Più commons, meno copyright

La fine del copyright di Joost Smiers e Marieke van SchijndelDopo e oltre il copyright, è forse vero che esiste solo la pirateria generalizzata, come vorrebbero farci credere le major dell’intrattenimento e alcuni politici europei? Nient’affatto: la condivisione di conoscenza e la creazione di un mercato culturale aperto sono scenari possibili. Anzi auspicabili. Qui e ora. L’ennesima conferma arriva da due recenti iniziative di respiro internazionale ma ben radicate in Italia: il lancio del Manifesto del Pubblico Dominio e la pubblicazione del libro La fine del copyright: Come creare un mercato culturale aperto a tutti, di Joost Smiers e Marieke van Schijndel (Stampa Alternativa).

Il primo è frutto del lavoro di esperti e addetti ai lavori all’interno di Communia, progetto europeo dedito al pubblico dominio digitale coordinato dal Centro NEXA su Internet & Società del Politecnico di Torino. Il documento sintetizza i principi alla base dei “commons” e propone una serie di specifiche raccomandazioni per assicurarne la vitalità, volendo ricordare a tutti i cittadini, e in particolare ai policy-maker, il ruolo cruciale di questo bene comune per lo sviluppo della cultura, ancor più nelle società contemporanee a ragione definite “della conoscenza”.

Chips&Salsa - Il ManifestoIl secondo propone invece di accettare con serenità l’inevitabile morte del copyright per come lo conosciamo, in modo da ridisegnare le norme internazionali sul diritto d’autore alla luce degli odierni (e futuri) scenari tecnologici. Eliminando i conglomerati industriali e il diritto proprietario sulla cultura, e creando al contempo un’economia orizzontale e fluida, sarà possibile dare concretezza alla diversità e al pluralismo che caratterizzano una società aperta e democratica, dove le opportunità economiche e culturali vengano create e distribuite su base paritaria.

Si tratta in sostanza di due iniziative che vanno a braccetto, proponendo un doppio binario di percorsi praticabili. In che modo? Ce lo spiegano i diretti interessati, cominciando con Philippe Aigrain, tra gli estensori del Manifesto del Pubblico Dominio e autore di numerosi saggi sul tema, incluso Causa Comune: L’informazione tra bene comune e proprietà (Stampa Alternativa, 2007): «L’affermazione ‘più commons e meno copyright’ è al contempo concreta e programmatica. Per comprenderne la concretezza, occorre prendere in considerazione non soltanto quello che gli avvocati definiscono pubblico dominio, ma una serie di altri fattori: ciò che non può essere oggetto di proprietà, neppure dopo l’estensione di brevetti e copyright (idee, fatti, forme espressive); ciò che viene condiviso in maniera volontaria (software libero, opere sotto Creative Commons) o tacita (blog, siti web); ciò che viene condiviso de facto come il peer-to-peer; e i diritti riconosciuti come citazioni, parodie, usi consentiti e diffusi. Considerando quest’insieme, abbiamo un continente di enormi proporzioni, ben più ampio dei contenuti su cui vige il copyright. Il motivo per cui in genere non ce ne rendiamo conto è che tendiamo a considerare soltanto le statistiche delle vendite e ai grandi successi, non agli scambi non-commerciali e all’economia che ne deriva».

Rincara la dose Joost Smiers, Professore Emerito di scienze politiche e artistiche presso la Utrecht School of the Arts e affermato studioso internazionale: «Oltre a essere anti-democratico, il copyright è una forma di censura. Oggi non possiamo modificare un’opera musicale, un film, un libro o un’immagine: siamo solo dei consumatori passivi. Invece in tutte le società da sempre i lavori altrui vengono utilizzati per dar vita a nuove melodie, testi, e così via. Così dovrebbero operare quelle società che si auto-definiscono democratiche. Il pubblico dominio è quello spazio fisico e mentale dove possiamo riflettere sul senso di tali opere e rivisitarle. Uno spazio pubblico da apprezzare e riconquistare, ancor più considerato il sistema della proprietà intellettuale che ci ha resi cittadini impotenti e inattivi. E l’odierna digitalizzazione sta riportandoci a quei tempi e culture in cui la modifica e l’adattamento delle espressioni artistiche è qualcosa di ampiamente accettato, finanche stimolato. A livello sociale, occorre molto impegno, e un clima di diffusa criminalizzazione, per obbligare la gente a non trarre vantaggio dagli strumenti digitali che consentono il rapido taglia, copia e incolla».

