Mani Pulite, quel colpo di stato che resta solo fantapolitica

Golpe Di Pietro di Matteo MontanQualche settimana fa, mentre curiosavo tra le bancarelle dei libri usati, mi è capitato tra le mani un vecchio opuscoletto di Stampa Alternativa, della famosa serie dei “Millelire”. Un racconto di fantapolitica di Matteo Montan (all’epoca redattore della Gazzetta di Parma e collaboratore del Corriere della Sera, adesso direttore di Buongiorno s.p.a. un’agenzia che produce servizi informativi e di intrattenimento per la Rete), intitolato Golpe Di Pietro. Pubblicato all’inizio del 1994, il racconto immagina la presa del potere del pool dei magistrati di Milano, sull’onda delle inchieste di “Mani pulite”.

La fantapolitica ha una non trascurabile tradizione nel nostro paese. Senza pretendere di tracciare una genealogia completa basterà fare due esempi particolarmente significativi. In occasione della campagna elettorale del 1948, quando era in ballo l’appartenenza dell’Italia al campo dei paesi liberi, Leo Longanesi ispirò un racconto epistolare diffuso in molte decine di migliaia di esemplari (D. Martucci, U. Ranieri, Non votò la famiglia De Paolis. Lettere scritte domani), dove si immaginava un diverso e catastrofico esito delle elezioni. Alcuni decenni dopo, negli anni settanta del secolo scorso, divenne un best-seller (oltre mezzo milione di copie vendute), il romanzo Berlinguer e il professore, pubblicato anonimo ma opera di uno dei più brillanti notisti politici del Corriere della Sera, Gianfranco Piazzesi. Nel libro si descriveva, tra il serio ed il faceto, l’andata in porto del compromesso storico. In sostanza il canovaccio narrativo serviva a Piazzesi come un pretesto per prendere in giro vizi e meschinerie dei palazzi romani.

Il libretto di Montan ha avuto meno fortuna di questi predecessori più noti. Pure, letto ad alcuni lustri dalla sua stesura non solo regge bene l’usura del tempo, ma risulta per molti versi illuminante. Anzitutto il racconto fotografa bene l’atmosfera di un preciso momento storico, che molti di noi hanno vissuto, ma che è scivolato man mano via dalla comune percezione. Intendo parlare di quel senso di liberazione, di sollievo quasi, che accompagnò l’estendersi a macchia d’olio delle inchieste giudiziarie relative al mondo politico. Una luna di miele tra magistratura e opinione pubblica (al di là degli schieramenti politici) durata solo pochi mesi. Il racconto è anzitutto il portato di quella stagione, nella quale non ci si chiedeva tanto come sarebbe andata a finire, ma si viveva la soddisfazione di veder cadere in disgrazia tanti uomini politici che non era mai stato possibile avvicendare con il voto.
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Una copia di “Vino e Bufale” per Morgan

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaAiutiamo Morgan, Bruno Vespa e Giorgia Meloni: per loro una copia di Vino e bufale. Bruno Vespa ha dedicato un’intera puntata di “Porta a porta” alla vicenda di Morgan e al suo rapporto con le droghe cosiddette illegali. Il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni ha accusato il cantante di “fare apologia del crack”. Nessuno in trasmissione ha ricordato i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo i quali la prima causa di mortalità per i giovani europei tra i 15 e i 29 anni è sì una droga, ma si chiama alcol.

Numerosi autorevoli studi internazionali classificano infatti l’alcol tra le droghe più pesanti a livello neurobiologico, e più devastanti per le ripercussioni sociali e gli effetti sulla salute. La trasmissione è andata in onda proprio nella giornata mondiale dedicata alla lotta al cancro: l’alcol è la seconda causa evitabile di tumore dopo la nicotina, ma questo in Italia non si può dire, perché nel nostro Paese il principale veicolo di assunzione di questa droga si chiama vino.

