Il giro del mondo in 80 gaffe: barzellette, strafalcioni e sentenze di Berlusconi

Il giro del mondo in 80 gaffe

SILVIO BERLUSCONI’S GIRLS, GAFFES AND GRAFT APPEAL TO ITALIAN VOTERS
Donne, gaffe e ritocchi: come Berlusconi attrae gli elettori italiani
“The Telegraph”, Gran Bretagna, 16 giugno 2009

Gaffe è un francesismo che indica una frase, una parola detta in modo erroneo o in un contesto sbagliato, ovvero uno strafalcione. Ma il gaffeur non se ne rende mai conto. Ignaro e ingenuo, va per la sua strada. Se qualcuno prova a fargli notare che le sue parole hanno creato imbarazzo e stupore, solo rare volte il gaffeur fa marcia indietro. Ma se è un uomo di potere, spesso il gaffeur, per riparare, aggiunge a gaffe altre gaffe.

Vero è che il gaffeur politico non è poi così sprovveduto come uno potrebbe pensare… e affida, sempre e volentieri, il proprio messaggio e la propria immagine pubblica a un motivetto orecchiabile e a una massima da cioccolatino, studiati con raffinata cura fino all’ultimo dettaglio da esperti pagati profumatamente. Ciò perché, in generale, egli vuole farsi apprezzare sia dai tifosi da stadio, sia dai perbenisti da sala da tè; sia, più concretamente, dagli avversari, anche i più efferati e sagaci, che deve però mettere in allarme e tenere sulle spine. Questa alchimia, detta anche “esercizio di potere”, non è affatto semplice e scontata. A volte, ci si riesce grazie anche a delle gaffe! Ma qui, in questo pastiche, ci troviamo di fronte al più grande gaffeur del mondo e di tutti i tempi: il cavalier presidente del Consiglio Silvio Berlusconi!

Oddio… siamo ormai abituati a trovare il suo faccione e le sue piroette dialettiche in tutte le salse: in comizi megalomani, in musical-convegni… ma soprattutto in costante esibizione edonistica ed egocentrica dei suoi meriti imprenditoriali, mentre elargisce cialdoni di saggezza nazionalpopolare, durante passeggiate pubbliche. Se navigate su Internet e provate a digitare “gaffe Berlusconi” in un qualsiasi motore di ricerca, troverete oltre 200.000 risultati. Solo su YouTube il cavaliere troneggia su ogni altro argomento con oltre 35.000 video.
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Messina Denaro, la complessità di un boss antico e moderno

Lettere a Svetonio - Il capo di cosa nostra si racconta di Matteo Messina Denaro, a cura di Salvatore Mugno

Di me che dire. Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così, sono un fatalista e penso che era tutto scritto così, un uomo non può cambiare il proprio destino, l’importante è viverlo con dignità, io sono a posto con la mia coscienza e sono sereno, in fondo questo mendo non è mio e prima o poi passerà anche questa vita.
(Matteo Messina Denaro)

Dopo la cattura di Provenzano è diventato il numero 1 di Cosa Nostra. È tra i 10 uomini più ricercati del mondo, dove il primo è Osama Bin Laden. Matteo Messina Denaro di Castelvetrano, nel trapanese, classe 1962, latitante dal 1993. L’espressione più usata in questi giorni quando si parla di lui è: terra bruciata intorno.Perché dopo l’operazione “Golem 2″, e diciannove fermi emessi dalla Procura distrettuale antimafia in un’operazione che ha coinvolto 200 agenti delle squadre monili di Palermo e Trapani, attorno a Matteo Messina Denaro è stata fatta terra bruciata. E presto toccherà a lui.Diciannove uomini vicinissimi al boss, tra cui il fratello Salvatore. Leggendo i nomi emerge che vecchi uomini d’onore, una volta scontate le loro pene, tornino a dare il loro contributo alla mafia. Ad altissimi livelli.

Lotta alla mafiaTra gli altri nomi spiccano quelli dei mafiosi del trapanese, quelli dei reggenti delle famiglie di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala. L’operazione “Golem 2″ segue “Golem 1″, condotta a giugno e che aveva come obiettivo smantellare la rete che ha consentito a Matteo Messina Denaro la latitanza. Molti di loro erano veri e propri “postini” che recapitavano i pizzini del boss, che in passato hanno visto come destinatari pure Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo. Matteo Messina Denaro è un boss molto diverso dagli altri. Antico e moderno, complesso. Accanto a un’immagine da “maledetto”, amante delle Porche, Mercedes, vestito Armani o Versace, con orologi Rolex Daytona, foulard alla moda, occhiali Ray-ban e felice di circondarsi di belle donne, proprio leggendo i suoi lunghi pizzini si scopre un altro uomo.