Proprio in quanto cittadini, oltre che membri di istituzioni pubbliche e private, come possiamo concretizzare al meglio l’economia degli scambi non-commerciali e riconquistare spazi di cultura condivisa?

«L’idea dietro la mia analisi è che occorra creare un terreno di gioco uguale per tutti – spiega Joost Smiers – un level playing field concreto ed efficace dove possa prosperare un’ampia varietà di imprenditori culturali, che siano artisti o ricercatori, produttori o committenti – anziché i pochi conglomerati industriali che oggi dominano il mercato marginalizzando sempre più questa larga fascia di soggetti creativi, sottraendoli così all’attenzione del pubblico. In assenza di tali conglomerati e mancando la tutela del diritto d’autore, emergerebbe una gran varietà di artisti e l’espressione culturale non potrebbe più essere privatizzata. Un’ottima notizia per i commons, perché così potremmo usare l’enorme raccolta di conoscenza e creatività sviluppata in comune come società. Non a caso l’ultima parte del libro affronta l’era post-copyright, delineando alcuni casi di studio e proponendo esempi pratici nel campo dell’editoria, della musica, del cinema e delle arti figurative. E dopo il fallimento del neoliberismo, esistono sufficienti motivi per convincere la maggior parte delle nostre popolazioni sull’urgenza e l’inevitabilità di mettere in piedi diverse relazioni imprenditoriali. In ambito globale, gran parte dei diritti di proprietà intellettuale sono nelle mani di aziende occidentali, le quali spingono i Paesi più o meno poveri a implementare analoghi diritti in loco. Di conseguenza, assistiamo a enormi trasferimenti di capitali dai Paesi già poveri a quelli già ricchi. Ovviamente ciò non può aiutare la crescita delle nazioni in via di sviluppo».

Secondo Philippe Aigrain, «non si tratta di una sfida semplice, perché bisogna che la gente comprenda appieno il valore autonomo e irriducibile dei commons e delle relative attività, in opposizione a quello monetario. Parallelamente dobbiamo considerare sotto nuova luce la macro-economia e le risorse essenziali della conoscenza condivisa. In ogni caso, criminalizzare le infrazioni al copyright per usi ‘not-for-profit’ è un’incredibile furto ai danni dei beni socialmente condivisi. La condivisione è uno dei pilastri della nostra cultura condivisa e il primo passo per passare dalla pura ricezione di un’opera ad attività quali critica, suggerimenti, rifacimenti amatoriali, etc. Dobbiamo smetterla di scusarci per perseguire tali attività. Quanti pensano di poter privare un miliardo e mezzo di persone degli strumenti digitali per condividere cultura, un giorno verranno definiti oscurantisti. Pur se non possiamo ignorare la necessità di reperire nuove fonti di sostegno economico per le attività creative. Penso, ad esempio, una ‘flat-rate’ per un fondo comune per gli artisti e il riconoscimento del diritto alla condivisione non-commerciale in ambito digitale. E come per altri processi legati alla globalizzazione, è il caso dei brevetti, occorre evitare al massimo l’imposizione dei formali trattati internazionali, con effetti potenzialmente nefasti sia nei Paesi via di sviluppo che nel mondo occidentale».

http://bernyblog.wordpress.com/

(Questo articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 13 febbraio 2010)


La fine del copyright – Come creare un mercato culturale aperto a tutti di Joost Smiers e Marieke van Schijndel
Collana Eretica
168 pagine
ISBN: 978-88-6222-108-5

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