Assiotea: vivere la storia dal basso
Nella magica atmosfera della biblioteca comunale “Michele Romano” di Isernia, Adriano PETTA ha presentato nel pomeriggio del 5 gennaio, il suo ultimo romanzo storico: Assiotea - La donna che sfidò Platone e l’Accademia. Alla presenza di un numeroso pubblico, dopo la presentazione ed il saluto del direttore della biblioteca Gabriele Venditti, sono intervenuti nell’illustrazione del romanzo: Giuseppe Napolitano (scrittore e poeta), Amerigo Iannacone (scrittore ed editore), Ida Di Ianni (poetessa e giornalista) e Francesca D’Uva (filosofa e saggista).
Gli interventi hanno analizzato i vari aspetti del romanzo Assiotea, e degli altri libri storici scritti da Adriano Petta (Roghi Fatui e Ipazia), cogliendo in essi il profondo senso della lotta contro le sopraffazioni effettuate in nome dell’ordine costituito, sia esso di tipo religioso, culturale e/o politico che non tollera né ammette “pensieri liberi”, voci fuori dal coro, modi di essere o di voler essere diversi da quelli che sono i canoni standard della società inculcati e/o imposti in maniera più o meno soft. Ed Ecco che quando appaiono le voci dissonanti, razionali, ribelli, fuori dall’ordine costituito come quella di Assiotea, o di Ipazia, il Potere e i suoi rappresentanti si spaventano, reagiscono, mettono in campo tutte le loro astuzie, la loro malvagità, i loro sotterfugi per isolare, denigrare, deridere, umiliare o “disonorare”, (come direbbe Saviano), coloro che ai loro occhi possono intaccare o far crollare i miti (veri o falsi) da loro creati e voluti.
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Maledetto Céline: la guerra, perfetta e orrida caricatura di follia e morte
Appunto nella sua accentuazione caricaturale, la guerra, che per Céline non è quel gioco di possibilità e probabilità, di fortuna e sfortuna ovvero quella specie di ‘partita a carte’ teorizzata dal militare prussiano Clausewitz, è riferita in un codice franto e sincopato, in una lingua che non è dell’intelligenza speculativa ma è quella granulare, irta e spugnosa del risentimento dei sensi urlanti e insultanti.
Anima sporca come chi ne possieda una sensitiva, Céline disprezza le anime belle, quelle stimolate solo dalla falsa coscienza, e i liliali pacifismi ottocenteschi allargati al Novecento, il secolo meno pacifista di tutti i tempi… Perché il pacifismo céliniano si determina a partire dalla paura e dalla nausea, senza supporti politici né alibi sociologici (per i quali lo stesso pacifismo moderno, ponendosi come missione di pochi ‘paladini della pace’, si trova a implicare la guerra), ma fondato sull’insopprimibile disgusto per il potere.
Contro cui, secondo l’autore, si può e si deve combattere la mentalità guerresca perfino con quanto viene comunemente inteso come vigliaccheria; e con la diserzione, scappando, imboscandosi, arrendendosi o addirittura accordandosi col nemico: affermando edonisticamente la propria paura, quella fottuta paura per salvare la pelle che rende l’uomo umano.
Politicamente ingenuo, Céline non interpreta nella chiave classicamente pacifista il discorso della guerra; bensì lo svolge traslandolo ed esplanandolo nel carnevale guignolesco: mettendolo a nudo, disperdendone i bacilli infetti e sezionandolo come, lui medico ed epidemiologo, avrebbe potuto fare con un cadavere su un tavolo anatomico.
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Bella bici e lo status symbol dell’automobile
Per alcuni l’automobile è il grande nemico, il “moloch” della civiltà industriale e post-industriale. Per altri un oggetto come tanti, indispensabile per la vita quotidiana, fonte di gioie e dolori: un male necessario. Ma per molti l’automobile resta un oggetto totemico, uno status symbol, una protesi per colmare le proprie deficienze, un biglietto da visita attraverso il quale presentarsi, in mancanza di altre credenziali degne di interesse, uno specchio della personalità e soprattutto della realizzazione sociale ed economica. E per ottenere tutto ciò si è disposti a sacrifici enormi. Poco importa che l’acquisto e il mantenimento di un’automobile costituisca la voce più consistente nel bilancio famigliare.