Non solo un killer spietato di una cinquantina di omicidi («Con le persone che ho ammazzato, io potrei fare un cimitero», parole sue). Basta andare in libreria e cercare Lettere a Svetonio (Stampa Alternativa, 12 euro), un libro a cura di Salvatore Mugno che contiene le lettere che Messina Denaro ha inviato ad Antonino Vaccarino, vecchio amico di famiglia, molto legato in passato al patriarca Francesco Messina Denaro, diventato uno 007 al servizio dello Stato.In una di queste lettere, finite nei fascicoli di “Golem 2″ è infuriato con Provenzano per non aver distrutto la corrispondenza inviatagli, e si stupisce dell’imprudenza di uomo attento come lui.

Matteo Messina Denaro si fida di Svetonio, il nome scelto per il suo interlocutore, quando gli scrive non si limita al solo “lavoro” ma si “apre”, si confida, fino a mostrare il suo “lato umano”. E si scopre così un uomo combattuto tra la certezza di essere dalla parte del giusto («So di avere vissuto da uomo vero e tanto mi basta per me, per chi mi ha educato e fatto da maestro e per la mia famiglia»), e il dubbio nascosto nella fede perduta (a un prete che gli chiede se ha bisogno della benedizione di Cristo risponde: «Padre, se io sono stato nel giusto, Dio mi ha già dato la sua benedizione, se io non sono stato nel giusto, mi perdoni, ma lei non può fare alcunché per me»). Messina Denaro si sente una sorta di vittima dello Stato , un perseguitato alla Malaussène come in un romanzo di Pennac. E soprattutto si sente solo, senza più la voglia di vivere, col rammarico di non vedere la figlia. Alcuni passaggi delle sue lettere sono sprazzi di scrittura vera. Testimoniano che ci troviamo dinnanzi ad un uomo che si pone domande.

Allora a questo uomo rivolgiamo un appello, con rispetto: si consegni e scriva. Scriva della mafia, insegni al “suo” popolo che la vita per amarla bisogna viverla dalla parte giusta. Scriva che un uomo è tale quando si pente. E lo dimostri. Si sentirà meno solo, ne siamo certi. E sua figlia riavrebbe un padre.

(Questo articolo è stato pubblicato su FareFuturo)

Lettere a Svetonio - Il capo di cosa nostra si racconta di Matteo Messina Denaro - a cura di Salvatore Mugno
Collana Eretica
128 pagine
ISBN: 978-88-6222-053-8

Non ho niente da dire, ma so come dirlo: trattato a uso del moderno opinionista

Non ho niente da dire, ma so come dirlo

Il pappagallo ermetico
Un pappagallo recitava Dante: “Papè Satan, papè Satan aleppe…”. Ammalappena un critico lo seppe Corse a sentillo e disse: “È impressionante!” Oggigiorno chi esprime er su’ pensiero Senza spiegasse bene, è un genio vero: un genio ch’è rimasto per modestia nascosto ner cervello d’una bestia. Se voi l’ammirazione de l’amichi Nun faje capì mai quello che dichi.
Trilussa

“Se vuoi farti apprezzare, parla con chiarezza”: quante volte abbiamo sentito questa raccomandazione sotto forma di perla di saggezza! Ma può trattarsi di una perla falsa, se ascoltiamo il suggerimento della poesia di Trilussa (Se voi l’ammirazione de l’amichi, nun faje capì mai quello che dichi).