Fa un certo effetto vedere proprio Bruno Vespa nel ruolo di giudice severo contro tutte le droghe, lui che quando c’è da parlare di vino e salute chiama nel suo studio Lino Toffolo, Antonella Clerici, Marisa Laurito e Al Bano, lui che di fronte a chi si dichiara astemio replica: “E’ una tragedia, come le è successa?”. Fa un certo effetto vedere il ministro Giorgia Meloni dire che abbiamo commesso un gravissimo errore culturale, facendo dei distinguo tra droghe più o meno nocive, più o meno pesanti, mentre va detto in modo chiaro che tutte le droghe fanno male e vanno evitate.
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Elogio del turpiloquio: il populismo moderno, linguaggio volutamente povero e fortemente emotivo

Elogio del turpiloquio di Romolo Giovanni CapuanoLeggendo il testo qui proposto, due appaiono le funzioni ‘positive’: innanzitutto, il turpiloquio ha una chiara funzione apotropaica. Serve, cioè, a tenere lontano il male, proprio come un amuleto o un esorcismo. E, in effetti, l’espressione che Francesco suggerisce a frate Ruffino per allontanare il demonio ha tutto il sapore di una formula magica, uno scongiuro teso a fin di bene, da rispettare alla lettera per ottenere gli effetti auspicati.

Il turpiloquio funge da strumento di comunicazione per raggiungere il popolo minuto – vero destinatario dei Fioretti – e sfrutta la sua attitudine terrestre, verace, emotivamente intensa per produrre un effetto di verità, quasi che la parolaccia, di per sé, significasse autenticità. Il turpiloquio, in effetti, sembra conferire genuinità, impeto e stile pungente alla frase. Si fa carico di dire ciò che non deve dire e di non tacere ciò che sa. Marca una sintassi della vicinanza che scatena empatia e identificazione con chi non ha bisogno di paroloni per affermare il suo punto di vista. Dice “pane al pane” senza infingimenti. O, almeno, così viene percepito.

Se consapevolmente biasimiamo chi inveisce oscenamente, tendiamo a riconoscergli, in date circostanze, una reputazione di maggiore onestà e candore perché riteniamo che solo chi è sincero e “parla come mangia” è affidabile. Tale credito deriva dal fatto che tendiamo a interpretarlo come una forma di eloquio non filtrata, che sprigiona direttamente dai recessi più profondi dell’anima. Di questa verità dell’anima sono intrisi i Fioretti, che devono la propria popolarità, fra l’altro, anche al linguaggio spontaneo che li caratterizza e che, presso il popolo, era certo più efficace comunicativamente del latinorum degli alti prelati.
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Nacqui settimino: Clay picchia, non t’arrendere, balla sul ring

Nacqui settimino di Sandro BartoliniUnited States, arrivavano le immagini di Joe Frazier e Cassius Clay, in mutandoni. I pugili si erano tolti gli accappatoi, i secondi avevano raccolto gli sgabelli, l’arbitro Mercante, un bianco, piccolo, nel mezzo ai due negri. Frazier più basso, tozzo, Muhammad Alì lo superava di almeno quindici centimetri. Clay l’avrebbe legnato quel tappo, bastardo, di Frazier. Si scazzottarono per tutte le quindici interminabili riprese, noi Solatii stavamo per Clay! Danzava il vecchio Cassius Clay e sfotteva Frazier, aveva la lingua lunga.

Bastardo d’un Frazier! La lingua non gliela porterai via! Hai capito? Nessuno lo farà stare zitto! È lui il vero campione. Sì! Il più grande! Sul ring Cassius Clay ballava, pativamo con lui. Il piccolo Joe Frazier pareva un fabbro, jab sinistro, jab destro, Cassius cianciava, ballava sul quadrato. I due giganti sanguinanti, in mutandoni hawaiani, si stringevano alle corde, uppercut, gancio sinistro, diretto destro.