Lasciamo pedalare liberamente la fantasia: qual è il sogno di ogni Ciclista Urbano, semplice, morale o mistico che sia? Ovviamente una città a misura di bicicletta. Un mondo dove le automobili vengano utilizzate solo da chi ne ha bisogno sul serio, persone molto anziane o disabili, oppure solo quando sono strettamente necessarie: per trasportare merci, ad esempio, per le lunghe distanze o per viaggi in zone mal collegate dalle ferrovie. Il sogno è quello di una città dove le automobili quasi non esistano… Ci si arriverà, quando il petrolio sarà finito, ma nel modo peggiore possibile. Invece di prepararsi a questa evenienza i nostri governanti faranno finta di niente fino all’ultimo mentre i potenti della terra cercheranno di accaparrarsi più scorte possibili. Gli altri, i più, si arrangeranno. Come al solito…
(Sabina Morandi)
La bicicletta è uno dei primi passi verso una nuova concezione del rapporto dell’uomo con il mondo, che può far crescere nuove sensibilità, verso un uso sempre più razionale e meno esclusivo dei mezzi a motore, verso la ricerca di fonti energetiche in grado di sostituire il petrolio.
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Il fioraio di Peròn: troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica
Cosimo Guarrata. Un tano sbarcato a Buenos Aires e finito a spaccarsi la schiena nella zona degli orti, le chacras. Un nome difficile: chacras, chacraritas. Lui lo storpiava, e diceva chacarita. Facevano tutti così, gli altri. Gli altri erano quel milione e mezzo sceso dalle barche per rifarsi una vita da questo lato del mondo. “Troppi”, dicevano i bravi cittadini portegni, “troppi, questi italiani. Soprattutto la domenica!”.
Nelle fabbriche o nei campi andavano anche bene. Ma quando arrivava la domenica, e si riversavano per le strade e le piazze, con le mani in mano, i tanos, gli italiani d’Argentina, di colpo diventavano troppi. A lui invece sembrava che non ce ne fossero abbastanza, di mani. Gli avrebbe fatto comodo, in quel momento, un collega.
“Pesano questi sacchi, eh, tano?”.
“Fottuto gallego, aiutami!”.
Il tipo, un tracagnotto galiziano dal nome impronunciabile, si decise a togliergli il fardello dalle spalle.
“Che merda è?”.
“Bulbi. Bulbi di tulipani”.
“E pesano così?”.
“Sì, se sono migliaia, coglione”.
Posarono il sacco nel magazzino. Poi si asciugarono il sudore della fronte con una mano, e la mano con la tela del fondo dei pantaloni.
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La fine del copyright: ripristinare un pubblico dominio per l’espressione culturale
Le trasformazioni neoliberali degli ultimi decenni, come descritte ad esempio da Naomi Klein nel volume Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri (2007), hanno inciso anche sulla comunicazione culturale. Siamo sempre meno autorizzati a strutturare e organizzare i mercati culturali in modo che la diversità delle forme espressive possa svolgere un ruolo significativo nella coscienza di un vasto numero di persone. Si tratta di un problema molto rilevante.
Le espressioni culturali sono elementi essenziali alla formazione della nostra identità personale e sociale, aspetti assai delicati della vita il cui controllo non dovrebbe essere lasciato nelle mani di un esiguo gruppo di individui che ne detengono i diritti. Tale controllo è esattamente ciò che oggi viene esercitato, tramite il possesso di milioni di diritti d’autore, sul contenuto dei nostri scambi culturali.
