Il fioraio di Peròn: troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica

Il fioraio di PerònCosimo Guarrata. Un tano sbarcato a Buenos Aires e finito a spaccarsi la schiena nella zona degli orti, le chacras. Un nome difficile: chacras, chacraritas. Lui lo storpiava, e diceva chacarita. Facevano tutti così, gli altri. Gli altri erano quel milione e mezzo sceso dalle barche per rifarsi una vita da questo lato del mondo. “Troppi”, dicevano i bravi cittadini portegni, “troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica!”.

Nelle fabbriche o nei campi andavano anche bene. Ma quando arrivava la domenica, e si riversavano per le strade e le piazze, con le mani in mano, i tanos, gli italiani d’Argentina, di colpo diventavano troppi. A lui invece sembrava che non ce ne fossero abbastanza, di mani. Gli avrebbe fatto comodo, in quel momento, un collega.

“Pesano questi sacchi, eh, tano?”.

“Fottuto gallego, aiutami!”.

Il tipo, un tracagnotto galiziano dal nome impronunciabile, si decise a togliergli il fardello dalle spalle.

“Che merda è?”.

“Bulbi. Bulbi di tulipani”.

“E pesano così?”.

“Sì, se sono migliaia, coglione”.

Posarono il sacco nel magazzino. Poi si asciugarono il sudore della fronte con una mano, e la mano con la tela del fondo dei pantaloni.

“Carajo, oggi fa caldo”.

Sì, faceva caldo, per una volta era d’accordo con quell’idiota del galiziano. Lo lasciò seduto sui bulbi dei tulipani e se ne andò a rassettare i vasi nella zona delle vendite. Le petunie andavano divise per colore, bianche da una parte, rosa da un’altra. La stessa cosa con le surfinee, e poi coi gerani. Altrimenti chi lo sentiva, quel bastardo del capo?

No, non era vita questa. Chi glielo aveva fatto fare? Almeno a casa sua sarebbe stato il padrone. Al peggio, avrebbe dovuto vedersela coi fratelli e col vecchio. Qui invece ogni giorno rischiava di venire alle mani: cogli argentini, cogli immigrati galleghi, coi paesani italiani, i più carogne di tutti. Oggi ti davano del rivoluzionario e domani del crumiro. Eppure, merda, era sempre sé stesso. Sempre lui e il suo stomaco.

‘Fanculo’, pensò, ‘cominciamo a mettere a posto questi vasi, buttiamo giù un sorso d’acqua e poi al compostaggio’. Aveva appena visto passare el carretero, un calabrese che andava in su e giù per la pampa, subito fuori città, a raccogliere sterco. Lo facevano compostare ben bene e lo trasformavano in terriccio. Ogni carro di merda che portava, il calabrese guadagnava un peso. Mezza caraffa di vino, potevi comprarci con un peso. Tanto valeva un carro di merda da quelle parti.


Il fioraio di Peròn di Alberto Prunetti
Introduzione di Massimo Carlotto
Collana Eretica Speciale
160 pagine
ISBN: 978-88-6222-109-2

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