Muhammad Alì si allontana da Frazier, balla sul ring, come una volta, un gancio lo colpisce alla testa. Chiudilo Clay. Muoviti! Quel bastardo ti gonfia. Vai ora! Coraggio! Picchia duro! Uno, due tre diretti di Clay centrano Frazier. Quadrato, piccolo, mancino, Joe avanza come un toro. Destro di disturbo, gancio sinistro, corpo a corpo. Frazier sanguina dal naso, dalla bocca, l’occhio sinistro gonfio, anche Cassius Clay sanguina. I pugili si tengono alle corde, due maschere di sangue. Dai campione! Clay picchia! Non t’arrendere! Balla sul ring! Nell’ultima ripresa, un sinistro di Joe Frazier centra Clay alla testa. Il campione, il nostro eroe, il più grande di tutti i tempi va giù!
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Voglio vivere così: “bisogna prima di tutto capire; sì, capire anche le cause di questo tipo di terrorismo”

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiAnsoino Andreassi non fa sconti, e delinea chiaramente la possibilità che all’interno delle forze di polizia si applichino diverse “filosofie”, con immediate e robuste conseguenze sul piano operativo, a partire dall’approccio con coloro che sono sospettati di essere terroristi o vengono arrestati in quanto tali. La scelta dell’autore (filtrata dalle riflessioni e dai comportamenti di Guido, poliziotto che ha nel romanzo un ruolo centrale) è univocamente nel senso del rispetto – sempre e comunque dovuto – e per la persona e per le regole democratiche.

Nello stesso tempo Andreassi sottolinea (ed è di speciale rilievo che lo faccia proprio un poliziotto nato e cresciuto, istituzionalmente parlando, per la repressione dei delitti…) che “bisogna prima di tutto capire; sì capire anche le cause di questo tipo di terrorismo… Certo non tocca a noi (poliziotti) intervenire sulle cause, ma noi possiamo aprire gli occhi ai nostri politici. Ci vuole una strategia antiterrorismo a trecentosessanta gradi. L’azione repressiva può non bastare”. Parole sacrosante (quanto quelle che ci ricordano come “cercare di capirne le cause non vuol dire giustificare un fenomeno”), ma che al tempo stesso pongono interrogativi piuttosto sconfortanti sulla capacità della politica italiana di affrontare i problemi del crimine organizzato (non solo terroristico ma anche mafioso) senza limitarsi alla solita, comoda delega a forze dell’ordine e magistratura.

Andreassi sa bene quanta importanza abbia avuto l’intuizione che il terrorismo andava sconfitto non solo sul piano investigativo-giudiziario ma anche (se non soprattutto) sul piano politico. Bisognava isolarlo, andando nei quartieri, nelle scuole, nei circoli, nelle sedi di partito e del sindacato, nelle parrocchie e nelle fabbriche per parlare con la gente, per rendere la cittadinanza consapevole che il terrorismo era una minaccia non solo per le possibili vittime, ma per tutti, in quanto fattore di imbarbarimento della vita civile e di progressiva involuzione in senso reazionario del sistema. Bisognava fare chiarezza, spazzando via tutte quelle incertezze e ambiguità (anticamera di contiguità e connivenze) che erano state – agli inizi – presenti soprattutto a sinistra.
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Aldo Penna e “Il silenzio imperfetto” ospiti di “Tempi dispari”, RaiNews24

Il silenzio imperfetto di Aldo PennaAldo Penna è stato nei giorni scorsi intervistato da RaiNews24, all’interno della rubrica “Tempi dispari”, a proposito del suo libro Il silenzio imperfetto e delle iniziative digitali che sono partite accanto all’uscita del romanzo. Tra queste ricordiamo i centovideoclip per un romanzo e le attività che sono in corso di svolgimento di Facebook. Intanto qui sotto l’intervista ad Aldo, divisa in due parti.


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Più commons, meno copyright

La fine del copyright di Joost Smiers e Marieke van SchijndelDopo e oltre il copyright, è forse vero che esiste solo la pirateria generalizzata, come vorrebbero farci credere le major dell’intrattenimento e alcuni politici europei? Nient’affatto: la condivisione di conoscenza e la creazione di un mercato culturale aperto sono scenari possibili. Anzi auspicabili. Qui e ora. L’ennesima conferma arriva da due recenti iniziative di respiro internazionale ma ben radicate in Italia: il lancio del Manifesto del Pubblico Dominio e la pubblicazione del libro La fine del copyright: Come creare un mercato culturale aperto a tutti, di Joost Smiers e Marieke van Schijndel (Stampa Alternativa).

