Nacqui settimino: il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso
Una mattina Paolino principiò a tossire, fu tirato su dal lettino, non respirava più. Susanna strillava, gli mollò due sonori ceffoni, lo sbatté a capo all’ingiù, finché il giovane trombettiere finalmente scoppiò a piangere. L’ambulanza, a sirene spiegate, irruppe al Santa Chiara di Pisa. Nella nottata, il bimbo riandò in apnea. L’infermiera dormicchiava sulla sdraio celeste, con le corde di plastica, quando squillò il campanello, corse nella camera e capì che la comare secca lo ghermiva, con le dita rapaci. Le si avventò contro, dette ossigeno e il piccolo Solatii ritornò tra noi. Una settimana prima, un bimbetto d’un anno se n’era andato al creatore, per un attacco di pertosse come quello, me lo raccontò mia cugina Elena, sottovoce.
Tutte le sere arrivavo all’ospedale. Paolino s’attaccava avido alle ciucce, nel reparto la mamma la tenevano su di peso, rifilandole bistecche di vitello alte tre dita. Nelle due settimane d’ospedale dormii all’albergo Aliberti, nel padule del Bientina. Seguivo la logistica dello stabilimento, tenevo d’occhio il piccolo trombettiere al Santa Chiara, e in più inciampai in una variante pericolosa. Da tempo, con Livia Zini, la collega che seguiva le banche, ci lanciavamo degli sguardi intensi, i nostri occhi parlavano da soli, una gran bella femmina, rossa, il nasino all’insù, la carnagione bianca come il marmo di Carrara, fianchi a mandolino e concreta di carattere.
In un momento di debolezza poetica le regalai Tropico del Capricorno di Henry Miller. Il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso. Dio santo! Henry come hai fatto a scrivere così? Ti avessi davanti ti abbraccerei! Henry vieni qui! Per la miseria, Henry non scappare. Mi hai fatto lacrimare il cuore! Sì! Uno dei migliori libri del vecchio secolo. Potresti non avere fatto un cazzo, non aver concluso altro nella tua vita, se non allungato i piedi sul tavolo e bevuto birra! Henry! Cristo! Henry, hai scritto Tropico del Capricorno!
Le consegnai il pacchetto incartato col fiocco rosso, Livia, quello che incrociavi nei corridoi, non era solo un bischero in cravatta e giacchetta, che s’occupava di vernici. Per tutta la sera la rintontii di chiacchiere, la femmina mi scrutava ironica, quando presi a cianciare di Henry Miller s’arrese. Avevo ancora in serbo siluri di potenza spaventosa, il primo della lista lo smilzo Post Office, di nasone zio Bukowski. Se ne andò alle sei, il profumo rimase nelle lenzuola, mi riaddormentai, scivolavo nel buco del culo del mondo, qualche metro di sudiciume me lo sentivo sopra le spalle, era paglia, piscio e merda di concimaia. La mattina, davanti al cappuccino sfogliai il giornale, al bar dell’albergo, telefonai alla mogliettina, al Santa Chiara, tutto procedeva regolarmente. Mi domandai se la meritavo, leggiucchiando l’intervista dell’allenatore della Fiorentina.
Nella giornata saltai da un problema a quell’altro, senza risolverne uno, avevo il cervello in pappa! Tamponai le urgenze, feci la voce grossa coi fornitori e un caporeparto, mi sfogai come potevo, ero un mulino che macinava acqua, avevo sempre qualche rompiballe che mi ronzava intorno. Cercai Livia, l’aria assorta, dei fogli in mano, sgambettavo di buon passo. Tornai indietro deluso, sfiorai la stanza del capo, Renzo Palmiri, percorsi l’ultimo tratto che costeggiava il commerciale. In bella mostra, sul mio tavolo, trovai un biglietto: “Contattare il dottor Pellicci. Urgente!”
Rauco, la voce del direttore amministrativo mi sorprese, sopra la camicia celeste, portava un foulard blu e rosso. Mi mostravo sciolto, accomodante, però non abbassavo la guardia, anche se quella voce da trombone sfiatato muoveva a compassione. Guido Pellicci, aveva una corposa gavetta alle spalle, ragioniere, braccato dal lavoro, laurea in economia e commercio presa a scappatempo, un cervellino fino!
“Vorrei la scheda dello smalto Aurora, il barattolo e il peso specifico, anche i prezzi di vendita!”
“D’accordo, in mattinata glieli faccio avere. Dottore, ha preso un bel mal di gola!”
“Mi sono alzato così, ieri sera stavo bene. Senta Solatii, rivedremo la contabilità industriale, anche Palmiri finalmente si è convinto, vorrei che se ne occupasse lei”.
Nacqui settimino - Quanto camminai prima d’arrivare in fabbrica e dar battaglia di Sandro Bartolini
Collana Eretica
176 pagine
ISBN: 978-88-6222-112-2
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