Su questo terreno delicato – l’ambito delle creazioni e delle rappresentazioni artistiche – operano migliaia e migliaia di artisti che ogni giorno propongono un gran numero di forme espressive assai diverse fra loro. È questo l’aspetto positivo che non dobbiamo dimenticare. Tuttavia, la triste realtà è che – essendo il mercato dominato dalle grandi imprese culturali e dai loro prodotti – la sotterranea diversità culturale esistente viene quasi bandita dallo spazio pubblico e dalla coscienza collettiva.
È necessario ripristinare un pubblico dominio in cui poter mettere in discussione le varie espressioni culturali. In questo senso occorre qualcosa di più di una critica approfondita all’attuale status quo culturale. Ciò che dunque proponiamo in questo saggio è una strategia del cambiamento. A nostro avviso è possibile forgiare i mercati in modo che la proprietà dei mezzi di produzione e della distribuzione venga a trovarsi nelle mani di un gran numero di individui. In questo modo, in base alla nostra analisi, nessuno potrà controllare in larga misura il contenuto e l’uso delle forme espressive attraverso il possesso di diritti di proprietà esclusivi e monopolistici.
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E “Come una specie di sorriso” diventa anche un sito web

Il libro curato da Nicola Cirillo, Come una specie di sorriso - I personaggi delle canzoni di Fabrizio De André rivivono nelle vignette di Mauro Biani, diventa anche un sito. Si chiama Musica e satira e contiene il calendario delle mostre legate al libro e tutto ciò che la stampa ha scritto su di esso. Il tutto per raccontare questo:
Fotografie dell’umanità più sfortunata, ritratti dell’infanzia negata, della femminilità violentata, dei precari senza futuro da sognare,dei soldati che combattono senza alcuna motivazione, il ridicolo di certi politici, la tristezza del potere,l’ipocrisia della Chiesa:sono questi gli scenari che da sempre hanno ispirato Mauro Biani e che hanno trovato nei personaggi di De André nuovi naturali protagonisti.
Maledetto Céline: m’hanno preso pure per i fondelli
Ah, me ne sono capitate di cose, e non da ridere, indegno merdaiolo che sono. Tutto mi hanno preso e pure per i fondelli m’hanno preso. L’ho scritto: fottuto peggio d’una merda!… Fa niente.
Drieu La Rochelle pensa bene d’uccidersi; Brasillach, collaborazionista, teorico dell’“antisemitismo della ragione”, delatore contro ebrei e partigiani, nemico del Fronte Popolare perché nel governo di Léon Blum c’erano sette ministri ebrei, viene passato per le armi (nel 1938, recensendo Bagattelle su “L’Action française”, è lui che raccomanda ai francesi di leggerne almeno un po’ di pagine); il mio editore, Robert Denoël, è assassinato in quattro e quattr’otto, nottetempo, il 2 dicembre 1945, all’Esplanade des Invalides, da sconosciuti fanatici (oh, lui aveva delle tendenze odiose!… se era necessario ti svendeva… però un aspetto lo salvava… era appassionato delle Lettere… riconosceva davvero il lavoro, rispettava gli autori)…
E ora io, che cosa? Io devo essere preso a pesci in faccia? Da Aragon e Mauriac, che mi vogliono morto. Da Malraux, cocainomane ladro mitomane invertito geloso sino al delirio e capace di tutto: come Jean Cassou, il direttore del Museo d’Arte moderna di Parigi dal 1945 al 1965. No, io voglio essere trattato bene, al pari dei Guitry, La Varende, Ajalbert, Giono, Montherlant (lui sì collaborazionista, fin dal 1929!) e di quella lenza di Paul Morand, cazzeggiante in Svizzera!… E quei militari felloni, i militari francesi della divisione “Charlemagne”, proprio quelli che hanno difeso il bunker di Hitler prima della caduta, si sa questa cosa?!…
Rammentano quanto da me scrittodetto (ottobre 1933) nel mio sempre famoso Omaggio a Zola? “Hitler non è l’ultima parola, ne vedremo di più epilettici ancora”. E ricordano le mie già note definizioni di Hitler? “Stregone di Brandeburgo; Impiastro di Vanità”… Infine sanno della mia decorazione al valore militare nella guerra 1914-’18 e della legge dell’agosto 1947 nei confronti dei feriti in guerra: insomma, il 26 aprile del 1951, ottengo l’amnistia dal tribunale militare (per, sia ribadito, mie inesistenti colpe!).
