Il caso ACNA e il racconto del fiume rubato

Cent’anni di veleno, Il Caso ACNA: l’ultima guerra civile italiana di Alessandro HellmannNon è uno spettacolo teatrale ma è l’umile e magica narrazione di un cantastorie, Andrea Pierdicca, che racconta liberamente i passi salienti del capolavoro di Alessandro Hellmann Cent’anni di veleno, il caso ACNA, l’ultima guerra civile italiana.

Il racconto del fiume rubatoLa Resistenza durata un secolo, gente comune, persone che hanno reagito, contadini, sindacalisti, poi le masse in movimento, il popolo in azione, conflitti tra contadini e operai, interessi e convenienze politiche, la guerra contro il mostro, un crescendo di tensione dalla fine dell’Ottocento al gennaio 1999, la chiusura della “fabbrica della morte”. Una lotta sul piano ambientale, della salute, della vita; una guerra che va presa come esempio per tutte le guerre attuali (movimento NO TAV, NO al Ponte sullo Stretto, al Terzo Valico, alla Gronda autostradale, comitato per Scarpino, comitato NO API Falconara, comitati no inceneritore, al nucleare, alla Tirreno Power, alla Cokitalia, alla piattaforma Maersk, contro il MOSE, centrali a carbone di Civitavecchia, rigassificatore di Brindisi, ecc’).

Quando la verità dei fatti non viene condivisa si crea il terreno per “l’indifferenza, l’ignoranza, la paura, la carriera, il silenzio”. Conoscere aiuta a trovare il coraggio di cambiare giorno per giorno.

L’indifferenza e il cinismo hanno rotto i coglioni, questa storia lascia l’amaro in bocca ma il cuore pulito, alimenta la fiducia nel buon fine di ogni gesto antagonista. Aiutaci a diffondere questo progetto girando la mail, il passo piu’ difficile di ogni viaggio è quello per uscire dalla porta di casa.
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Tutti i palchi del rock

On the stage di Cesare MolinariLa religione del pop ha fedeli, santi, profeti, dei e Madonne. E templi, come quello dove la signora Ciccone si è esibita a Milano e Udine la scorsa estate, o quello che accoglierà gli U2 quest’anno a Torino. Due ritorni: i costi sempre più alti delle produzioni dal vivo impongono tempi lunghi di ammortamento, con tour che durano anni e toccano prima le località più importanti, poi setacciano le altre.

Dietro ogni concerto c’è una macchina complessa, organizzata per funzionare senza interruzioni, con ingegneri, tecnici specializzati e operai (due sono morti nel 2009 a Marsiglia proprio mentre montavano il palco di Madonna). Un libro di Cesare Molinari (On The Stage, fotografie di Bruno Marzi, Stampa Alternativa pagg. 165, euro 25) svela le idee e le tecnologie dietro i palchi dei grandi concerti rock, dagli anni Sessanta a oggi. Si scopre, ad esempio, che fino alla metà degli anni Sessanta i concerti si tenevano in locali destinati alle band jazz, nelle piazze o addirittura agli incroci delle strade, utilizzando il pianale di un camion come palco. Negli Usa la rivoluzione arrivò con i Beatles: la loro esibizione nel ‘65 allo Shea Stadium di New York fu il primo vero show del pop moderno, anche se non c’erano né megaschermi né effetti speciali e l’impianto audio non era abbastanza potente da coprire le urla dei fan. Gli elementi fondamentali erano gli stessi di oggi: quattro musicisti venerati come dei, un palco simile a un altare, una celebrazione a metà tra la funzione religiosa e la rappresentazione teatrale.

Poi arrivò Woodstock, il padre di tutti i festival e cominciarono gli anni Settanta. Ossia David Bowie, Pink Floyd, Genesis: la musica non bastava più, i concerti si trasformarono in messe in scena d’inedita complessità, con fondali, effetti di luce, maschere, cambi d’abito. Da allora gli show sono diventati specchi della società per com’è e per come viene rappresentata dagli artisti: momenti di evasione, con Duran Duran, Michael Jackson e altri che si sforzarono di ricreare sul palco l’impatto visivo dei video, oppure occasioni di riflessione (il mastodontico allestimento di The Wall di Roger Waters nella Potsdamer Platz berlinese). Molinari si sofferma a lungo anche sugli anni Novanta e sulle produzioni italiane, da Jovanotti a Laura Pausini, passando per Renato Zero, Vasco Rossi e Ligabue.
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I segreti del jazz: un libro scientificamente valido e contemporaneamente divulgativo

I segreti del jazz - Una guida all'ascolto di Stefano ZenniCome si ascolta il jazz? Esiste un metodo di ascolto? E soprattutto: è utile possedere un metodo? Ce lo spiega Stefano Zenni in un libro utilissimo, il suo I segreti del jazz. Una guida all’ascolto.

