Voglio vivere così: “bisogna prima di tutto capire; sì, capire anche le cause di questo tipo di terrorismo”

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiAnsoino Andreassi non fa sconti, e delinea chiaramente la possibilità che all’interno delle forze di polizia si applichino diverse “filosofie”, con immediate e robuste conseguenze sul piano operativo, a partire dall’approccio con coloro che sono sospettati di essere terroristi o vengono arrestati in quanto tali. La scelta dell’autore (filtrata dalle riflessioni e dai comportamenti di Guido, poliziotto che ha nel romanzo un ruolo centrale) è univocamente nel senso del rispetto – sempre e comunque dovuto – e per la persona e per le regole democratiche.

Nello stesso tempo Andreassi sottolinea (ed è di speciale rilievo che lo faccia proprio un poliziotto nato e cresciuto, istituzionalmente parlando, per la repressione dei delitti…) che “bisogna prima di tutto capire; sì capire anche le cause di questo tipo di terrorismo… Certo non tocca a noi (poliziotti) intervenire sulle cause, ma noi possiamo aprire gli occhi ai nostri politici. Ci vuole una strategia antiterrorismo a trecentosessanta gradi. L’azione repressiva può non bastare”. Parole sacrosante (quanto quelle che ci ricordano come “cercare di capirne le cause non vuol dire giustificare un fenomeno”), ma che al tempo stesso pongono interrogativi piuttosto sconfortanti sulla capacità della politica italiana di affrontare i problemi del crimine organizzato (non solo terroristico ma anche mafioso) senza limitarsi alla solita, comoda delega a forze dell’ordine e magistratura.

Andreassi sa bene quanta importanza abbia avuto l’intuizione che il terrorismo andava sconfitto non solo sul piano investigativo-giudiziario ma anche (se non soprattutto) sul piano politico. Bisognava isolarlo, andando nei quartieri, nelle scuole, nei circoli, nelle sedi di partito e del sindacato, nelle parrocchie e nelle fabbriche per parlare con la gente, per rendere la cittadinanza consapevole che il terrorismo era una minaccia non solo per le possibili vittime, ma per tutti, in quanto fattore di imbarbarimento della vita civile e di progressiva involuzione in senso reazionario del sistema. Bisognava fare chiarezza, spazzando via tutte quelle incertezze e ambiguità (anticamera di contiguità e connivenze) che erano state – agli inizi – presenti soprattutto a sinistra.

E lo si fece con gli strumenti della democrazia (riunioni e confronto), dimostrando così la forza delle istituzioni e riuscendo a tagliare un bel po’ di erba sotto le gambe dei brigatisti, posto che la rivoluzione presuppone – per avere qualche probabilità di successo – il venir meno di ogni fiducia nelle istituzioni. A Torino, Palazzo d’Inverno di tutti gli estremismi italiani, in quanto città della Fiat, città operaia, città comunista per antonomasia, capace perciò di esercitare una speciale “attrattiva” sui vari gruppi terroristici autoproclamatisi “partiti comunisti combattenti”, a Torino il mezzo principale con cui si conseguirono questi risultati furono le assemblee.

Assemblee cui parteciparono anche, con ruoli spesso centrali, magistrati e poliziotti e che i terroristi definivano “di guerra”, quando invece si ispiravano proprio al quadro complessivo che Andreassi ben definisce enunziando l’insufficienza della sola azione repressiva.


Voglio vivere così - Esistenze negli anni di piombo di Ansoino Andreassi
Prefazione di Gian Carlo Caselli
Collana Senza Finzione
270 pagine
ISBN: 978-88-6222-115-3

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