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Bella bici: una storia controversa
La prima antenata risale al 1816, realizzata da Karl Theodor Drais von Sauerbronn, un barone tedesco che tanto ricorda quello di Munchausen. Questo curioso e poco pratico mezzo di trasporto, passato alla storia col nome di “draisina”, era provvisto di sterzo, ma non disponeva di pedali e andava spinto puntando i piedi a terra. Inutile dire che non ebbe fortuna. Soltanto nella seconda metà dell’800 i fratelli Michaux realizzarono il velocipede, dotato di pedali collegati direttamente al mozzo della ruota anteriore, provvisto di un rudimentale freno.
Qualche decennio più tardi si arriverà all’introduzione della catena e successivamente al meccanismo della ruota libera, in grado di svincolare il movimento del pignone da quello del mozzo posteriore, in modo da smettere di pedalare senza per questo interferire con il movimento della bicicletta. Facevano impressione le prime bici, così come le prime automobili, spaventavano le galline e facevano imbizzarrire i cavalli.
Pochi decenni separano l’invenzione della bicicletta da quella del motore a scoppio. Tutto avrebbe fatto pensare che l’automobile avrebbe fagocitato il debole velocipede, eppure le cose sono andate diversamente: la bicicletta, così fragile e inoffensiva, non soltanto è sopravvissuta al secolo delle macchine, ma è diventata emblema di libertà e ribellione contro l’oppressione e la tecnocrazia.
Lo strano caso della bici di Leonardo
Come sia potuta sfuggire l’invenzione della bicicletta a Leonardo da Vinci, si spiega soltanto col carattere aristocratico dell’ingegno leonardesco, inteso alla costruzione di grandi macchine che servissero per la guerra e quindi per la conquista del mondo, oppure all’ideazione di un mezzo che consentisse all’uomo di volare, cioè di liberarsi fisicamente del suo legame al terreno.
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Il fioraio di Peròn: la dittatura celebrava il suo primo mese di esistenza
Di questa America povera. Aveva detto proprio così: di questa America povera. Perché lui separava sempre i concetti come fossero talee distinte, o come marze di specie differenti… qui una di un olivo da spremitura e là una di olive verdi da tavola, e guai se andavano a finire nell’innesto sbagliato: America ricca e America povera, una sopra e l’altra sotto… Anche a quei tempi, sì, anche quando quell’America laggiù, intorno e sotto il tropico del Capricorno, tanto povera non era mica. Allora almeno, un centinaio d’anni fa, quando si mise in moto tutto questo trambusto. Quando fatta l’Italia e gli italiani, i padri della patria, una e tricolorata, si resero conto che i sudditi avevano fame, e figliavano, e si riproducevano, e non si accontentavano di belle parole, ma pane volevano, pane, proprio così.
E allora cominciarono a guardarsi intorno: se questi avevano fame, bisognava mandarli lontano. Di colonie ce n’erano ma non bastavano. Di bagni penali qualcosa c’era, ma i malfattori anarchici li avevano già riempiti tutti. Rimaneva una soluzione: esportare il problema che non si poteva risolvere. Ovverosia spostar la magagna a qualcun altro. Montarli tutti su un barcone, direzione il sol dell’avvenire, che notoriamente sorge a oriente ma poi ci passa sopra e se ne va verso occidente. Allora rotta a ponente, e via, verso la terra promessa: in questo o nell’altro emisfero.
C’era chi partiva per l’America ricca e andava a Chicago o a Detroit, e c’erano quelli che andavano nell’America povera. Che, si intenda bene e a tal fine giovi la ripetizione, tanto povera non era, perché non avevano ancora finito d’affamarla. Quest’America aveva miniere a cielo aperto di carne e di caffè, ricchezze che in Italia se le sognavano, i padri della patria con la loro testa cinta dell’elmo di Scipio. Sicché quando toccò a lui, al fioraio, prese la decisione di andarsene a Buenos Aires. Forse perché aveva qualche contatto, o forse perché tra gli emigrati si diceva che la lingua era più facile, così vicina all’italiano da non dover penare tanto come con l’inglese.
