Elogio del turpiloquio: tenere lontano il male in maniera ironica

Elogio del turpiloquio di Romolo Giovanni CapuanoCome spiegare la tenacia ossessiva di ogni epoca nel mettere a freno il linguaggio turpe, nell’ordinarlo all’interno di confini prevedibili? A fronte della compatta condanna che il senso comune esprime, ancora oggi, nei confronti del turpiloquio, come interpretare la necessità storica di impedirne la dicibilità? Non sarà che, dietro queste riprovazioni apparentemente universali, si nascondono bisogni inconfessabili? Che, smettendo le maschere dell’indignazione, ci si trovi di fronte al fatto che assolve importanti funzioni sociali?

I testi in questo libro raccolti sembrano parlare a conferma di questo sospetto. Essi provengono da autori, tradizioni, tempi e Paesi diversi, ma hanno in comune una sensibilità eccentrica nei confronti del turpiloquio, che non è scanzonato, goliardico ammiccamento, ma convinzione sincera, anche se espressa in maniera ironica o seria, teoricamente consapevole o accidentale.

La prima testimonianza, in tal senso, ci viene da I Fioretti di san Francesco d’Assisi (1181-1226), una delle opere fondamentali della religiosità popolare cattolica e italiana, nonché tra le più lette da sempre.

Come è noto, i Fioretti sono il volgarizzamento anonimo di tradizioni orali già esistenti e straordinariamente popolari, tanto da essere sovente recitate dai predicatori medievali in piazza e nelle chiese. Il primo a farne un testo scritto fu probabilmente il frate francescano Ugolino da Monte Santa Maria tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, ma altri sicuramente aggiunsero passi e storie. I Fioretti sono una raccolta di episodi della vita di S. Francesco selezionati in base a parametri di edificazione morale, ed è paradossale che tale edificazione sia affidata, in qualche caso, a un linguaggio sboccato e poco consono alla religione.

Lo dimostra il capitolo 29, qui riportato, in cui il messaggio di elevamento spirituale è delegato a una parolaccia terribile che non ci aspetteremmo dalla bocca di un santo, ma che pure sortisce un effetto sorprendente, proprio nei confronti di quel nemico della cristianità per eccellenza – il demonio – che, secondo il senso comune (sempre lui) dovrebbe essere invece colui che spinge a bestemmiare e inveire e che, invece, posto dinanzi a una volgare imprecazione, alza i tacchi e si ritira inorridito. Per quanto ci sorprenda il fatto che un santo possa essere così volgare, la tradizione popolare riconosce un indubbio valore a queste locuzioni scatologiche che, del resto, noi stessi adoperiamo per tenere lontani guai e problemi.

Nella vita quotidiana è facile udire frasi come “In culo alla balena”; “In bocca al lupo” o, in inglese, Break a leg, che, se interpretate letteralmente, sarebbero considerate puri insulti e che, come auspici, sono invece spesso preferite ai normali auguri di buona fortuna. Queste frasi posseggono la peculiarità di tenere lontano il male in maniera ironica. Del resto, chi è molto fortunato ha un “culo sfacciato”.


Elogio del turpiloquio – Letteratura, politica e parolacce di Romolo Giovanni Capuano
Collana Fiabesca
128 pagine
ISBN: 978-88-6222-114-6

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