Proprio così: non tutti amano sentir parlare chiaramente. Ci sono persone che odiano la semplificazione perché vedono semplificazione e serietà come due concetti contrastanti: “Non è serio spiegare qualcosa in modo così semplice da farsi capire anche da un bambino”. A chi segue questo principio, come ha scritto Tullio De Mauro, se “gli dite che ‘a livello di strutture profonde e di correlati epistemici neurologicamente saturati sussiste la necessitazione semiotica del condizionamento remanico del translinguistico’ a queste persone brillano gli occhi e vi guardano con entusiasmo anche se non capiscono, anzi, proprio perché non capiscono”.
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Ciucciati il calzino! Le migliori battute della famiglia più patetica

Ciucciati il calzinoI “Simpson” sono comparsi la prima volta nel 1987 in un talk-show televisivo, come corti della durata di un solo minuto. Il clamoroso successo subito ottenuto ha convinto il loro ideatore, Matt Groening, a trasformarli in episodi della durata di mezz’ora: il primo di questi, “Un Natale da cani”, è andato in onda in America il 15/12/1989. Da allora sono passati più di vent’anni e il favore del pubblico non accenna a diminuire. In tutti questi anni abbiamo così imparato a conoscere e amare l’adiposo e indolente Homer, Marge, Bart, Lisa, la piccola Maggie e nonno Abraham – e assieme a loro l’intera cittadina di Springfield con il suo campionario bene (o male) assortito di varia umanità: dove senz’altro i difetti hanno la meglio sulle qualità.

Ed è proprio questa la principale ragione del successo del cartone animato, perché conoscere i Simpson con tutti i loro macroscopici limiti ci fa sentire in qualche misura migliori.

Ma sarà poi vero?

Mondo Homer

D’oh!

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Uh! Centonove chili, oh! Sono un dirigibile! Perché tutte le cose buone sono così buone?

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I giganti del prog-rock, prologo: Simon Dupree & The Big Sound 1/3

Gentle Giant di Antonio ApuzzoPer narrare le avventure sonore di un gigante è necessario un lungo passo indietro, nel tempo e nello spazio. Bisogna arrivare alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nella città di Glasgow. Lì, il 27 agosto del 1937, nacque Phil Shulman, uno dei principali protagonisti della nostra storia. Per essere più precisi, il futuro sassofonista dei Gentle Giant mosse i primi passi tra grandi e sovraffollati caseggiati popolari, nel distretto di Gorbals.

Anni dopo, nel corso di un’intervista, Phil dimostra di conservare ancora ricordi forti e intensi della sua infanzia a Gorbals. Nelle sue memorie, il quartiere appare come un luogo difficile in cui vivere, uno dei posti peggiori sulla faccia della terra, un vero e proprio ghetto: «chiunque conosca la Gran Bretagna e Glasgow, sa benissimo cosa sia quel luogo», rammenta Phil, «è un po’ l’equivalente di Watts per Los Angeles o del maledetto East Side di New York. Un posto molto duro1». Ma ricorda anche, con grande affetto, quella speciale solidarietà umana che si viene a creare tra persone obbligate a condividere le stesse difficoltà. Quella di Phil è un’infanzia dura, vissuta tra le pieghe di un estenuante conflitto sociale, alimentato dalle difficili condizioni di vita della classe operaia scozzese, dalla crisi economica, dagli scioperi dei lavoratori, e da tutti i forti cambiamenti occorsi alla fine della Seconda guerra mondiale.

Glasgow, in realtà, è sempre stata una città divisa tra una massa lavoratrice – costretta a vivere ai limiti della sussistenza e del disagio – e una classe benestante, detentrice del potere economico e politico. Agli inizi del Novecento, lo spirito del comunismo trovava un terreno fertile fra i confini scozzesi. In quegli anni Glasgow venne scossa continuamente da cortei, scontri di piazza, scioperi e manifestazioni per i diritti dei lavoratori. Un’incredibile serie di riots, ben sedimentata nella memoria collettiva e ricordata tuttora. Caso emblematico fu l’esperienza del cosiddetto Red Clyde – dal nome del Clyde Workers’ Committee –, assurta a simbolo della combattività scozzese nel «periodo delle grandi rivolte».
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Gli stranieri e le sirene di marzo

Foto di AnnalisaA proposito della manifestazione del primo marzo. Il primo sciopero dei nostri immigrati. A proposito di persone altre che vengono da altri mondi che nessuno comprende… salvo alla fine coglierne tutti i vantaggi … Viene in mente Lusi, che è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore, caricaturista, vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, e che con maestria e leggerezza nelle sue fiabe ha ripreso i temi della narrativa popolare e ha fatto fare loro un bel tuffo negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (novecento intendo). Fiabe del secolo scorso, che sembrano storie dell’oggi.