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La fine del copyright: un mercato culturale aperto a tutti
Oggi il copyright garantisce agli autori il controllo esclusivo sull’uso di un numero sempre maggiore di espressioni artistiche. Spesso non sono gli autori i titolari di tali diritti, ma le imprese culturali cresciute a dismisura, che controllano contemporaneamente la produzione, la distribuzione e la promozione su ampia scala di film, musica, teatro, letteratura, musical, soap-opera, spettacoli, arti figurative e design. Per tale motivo, queste imprese sono in grado di esercitare un vasto controllo su ciò che vediamo, ascoltiamo o leggiamo, sul contesto in cui ciò avviene, e soprattutto su ciò che “non potremo” vedere, ascoltare o leggere.
Va da sé che la naturale diffusione dei contenuti digitali potrebbe portare alla riorganizzazione di questo scenario controllato in maniera rigida e finanziato in misura eccessiva. Ma non possiamo esserne così sicuri. Il volume degli investimenti nell’industria dello spettacolo è considerevole e le attività sono diffuse a livello mondiale. La cultura è un prodotto redditizio per eccellenza. Al momento non vi è motivo per ipotizzare che gli odierni giganti dell’industria culturale possano rinunciare facilmente al predominio sul mercato, sia per quanto riguarda il settore delle opere tradizionali sia per quello digitale.
Il nostro è quindi un tentativo di suonare un campanello d’allarme. Quando un numero limitato di multinazionali esercita un forte controllo sul settore collettivo della comunicazione culturale, è a rischio la democrazia stessa. La libertà di comunicare che spetta a ciascuno di noi e il diritto individuale di partecipare alla vita culturale della propria comunità (come sancito nella Dichiarazione universale dei Diritti Umani) può indebolirsi di fronte al diritto esclusivo di alcuni manager e investitori, che mirano soltanto al raggiungimento dei propri obiettivi ideologici ed economici.
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“Il silenzio imperfetto” di Aldo Penna e i cento videoclip per un romanzo
Innanzitutto le coordinate riferite al romanzo Il silenzio imperfetto di Aldo Penna:
Il romanzo ripercorre la storia della città negli ultimi anni. Dal sacco di Palermo, alla rievocazione di delitti eccellenti, filtrata dagli occhi e gli articoli di un giornalista, Gaetano Flores, mentre indaga su fatti di cronaca nera e incrocia la strada di un uomo politico, Scherma, paladino dell’antimafia, beniamino dei palermitani, assurto all’altare della notorietà per le sue scelte controcorrente. Cronaca che diventa un appassionante romanzo sociale che svela connivenze fra mafia e stato, interessi politici, evoluzione dei sistemi mafiosi che creano impunità e infiltrazioni, gestione del potere dei media con il suo apparato di addetti stampa, dichiarazioni e giornalisti embedded; fino all’epilogo, spiazzante, che mette in discussione il lettore e apre interessanti scenari sullo stato attuale di organi di stampa, potere e criminalità. Infine, le vicissitudini sentimentali del protagonista. Il suo rapporto con le donne, le crisi e i tradimenti che svelano aspetti importanti dell’universo femminile.
E poi la parte di “laboratorio creativo”: cento videoclip per un romanzo, il primo esperimento di letteratura e videoarte. Ne ha parlato un servizio del TG3 e per seguire passo per passo questo percorso è stato creato un canale su Youtube.
Si veda anche quanto è stato indicizzato su BlogSicilia e quanto si discute su Facebook.
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Maledetto Céline: un manuale del caos e quasi un’autobiografia
Anzitutto, a cominciare da oggi il critico di me stesso sono io.