Il primo è frutto del lavoro di esperti e addetti ai lavori all’interno di Communia, progetto europeo dedito al pubblico dominio digitale coordinato dal Centro NEXA su Internet & Società del Politecnico di Torino. Il documento sintetizza i principi alla base dei “commons” e propone una serie di specifiche raccomandazioni per assicurarne la vitalità, volendo ricordare a tutti i cittadini, e in particolare ai policy-maker, il ruolo cruciale di questo bene comune per lo sviluppo della cultura, ancor più nelle società contemporanee a ragione definite “della conoscenza”.

Chips&Salsa - Il ManifestoIl secondo propone invece di accettare con serenità l’inevitabile morte del copyright per come lo conosciamo, in modo da ridisegnare le norme internazionali sul diritto d’autore alla luce degli odierni (e futuri) scenari tecnologici. Eliminando i conglomerati industriali e il diritto proprietario sulla cultura, e creando al contempo un’economia orizzontale e fluida, sarà possibile dare concretezza alla diversità e al pluralismo che caratterizzano una società aperta e democratica, dove le opportunità economiche e culturali vengano create e distribuite su base paritaria.
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Elogio del turpiloquio: tenere lontano il male in maniera ironica

Elogio del turpiloquio di Romolo Giovanni CapuanoCome spiegare la tenacia ossessiva di ogni epoca nel mettere a freno il linguaggio turpe, nell’ordinarlo all’interno di confini prevedibili? A fronte della compatta condanna che il senso comune esprime, ancora oggi, nei confronti del turpiloquio, come interpretare la necessità storica di impedirne la dicibilità? Non sarà che, dietro queste riprovazioni apparentemente universali, si nascondono bisogni inconfessabili? Che, smettendo le maschere dell’indignazione, ci si trovi di fronte al fatto che assolve importanti funzioni sociali?

I testi in questo libro raccolti sembrano parlare a conferma di questo sospetto. Essi provengono da autori, tradizioni, tempi e Paesi diversi, ma hanno in comune una sensibilità eccentrica nei confronti del turpiloquio, che non è scanzonato, goliardico ammiccamento, ma convinzione sincera, anche se espressa in maniera ironica o seria, teoricamente consapevole o accidentale.

La prima testimonianza, in tal senso, ci viene da I Fioretti di san Francesco d’Assisi (1181-1226), una delle opere fondamentali della religiosità popolare cattolica e italiana, nonché tra le più lette da sempre.

Come è noto, i Fioretti sono il volgarizzamento anonimo di tradizioni orali già esistenti e straordinariamente popolari, tanto da essere sovente recitate dai predicatori medievali in piazza e nelle chiese. Il primo a farne un testo scritto fu probabilmente il frate francescano Ugolino da Monte Santa Maria tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, ma altri sicuramente aggiunsero passi e storie. I Fioretti sono una raccolta di episodi della vita di S. Francesco selezionati in base a parametri di edificazione morale, ed è paradossale che tale edificazione sia affidata, in qualche caso, a un linguaggio sboccato e poco consono alla religione.
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Nacqui settimino: il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso

Nacqui settimino di Sandro BartoliniUna mattina Paolino principiò a tossire, fu tirato su dal lettino, non respirava più. Susanna strillava, gli mollò due sonori ceffoni, lo sbatté a capo all’ingiù, finché il giovane trombettiere finalmente scoppiò a piangere. L’ambulanza, a sirene spiegate, irruppe al Santa Chiara di Pisa. Nella nottata, il bimbo riandò in apnea. L’infermiera dormicchiava sulla sdraio celeste, con le corde di plastica, quando squillò il campanello, corse nella camera e capì che la comare secca lo ghermiva, con le dita rapaci. Le si avventò contro, dette ossigeno e il piccolo Solatii ritornò tra noi. Una settimana prima, un bimbetto d’un anno se n’era andato al creatore, per un attacco di pertosse come quello, me lo raccontò mia cugina Elena, sottovoce.