Lusi, dunque, è l’ennesimo travestimento di quegli esseri fantastici, un po’ paurosi, un po’ dee, che dai loro mari, di tanto in tanto si affacciano sulla terra… Lusi, il cui vero nome era Melusina, era arrivata a fare la domestica in casa di una ricca coppia, proprio il giorno in cui era giunta la notizia della morte in mare del loro unico figlio. Lusi si era rivelata una domestica davvero invidiabile, anche se qualche volta diceva cose davvero strane. Aveva ad esempio chiesto di passare il suo giorno libero chiusa nel bagno… e poi… quella pesante collana di perle che portava sempre al collo! Era davvero inopportuno che un domestico portasse un gioiello falso così appariscente. Ma governata da Lusi, la casa andava avanti davvero bene. Fino al giorno in cui arrivò la crisi economica e le cose cominciarono ad andar male. Ed ecco che per aiutare il suoi padroni Lusi, offrì la sua collana di perle. “Per aiutare lor signori” dice. Viene quasi presa in giro, nessuno crede che le sue perle possano avere alcun valore, salvo ricredersi dopo l’attenta valutazione di un orefice. La crisi economica… allora come adesso ancora… e quante sirene suggeriscono ricette, e quali perle, noi non riconosciamo…
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Appello per il 32° anniversario dell’assassassinio mafioso di mio fratello Peppino Impastato

Onda pazza - Otto trasmissioni satirico-schizofrenicheAnche quest’anno il 9 maggio a Cinisi rappresenterà una fondamentale occasione per scambiarci dati, informazioni, forze, passioni, per fermarci e riflettere, per raccogliere la nostra memoria e assumerci l’impegno di continuare la lotta per la giustizia sociale nel nostro paese e nel mondo. Occorrerà concentrare le energie e continuare il cammino, partendo dalla memoria di chi come Peppino ha saputo lottare senza remore, senza compromessi, pensando solo al bene della collettività.

Valori e ideali, i nostri, che vengono giornalmente calpestati: è stato pericolosamente abbattuto un limite per la conservazione della democrazia, che è quello della legalizzazione dell’illegalità, della legittimazione legislativa dei peggiori crimini sociali (sfruttamento, ladrocinio, riciclaggio illecito dei rifiuti tossici, devastazione ambientale) per difendere i privilegi della classe dominante. Non dobbiamo isolarci, sfilacciare o disperdere le nostre energie ma trovare punti di comune accordo, questioni fondanti per le quali è necessario impegnarsi tutti a fondo, evitando rotture e discussioni infertili che scaturiscono dalla cura di interessi personali e dall’incapacità di confronto.

Giovanni ImpastatoLa presenza di tutte le realtà impegnate nel sociale il 9 maggio a Cinisi sarà decisiva per continuare il nostro percorso comune e, quindi, invito a partecipare chi non ha ancora vissuto questa esperienza in ricordo di Peppino, così come invito a ritornare coloro che ci hanno già incoraggiato negli anni precedenti con la loro presenza e il loro entusiasmo. Quest’anno assaporeremo il gusto di una importante vittoria restituendo alla collettività la famosa casa dei “cento passi”, una volta proprietà del grande capo “Tano Seduto” Gaetano Badalamenti e oggi finalmente confiscata.
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Elettroshock: Baloon, la contadina che in tempi di carestia mi regalava qualche ovetto

Elettroshock di Alda MeriniLa Baloon era una contadina del vercellese che nei tempi di carestia mi regalava qualche ovetto fresco per il mio fratellino di pochi mesi. Per andare dalla Baloon io passavo su un pontile di legni oramai consunti prossimi a franare nel piccolissimo rio che conduceva alle alacri risaie.

Quell’anno avevo fatto la monda quaranta giorni in fila con le altre mondine con le gonne rialzate fino alla vita cantando a squarciagola per portare a casa un tozzo di pane nero. La sera una lavata di mani e otto ore di clavicembalo ben temperato per poter passare alla polifonia. Sferzate di sole e di acqua, di musiche e pianti, di visioni celestiali e una grande voglia di vendere l’anima al diavolo per un giorno di felicità.