Spesso quando si parla di ascolto e fruizione musicale, si tende a pensare a qualcosa di immediato che coinvolge esclusivamente il livello di percezione emotiva dell’individuo. Le emozioni che la musica suscita, indipendentemente dal genere in cui è ascritta, sono universali, rientrano nella categoria delle capacità umane. Sappiamo anche che la musica provoca reazioni fisiche, vibrazioni sensoriali profonde e ancestrali, attinenti alla sfera dell’archetipico, qualcosa che non possiamo dominare con la mente. Storicamente esistono testimonianze a dimostrazione di questa teoria e numerosi saggi scientifici sull’argomento, su cui però non mi dilungherò in questa sede.

Ma esiste anche un livello di fruizione musicale che si attiva su un piano differente, quello della conoscenza e della comprensione. È questo il livello di ascolto che ci può essere utile anche nella costruzione di un’improvvisazione o nell’esecuzione di un brano.

Comprendere una struttura ed essere in grado di analizzarla ci consente di riconoscerne i codici, ci facilita l’acquisizione di un linguaggio, ci stimola alla rielaborazione di materiale presistente e alla creazione musicale. Come nel processo di scrittura utilizziamo conoscenze grammaticali, sintattiche e l’esperienza della lettura, così nella musica dobbiamo necessariamente conoscere la teoria, l’armonia ma anche quelle esperienze musicali che potremmo definire letteratura musicale per il loro valore di modelli universali.
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Una lettera su Pasquale Juliano

Attentato imminenteMi piace condividere questa testimonianza di una bella persona che ha conosciuto Pasquale Juliano, grazie Carlo!

Oggetto: Pasquale Juliano

Cara Simona, non so se mi ha identificato, ma ci siamo sfiorati da lontano sabato scorso a Casalecchio, alla serata per Sciascia. Lei ha letto un brano e io ero quello della fisarmonica. Detto questo, ecco perché le scrivo. Non avendo avuto modo di presenziare alle conferenze di Politicamente scorretto, mi sono messo ad ascoltarle in streaming e ho appreso del libro che avete scritto assieme ad Antonella Beccaria su Pasquale Juliano. Fossi stato presente, mi sarebbe piaciuto raccontare questa storia. Nel febbraio 1969, tra le tante cose politicamente incredibili che accaddero in Italia, ci fu la rivolta e la contestazione dei giovani non vedenti che studiavano negli appositi istituti. Erano quasi tutti istituzioni chiuse, “istituzioni totali”, come si diceva allora. Ma c’era la falla.

Qui a Bologna, all’istituto Cavazza di via Castiglione, erano ospitati anche studenti universitari. Io ero fra loro. Dunque noi, come si dice, facemmo il sessantotto. E nel ‘69, cogliemmo certi spunti occasionali per far partire anche là dentro una forma di contestazione. Ci seguirono i ragazzi dell’istituto Configliachi di Padova. Quello era un vero e proprio lager e gli ospiti non erano così attrezzati politicamente, come eravamo noi di Bologna. Per cui partimmo in loro aiuto. Accadde che un giorno arrivò la polizia, entrò, prese i nostri compagni presenti in quel momento, li schedò e li rimandò a Bologna. Il giorno dopo ritornammo in forze assieme ad altri studenti nostri amici vedenti.

L’istituto era circondato dalle forze dell’ordine. Ma si vede che nemmeno loro ci credevano poi tanto. Sta di fatto che noi riuscimmo ugualmente ad aggirare il blocco e ad entrare. Da dentro cominciammo ad allertare stampa, partiti, universitari del movimento. Se non ci crede, guardi i giornali del tempo. L’istituto fu circondato dal II Celere.
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