Tutte le sere arrivavo all’ospedale. Paolino s’attaccava avido alle ciucce, nel reparto la mamma la tenevano su di peso, rifilandole bistecche di vitello alte tre dita. Nelle due settimane d’ospedale dormii all’albergo Aliberti, nel padule del Bientina. Seguivo la logistica dello stabilimento, tenevo d’occhio il piccolo trombettiere al Santa Chiara, e in più inciampai in una variante pericolosa. Da tempo, con Livia Zini, la collega che seguiva le banche, ci lanciavamo degli sguardi intensi, i nostri occhi parlavano da soli, una gran bella femmina, rossa, il nasino all’insù, la carnagione bianca come il marmo di Carrara, fianchi a mandolino e concreta di carattere.

In un momento di debolezza poetica le regalai Tropico del Capricorno di Henry Miller. Il vecchio Henry ci andava giù duro ma era meraviglioso. Dio santo! Henry come hai fatto a scrivere così? Ti avessi davanti ti abbraccerei! Henry vieni qui! Per la miseria, Henry non scappare. Mi hai fatto lacrimare il cuore! Sì! Uno dei migliori libri del vecchio secolo. Potresti non avere fatto un cazzo, non aver concluso altro nella tua vita, se non allungato i piedi sul tavolo e bevuto birra! Henry! Cristo! Henry, hai scritto Tropico del Capricorno!
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Voglio vivere così: la storia recente è come un puzzle complicato

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiIl romanzo di Ansoino Andreassi affronta i temi del terrorismo politico di sinistra secondo un’ottica particolare. Delinea i percorsi di vita dei protagonisti, sia quelli che sceglieranno di praticare la violenza politica o saranno ad essa contigui, sia quelli che si troveranno ad operare su sponde contrapposte.

Speciale attenzione, intrecciata con considerazioni critiche che sanno dare ai problemi la giusta dimensione, è riservata – nei dialoghi e nell’inquadramento delle situazioni – alla prospettiva, presente in molti giovani di allora, di porsi con assoluta radicalità nella vita sociale: prospettiva che per alcuni finirà per essere una forte componente della propensione alla lotta armata.

La stessa attenzione Andreassi dimostra nel delineare (con ampie e tuttavia sempre interessanti pennellate) le interazioni politiche nelle città in cui il fenomeno terroristico andrà poi maggiormente sviluppandosi, partendo dai fermenti (studenteschi e operai) che puntavano a una società migliore, ma che subivano anche la tentazione del radicalismo, spesso fondato sul richiamo a luoghi comuni che banalizzano l’intelligenza con “evidenze di comodo”, bloccando in realtà ogni filtro critico fino a privilegiare l’impazienza e le scorciatoie criminali. “Fil rouge” dell’intera narrazione è una tenera quanto complicata storia d’amore, tratteggiata con grande sensibilità e dolcezza – fra i due principali soggetti del romanzo, con una mescolanza di considerazioni e vicende legate sia ad aspetti privati sia a impegni “professionali” diversissimi (sul piano delle scelte e delle conseguenze), che conferisce al romanzo un fascino davvero suggestivo.
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Antonio Ingroia, le Pillole di Radio dal Basso



C'era una volta l'intercettazioneRiprendono le pillole di Radio dal basso. Le nostre ormai consuete interviste realizzate qua e là su tematiche che variano dalla politica, all’economia, dalla filosofia all’attualità, dall’informazione alla partecipazione attiva… e chipiùnehapiùnemetta.

Siamo riusciti a intervistare Antonio Ingroia, magistrato e sostituto procuratore a Palermo, da sempre impegnato nei processi contro la mafia. Con lui abbiamo parlato delle intercettazioni, del loro valore e della loro probabile scomparsa dal sistema investigativo. E’ uscito proprio in questi giorni il suo nuovo libro C’era una volta l’intercettazione (StampaAlternativa) in cui viene fatta una vera e propria storia dell’intercettazione: uno strumento fondamentale nelle indagini, soprattutto nel campo mafioso.