Era l’epoca, Maria santissima, in cui tornando da quelle seratacce violente qualche albero lentamente frusciava e io, inaspettatamente, ti vedevo stampato nel cielo. Già allora, piccola e non creduta Bernadette, sporca di fango e di farina e di tanta, tanta follia religiosa. Con quei pochi soldi andavo da una contadina che avevano soprannominato la Baloon e che mi voleva assai bene ma io non sapevo che Baloon fosse il suo soprannome, in realtà si chiamava Rita, e il giorno in cui entrai nel suo cortile gridando a squarciagola: “signora Baloon, signora Baloon”, lei si girò infuriata e mi calò in testa un intero paniere di uova.
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Cronache di una società annunciata: sensibili banlieues

Cronache di una società annunciata«Scrivo perché voglio esistere!»: così, con un’affermazione tesa e improvvisa, simile al gancio di un pugile sul ring, Rachid Djaïdani - pugile, attore, regista e scrittore - risponde alla rituale domanda di un giornalista televisivo. Il suo romanzo Viscerale. Un grido dalla banlieue (che raggiunge ora il pubblico italiano nella bella traduzione di Ilaria Vitali per Giulio Perrone Editore) fa parte di un cospicuo gruppo di recenti pubblicazioni letterarie, in prevalenza romanzi e racconti, i cui autori rivendicano la comune provenienza dai quartieri periferici della capitale francese.

L’espressione sul volto di Rachid tradisce un’inquietudine, forse il disagio di trovarsi ingabbiato in un posticcio salottino televisivo-borghese, attento a schivare agilmente etichette e luoghi comuni sul ragazzo della banlieue, dalle misere origini e dal trascorso difficile, che ha raggiunto finalmente il successo. Djaïdani agita e contorce le mani sottili e nervose, abituate a scaricare la rabbia contro un sacco da boxe, e fa pensare a ciò che afferma un personaggio del suo romanzo: «Questi beccamorti mi rubano la parola per dire che non ho punti di riferimento, che sono una merda… Ci ho riflettuto su, è una discriminazione senz’armi, ci sterminano impedendoci di essere visibili e di avere la nostra da dire… Per fortuna, a volte tutto brucia, per far vedere che esistiamo anche noi…».

Una ferita non rimarginata

Il ManifestoGià, perché «esistere» e «parlare» sono verbi che assumono un significato ben diverso per chi è nato da genitori immigrati dall’Algeria ed è cresciuto nel «ghetto» di una banlieue parigina. Un immigrato di «seconda generazione» o «G2», si direbbe oggi con terminologia sociologica entrata nel linguaggio corrente. Un beur, nel gergo delle cité, un «arabo», un «cittadino generato dall’immigrazione»; insomma, sciogliendo le perifrasi, un potenziale delinquente, un islamista radicale in odore di terrorismo, un non-integrabile per natura, un «nemico interno» dell’identità francese.
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Il tempio di Voltumnia: il culto della terra

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoLa civiltà etrusca fu l’ultima espressione, sul suolo italiano, di una millenaria cultura le cui radici affondano nella preistoria del neolitico europeo. L’archeologa Marija Gimbutas, nel suo ultimo lavoro Le dee viventi, ha incluso l’etrusca nel novero delle civiltà derivate dalla cultura ‘matrifocale’ dell’Antica Europa (“Old Europe”). Alcuni tratti della cultura etrusca sono illuminanti: presenza di donne nelle alte cariche sociali, politiche e religiose; religione improntata al culto di divinità femminili; ritualità in connessione con speciali siti del territorio; divisione del territorio secondo le norme di una tradizionale scienza della Terra. Non secondario è il ricco campionario figurativo e iconografico utilizzato da artisti e decoratori etruschi, contraddistinto da simboli archetipici di antichissima età: il labirinto, la svastica, il cerchio solare, la sirena bicaudata, il fiore a cinque petali, l’occhio, la ruota, il reticolo.

La particolare morfologia del territorio di tipo vulcanico fu rilevante nello sviluppo della civiltà etrusca. Il limite di tante ricerche e di così numerosi scavi è stato di non aver compreso l’importanza del territorio e delle valenze attribuitegli da quel popolo. La terra, dea-terra, fu la prima divinità. Il territorio fu vissuto come il corpo fisico e concreto di una grande dea, un’incommensurabile corpo, multiforme e ricco di potere vitale e creativo. La società etrusca fu guidata da una variegata classe di sacerdoti e sacerdotesse, dediti a mantenere e regolare le giuste relazioni con l’ambiente, specialmente là dove dovevano sorgere gli insediamenti, sia sacri che civili. Per questa attitudine alla sacralità essi furono considerati, sia dai Romani che dai Greci, profondamente religiosi.