(L.F. Céline, Bagattelle per un massacro)
Ma biographie?… Inventez-là… Per una volta senza depistare indagatori e ficcanaso, spulciando tra le mie carte o citando dai miei scritti, composta di fila e senza esagerare coi puntini sospensivi ecco la ricostruzione oggettiva d’un po’ della mia già malfamata biografia, qui quasi mai apocrifa e più veritiera, o appenappena inventata, di un’epigrafe.
Sono Louis Ferdinand Auguste Destouches, ovvero Céline (mio nome d’arte e nome proprio di mia madre e della mia nonna materna, favolatrice in argot). Sono nato a Courbevoie (Seine), sobborgo di Parigi, al n. 12 della Rampe du Pont, il 27 maggio del 1894: lo stesso anno dell’inizio delle guerre italo-etiopica e cino-giapponese; lo stesso anno dell’affaire Dreyfus, accusato innocente di spionaggio filotedesco e scagionato solo nel 1906; lo stesso anno dell’assassinio del presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, pugnalato al cuore dall’anarchico italiano ventenne Sante Caserio per avere negato la grazia all’altro anarchico Auguste Vaillant, autore nel 1893 d’un attentato dinamitardo, comunque senza vittime, contro la Camera dei deputati.
Sono proprio io, uno venuto dalla piccolissima borghesia di provincia, figlio unico di Fernand, fiammingo, modesto impiegato d’una compagnia di assicurazioni, e di Marguerite Louise Céline Guillou, bretone, merlettaia con piccoli commerci di ricami, passamaneria, porcellane, oggetti antichi e vestiti usati. Piccolino, mi mandano, prima, a Voisines, a balia da tale madame Bouland; e, dopo, da madame Jouhaux a Puteaux. Ed è proprio a Puteaux, sentiero d’armenti e pastori, che, ancora in braccio alla balia, mi nasce l’idiosincrasia per la campagna francese: tragico paesaggio e, con le sue strade che non vanno da nessuna parte, troppo disperante per i miei nervi più sensibili delle corna delle lumache.
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Bella bici: metafora di un atteggiamento più rispettoso verso il pianeta
Ho trascorso l’infanzia più a cavallo di una bici che a piedi. Poi la bicicletta scomparve alle prime avvisaglie dell’adolescenza, abbandonata a prender polvere e ruggine nel sottoscala, insieme alle attrezzature di un’età da lasciare alle spalle il più in fretta possibile. La riscoprii più tardi, all’inizio degli anni Novanta, quando, insieme ad un amico, decidemmo di comprarci una bicicletta da corsa per una vacanza. Fu un’esperienza indimenticabile, alla quale ne seguirono molte altre.
A poco a poco, il vecchio velocipede conquistò un ruolo quotidiano nella mia vita e non portò soltanto un cambiamento nelle mie abitudini di trasporto, ma anche un nuovo rapporto con il territorio e, in senso più generale, con il mondo. In questi tempi la bici può essere un valido sostituto dell’automobile negli spostamenti quotidiani, ma anche metafora di un atteggiamento più umile e rispettoso nei confronti del pianeta, oltre che straordinario strumento per esplorare o riscoprire realtà dimenticate.
Questo non è un libro organico, quanto piuttosto una raccolta di appunti e spunti, nel quale convergono citazioni, considerazioni tecniche, riflessioni sopra un taccuino, storie e contributi raccolti durante gli anni nello spazio web BellaBici.net.
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Il fioraio di Peròn: tra la complessità della storia e le vicende personali
Molti libri sono stati scritti negli ultimi quindici anni sull’Argentina “italiana”. Saggi, romanzi, antologie di racconti. All’improvviso l’Italia ha riscoperto un pezzo importante di sé stessa dall’altra parte dell’oceano. C’è stato un periodo anche, quando ancora il gossip non soffocava l’informazione, che di italiani d’Argentina si parlava a proposito di processi penali legati a quello straordinario fenomeno dell’orrore che fu la desapariciòn.