Le intercettazioni però rischiano di “scomparire”, di essere fortemente limitate, se il ddl presentato dal governo a giugno verrà approvato. Sarebbe un durissimo colpo per la lotta alla mafia, non la mafia delle stragi forse ma la mafia dei colletti bianchi, la mafia che fa affari con appalti e che ricicla denaro, la mafia spa che ha un giro d’affari stimato recentemente tra i 175 e i 400 miliardi di euro, la mafia collusa con la politica (o viceversa?).
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La fine del copyright: creare un terreno di gioco dalle pari opportunità

La fine del copyright di Joost Smiers e Marieke van SchijndelLa fine del copyright. Come creare un mercato culturale aperto a tutti (Stampa Alternativa) di Joost Smiers e Marieke van Schijndel dimostra che soltanto accettando con serenità l’inevitabile morte del copyright per come lo conosciamo e ridisegnando le norme internazionali sul diritto d’autore alla luce degli odierni (e futuri) scenari tecnologici sarà possibile dare concretezza alla diversità e al pluralismo che caratterizzano una società ecletticamente aperta e democratica…

Affari ItalianiQuando sono pochi conglomerati internazionali a controllare saldamente il bene comune della comunicazione e della produzione culturale, è a rischio la democrazia stessa. La libertà di comunicare che spetta a ciascuno di noi e il diritto individuale di partecipare alla vita culturale della propria comunità (come sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) non possono non indebolirsi davanti al diritto esclusivo assegnato dall’odierno copyright a un pugno di manager e investitori, guidati unicamente dai propri interessi ideologici ed economici. È invece necessario e possibile creare un level playing field, un terreno di gioco dalle pari opportunità, un mercato culturale aperto a ‘creativi’, ricercatori e imprenditori di ogni livello, dai singoli individui alle aziende Internet.

Soltanto accettando con serenità l’inevitabile morte del copyright per come lo conosciamo e ridisegnando le norme internazionali sul diritto d’autore alla luce degli odierni (e futuri) scenari tecnologici sarà possibile dare concretezza alla diversità e al pluralismo che caratterizzano una società ecletticamente aperta e democratica, dove le opportunità economiche e culturali vengano create e distribuite su base paritaria.
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Elogio del turpiloquio: letteratura, politica e parolacce

Elogio del turpiloquio di Romolo Giovanni CapuanoIn un’epoca di conflitti accesi e di complessità crescente come l’attuale, sono poche le cose sulle quali le persone sono normalmente d’accordo. In politica, economia, letteratura, morale e religione, è difficile incontrare condivisioni di larghe dimensioni. Le opinioni esplodono in mille schegge di pensiero che raramente si ricompongono, dando spesso vita a contrasti che nessun compromesso riesce ad appianare definitivamente.

Ci sono, però, nel senso comune – quella forma di sapere che tutti credono di possedere, scambiandola per buon senso, e che ha la fastidiosa tendenza a volersi libera da indagini del pensiero – dei frammenti di conoscenza che tacitamente tutti considerano ovvi e che non destano la minima riflessione: forse, non ne sono nemmeno degni.

Un esempio di conoscenza implicitamente data per scontata da tutti è costituito dal turpiloquio e dalla bestemmia. La maggior parte degli individui è concorde nel ritenere che le “male parole” sono un vizio spregevole e infimo di cui tutti farebbero bene a sbarazzarsi, pena la regressione a una condizione primitiva di civiltà. La maggioranza morale delle persone sostiene che le parolacce e le imprecazioni sono detestabili ed è disposta a parlare di espressioni oscene solo per chiederne l’abrogazione dal vocabolario. Le buone maniere, inevitabilmente, le condannano. Nei discorsi quotidiani, massmediali e ‘colti’, il turpiloquio è considerato, di volta in volta, espressione immorale, disgrazia estetica, inciampo linguistico, scandalo volgare o inopportuna caduta di stile.