Sarebbe ingenuo pensare che tale attitudine verso la religiosità si sviluppò con l’espandersi della civiltà etrusca nel centro Italia, tra i secoli XI e VIII a.C. È più verosimile che gli Etruschi avessero ereditato la loro religione e la relativa scienza sacra da culture e civiltà che li avevano preceduti. Due illustri studiosi, Claudio De Palma e Giovanni Semerano, hanno ricostruito il retroterra di civiltà cui si riallacciava il popolo etrusco: l’area anatolica e il mare Egeo settentrionale, chiamato anche mare Tracio.
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Il gemello: un viaggio che parte in pieno Adriatico

Il gemello Michele LeoniL’uomo abbandonò il motorino appoggiandolo a un muretto prospiciente il molo. Adesso poteva buttare anche quell’ultima cosa che aveva rubato. Se l’indomani il proprietario di un simile rottame ne avesse denunciato il furto e poi qualcuno lo avesse trovato, a lui non importava nulla. L’indomani si sarebbe svegliato sull’altra sponda dell’Adriatico, con altri problemi. Viaggiare con quel pessimo arnese, scarburato, traballante, nella nebbia gelida e fitta, era stata una tortura, ma aveva dovuto arrangiarsi. Lo scafista aveva anticipato la partenza di ventiquattro ore e non c’era stato nulla da fare. Anche per uno scafista poteva tirare brutta aria.

Guardò l’orologio, era quasi mezzanotte. S’incamminò sul molo, era perfettamente in orario e il mare sembrava calmo. Si rincuorò. Navigare con simili barconi sul mare agitato, e per giunta con la nebbia, era un rischio bestiale, ma come al solito lui non aveva scelta. Doveva sempre sperare nella buona sorte, ormai. Gridò un nome in codice e lontano, in distanza, udì la risposta che sperava. Bene, poteva avanzare senza problemi. Dopo qualche passo distinse una luce fioca e udì altre parole, nella sua lingua. Si avvicinò e lentamente l’immagine di chi lo aspettava andò a fuoco. Un ragazzo di diciassette, diciotto anni, che teneva in mano una lanterna e guardava nella sua direzione con gli occhi sgranati, come se volesse bucare la nebbia. Un adolescente con la faccia quasi spaurita. Uno nuovo, non l’aveva mai visto.

“Sei tu quello che mi deve portare a bordo?”.

“Sì. Il carico è pieno, stiamo aspettando solo te”.

“Accidenti, che idea vi è venuta di anticipare di un giorno? Ho viaggiato con un trabiccolo di motore per tre ore ininterrottamente e sono ridotto a una lastra di ghiaccio. Ho il freddo anche dentro al cervello”.
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Nuove storie naturali: perché il cane

Nuove storie naturali di Alessandro Paronuzzi

Oggigiorno i programmi delle scuole, oltre alla grammatica, l’aritmetica, la geografia e la storia, tendono a includere anche l’insegnamento di nozioni per la vita quotidiana, come l’educazione civica, le norme nutrizionali, l’igiene personale, il comportamento in società e via dicendo. Ma durante le lezioni di scienze naturali gli alunni hanno maggiori probabilità d’imparare qualcosa sulle balene, i gufi o le rane che sui cani… Anche se il giovane cittadino medio non avrà mai occasione di vedere una balena dal vivo, e gufi e rane li incontrerà solo durante le rare visite allo zoo o all’acquario. Si presume, insomma, che tutti sappiano già tutto ciò che c’è da sapere sui cani grazie al loro rapporto con uno di questi animali, proprio o altrui, e che quindi non siano necessari ulteriori insegnamenti. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi, le nostre effettive conoscenze sono assai limitate.
(Stanley Coren, L’intelligenza dei cani)

Entrate in una classe e chiedete agli alunni che cos’è un cane: si scatena il putiferio, ognuno vuole dire la sua, e non rimane che mettersi alla lavagna per raccogliere le definizioni offerte; dal diffuso desiderio d’intervenire e di fornire delle risposte, sembra che tutti conoscano piuttosto bene questo animale. È una domanda trabocchetto, una mente più arguta lo fa notare: “Un cane non è una cosa!”. La domanda da porre è dunque un’altra: “Chi è un cane?”. Parimenti, per estensione: chi è un gatto? Chi è una balena? Chi è un ciliegio? Bisogna sin da subito evidenziare la peculiarità dell’essere vivente, e da questa considerazione di partenza intraprendere un sentiero di conoscenza che può essere portatore di grandi soddisfazioni.
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Elettroshock: parole per Alda

