristi che ben altri atteggiamenti si sarebbero aspettati.
Per concludere, il bel libro di Andreassi ha l’indiscutibile merito (fra gli altri) di farci conoscere un po’ più da vicino – sia pure nell’ottica di un romanzo - i cosiddetti “anni di piombo”, che meglio sarebbe chiamare (come hanno deciso alcuni documentaristi) “anni spietati”. Forse le Br non finiscono mai e riaffiorano ciclicamente anche perché di quegli anni non si discute abbastanza, soprattutto coi giovani. Col rischio che ci si condanni a quella che Barbara Spinelli individua come una patologia tipicamente italiana: una perdita della memoria che sconfina nell’amnesia; una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre quando si occulta il passato. Un passato che per quanto riguarda i brigatisti comporta anche gravi responsabilità di scelte criminali che hanno offerto il terribile spettacolo (sul quale Andreassi nel suo libro spesso si sofferma) di una macabra usurpazione di legittime istanze di lotta antifascista.
Questa usurpazione ha prodotto danni gravissimi col mito della “Resistenza tradita” di cui le Br pretendevano di raccogliere il testimone. Se oggi l’antifascismo incontra tante difficoltà, se il revisionismo dilaga è anche perché (Sergio Luzzato lo ha dimostrato) c’è stata da parte dei terroristi un’appropriazione indebita, un uso arbitrario della eredità partigiana, che ha azzoppato la tradizione antifascista, svalutandone e indebolendone i valori, resi impresentabili dal ricorso alla violenza criminale in un sistema democratico, che per affrontare i suoi problemi non ha certo bisogno che il terrorismo ne crei altri.
Della “trama” del libro e del suo epilogo ovviamente non parlo. Perché quello di Andreassi per certi profili è anche un giallo. E come tutti i gialli interessanti pretende riservatezza.
Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo di Ansoino Andreassi
Prefazione di Gian Carlo Caselli
Collana Senza Finzione
270 pagine
ISBN: 978-88-6222-115-3
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