In ogni caso, posti di fronte a precisa domanda, tutti risponderebbero senza eccessivi patemi che del turpiloquio si può fare tranquillamente a meno e che un’improvvisa azione di chirurgia linguistica che rimuovesse, in un sol colpo, questo “cancro dell’anima” non potrebbe che essere ben accetta.
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Nacqui settimino: Carlo, attento, all’estero si diventa stranieri

Nacqui settimino di Sandro BartoliniSprofondato nell’Africa nera, tra il Niger e il Benue, insegnavo italiano, storia e geografia, in una scuola di campo, per Acquedotti di Roma, uno stipendio discreto e nessun punteggio per la graduatoria. Volai nella palude di Wuan-toobo. Con Susanna ci saremmo rivisti a Natale, la piccola non faceva salti di gioia. Mi sistemarono in una camera stretta, col lettino da una piazza, il tavolato per terra e l’armadio alto un metro e mezzo, i libri li lasciai negli scatoloni.

Dalla finestra vedevo spuntare le casette di legno e la chiesa col tetto spiovente, un reticolato col filo spinato circondava il campo. I bambini fino a dieci anni li seguiva Federico Bonetti, maestro di La Spezia, sopra i cinquanta, un perticone, esile di corporatura, naso storto, aquilino, capellone storico, scontroso come un caprone. La moglie, Clara, teneva i contatti con le autorità locali. Due veterani che avevano insegnato in decine di cantieri sparsi per il mondo, anche a ragazzetti italiani a Bander Abbas, sull’Oceano Indiano.

“Carlo stai attento! All’estero si diventa stranieri, dovunque tu vada, anche nel tuo Paese. Gli amici, i parenti cambieranno, anche la lingua cambierà, da fuori te ne accorgerai più degli altri”.

Gli imbiancavano i capelli lontano dall’Italia, Bonetti non aveva figli, gli mancavano, si appassionava coi giovani, le malinconie se le scuoteva di dosso ogni giorno. Fu il primo che mi parlò di Luciano Bianciardi, mi prestò La vita agra e La battaglia soda. Stavo cenando con lui e Clara, seduti nella chiassosa sala del campo, davanti a delle bistecche cotte alla brace, quando mi disse di Lucianino da Grosseto.
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Voglio vivere così: il terrorismo come protagonista

Voglio vivere così di Ansoino AndreassiQuesto bel romanzo di Ansoino Andreassi, Voglio vivere così ha molti protagonisti, uomini e donne le cui storie variamente si intrecciano fra loro. Il principale protagonista è, però, il terrorismo degli anni ‘70/80, che origina, condiziona o accompagna le storie narrate.

Il terrorismo di sinistra non è un fenomeno esclusivamente italiano. Alla fine degli anni Sessanta, gruppi simili alle Brigate rosse (Br) e Prima linea (Pl) compaiono in altre democrazie industriali: la Rote Armee Fraktion tedesca, l’Esercito rosso giapponese, i Weather Underground statunitensi, la Nouvelle resistence populaire in Francia. Tutti questi gruppi nascono come “costole” di movimenti collettivi e ne riprendono alcune forme d’azione estremizzandole, per stabilire gli obiettivi da colpire. Ma il percorso imboccato con la scelta della lotta armata li porterà a un progressivo allontanamento da tali movimenti: con un graduale e definitivo abbandono della logica di intervento politico, cui si sostituiscono forme anche estreme di militarizzazione del conflitto.

Caratteristica esclusiva del nostro Paese, peraltro, è l’aver dovuto registrare un terrorismo di sinistra che ha raggiunto capacità offensive di entità decisamente maggiore rispetto a ogni altra situazione e assai più persistenti nel tempo (le “prime” Br durano per circa 15 anni), per di più con tendenza alla riemersione ciclica, quasi che la violenza terroristica sia un fiume carsico che non cessa mai di scorrere, neppure quando la storia sembra chiusa. Ben si comprende, allora, perché la letteratura sul terrorismo italiano di sinistra, dopo i primi anni di silenzio imbarazzato o negligente, vada sempre più arricchendosi, con saggi, inchieste giornalistiche, interviste, biografie, documentari… Opere nelle quali la riflessione etico-politica (quando c’è) si intreccia con la ricostruzione delle vicende delle principali organizzazioni clandestine e dei loro militanti.
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