Elettroshock di Alda MeriniIl destino corre dentro rivoli meravigliosi;
luce delle luci, abisso degli abissi, regina dei sussurri,
professionista della libertà e delle prigioni,
voce del profondo,
incantevole e atroce “grande montagna su un precipizio”.
Così era Alda Merini. Nietzsche consigliava
di “costruire la casa sotto il vulcano”.
Alda abitava in un vulcano: costruiva paradisi e inferni
con grande facilità, come un camaleonte cambia
continuamente colore,
con la facilità dell’istinto e della naturalezza.
Cercava sempre di mettere alla prova gli amici;
alle sette del mattino mi chiedeva se c’erano novità
della notte.
Sentite uno degli ultimi frammenti che mi ha dettato:
“Quando non ho parole, vado a prendere la legna nel bosco
e accendo le mie speranze”, oppure:
“So che il mare è pieno di cavalli, ma io preferisco
l’illusione della mia superficie di poeta”.
Qualche aforisma:
“L’uomo è nato per correre verso l’infinito”.
“La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia”.
“Il più bel teatro da guardare è il proprio destino”.
“La morte è il grande giocattolo di Dio”.
E per finire vi dico:
“Chi va con lo zoppo impara a zoppicare,
ma zoppicare come Alda Merini è difficilissimo”.

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Epicuro, “Lettera sulla felicità”, quando si parla della longevità dei libri

Epicuro - Lettera sulla felicità

La fotografia che pubblichiamo qui sopra è stata scattata qualche giorno fa ad Arezzo, presso la libreria Edison, dove in vetrina viene segnalata la classifica dei libri più venduti dell’ultimo periodo. Un po’ stupito noi stessi per la longevità di questo piccolo ed epocale Millelire, ecco che Lettera sulla felicità di Epicuro è ancora al primo posto, oltre ad essere in classifica nei primi quindici posti dei supertascabili più venduti a livello nazionale.

Il tempio di Voltumnia: sulle tracce di Fanum

Il tempio di Voltumnia di Giovanni FeoUno dei temi centrali affrontato da chi si occupa di materia etrusca riguarda l’ubicazione del Fanum Voltumnae. L’argomento è tra i più significativi per comprendere lo spirito che permeava quella arcaica ed elusiva civiltà. Eppure, nonostante studi, ricerche, investigazioni e scavi, ancora non si conosce nulla intorno a quello che fu il maggiore luogo sacro del popolo etrusco. Fanum Voltumnae è la traduzione in latino di un’equivalente espressione etrusca, oggi non più conosciuta, che viene in genere tradotta “Tempio di Voltumna”, sebbene la parola fanum, di derivazione etrusca (fanu), indicasse in origine qualcosa di diverso da un semplice edificio templare che, in latino, troviamo indicato con templum.

Il fanum fu un sito sacro presso un ambiente naturale reputato prodigioso, anche di estese proporzioni, spesso un bosco consacrato a divinità femminili: il Fanum di Feronia (Fiano Romano), di Diana (Nemi), di Fortuna (Fano), solo per citare i più noti. L’associazione tra divinità femminile e bosco sacro risale alla preistoria e fu celebrata nella archetipica figura della dea o signora delle fiere, patrona dei boschi e della vita selvaggia. Diana, Cibele, Artemide, Feronia furono i diversi nomi, in luoghi diversi, della Signora dei boschi e delle fiere, spesso venerata presso carismatici luoghi di acque, laghi, promontori, isole e sorgenti. Nella religione dei druidi celtici al fanum corrispondeva il nemeton, il bosco sacro di querce dove i Celti convenivano per le grandi celebrazioni annuali. Nella Grecia arcaica il più celebre bosco sacro di querce fu a Dodona, in Epiro.

In età romana, con lo sviluppo dell’edilizia architettonica, la parola fanum assunse significati omologhi a quella di templum, divenendone sinonimo, a significare il classico tempio edificato in muratura secondo canoni architettonici tradizionali. Il significato più antico della parola indica uno speciale sito sacro dove, da età remote, si perpetuava il primordiale culto dei boschi, delle acque e, più estesamente, della terra e del territorio.
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