Donne e uomini e bambini. Di ogni estrazione sociale e professione vennero fatti sparire perché considerati sovversivi durante la dittatura militare che terrorizzò il Paese tra il 1976 e il 1983. Fu la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale. Apparentemente potrebbe sembrare storia nota, definita quantomeno nei contorni storici. Invece non è affatto così perché ben poco è certo e ogni riga che si scrive è importante.
Il bel romanzo di Alberto Prunetti lo è per diversi motivi. Innanzitutto perché attraverso questa vicenda singolare di Cosimo Guarrata mette in contatto il passato e il presente, evidenziando tutti i passaggi più importanti della storia argentina. E poi perché l’altrettanto straordinario intreccio di storie individuali racconta le diverse percezioni della realtà di quell’enorme e contraddittorio Paese sudamericano. Prunetti e il personaggio a cui Guarrata si ispira hanno qualcosa in comune: sono lontani parenti. Una condizione comune a tante, tantissime famiglie italiane divise dall’emigrazione. Gli italiani sono ancora la seconda comunità per numero e importanza, dopo quella spagnola.
L’Argentina si riempì anno dopo anno di gente cenciosa, affamata ma dignitosa che abbandonava la propria terra per non soccombere. Mescolati a quell’umanità dolente migliaia e migliaia di esuli politici che magari avevano le stesse idee ma non si capivano perché parlavano lingue troppo diverse tra loro. Prunetti rappresenta idealmente questa esperienza. Arriva a Buenos Aires con un passato e un presente e non a caso si reca subito a casa di Osvaldo Bayer, autore di Patagonia Rebelde e di molto altro ancora.
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Bianciardi e l’autoreferenzialità dell’informazione
Personalmente, trovo intollerabile l’overdose di commenti calcistici che passa per le nostre radio e televisioni, cui si sommano i commenti dal vivo, che si possono sentire in giro per l’Italia. A mio modesto avviso, sul calcio c’è ben poco da dire, una volta terminati i novanta minuti della partita. Da questo potete capire quanto poco m’appassioni l’idea di una raccolta di lettere ricevute da un giornale sportivo (perché, com’è noto, sport in Italia significa, almeno dagli anni ‘30, in buona percentuale calcio).
Questo in linea di principio: ma se aggiungete degli altri elementi, per esempio la qualità (non soltanto letteraria, ma umana) dello scrittore, più che giornalista, che risponde alle lettere, e la sua capacità di fornire uno spaccato della vita di un anno, che casualmente coincide anche col campionato di calcio 1970-71 e l’inizio del successivo, le cose cambiano, ed anche uno scettico come me si trova ad essere affascinato e ad interessarsi, oltre che alla travolgente partenza del Napoli (“Beppone” Chiappella, che lo allenava allora, ci ha lasciato alla fine del 2009), al misterioso motivo per cui il portiere Albertosi lasciò la Fiorentina, sostituito da Superchi, alle salvezze in extremis della Sampdoria di Fulvio Bernardini (già core de Roma: a Roma il cuore passa senza problemi dall’una all’altra celebrità, apparentemente senza segni di logoramento) od alla filosofia dell’allora famoso “mago” Helenio Herrera (di cui mi ricordo bene la parodia che ne fece Franco Franchi ne “I due maghi del pallone”, dove allenava una squadra chiamata, nomen omen, la Schiapp).
Lo scrittore è Luciano Bianciardi, che, sostituendo Gianni Brera alla rubrica delle lettere, porta nel commento al campionato sul Guerrin Sportivo tutta la sua coscienza di anarchico ed insinua in qualunque modo la sua polemica e solo in apparenza cinica, ma in fondo innamorata, visione della vita. Questa tattica giustifica molto bene l’azzeccato titolo della raccolta, Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa): Bianciardi espone le sue idee nel poco spazio che gli viene concesso dalla risposta ad una lettera, scattando letteralmente sul filo del fuorigioco (e si sa bene quante volte nella sua carriera non lunga di scrittore, qualche guardalinee ha alzato la bandierina). Questa raccolta è uscita un paio d’anni fa per Stampa Alternativa, ma vale la pena di riparlarne, secondo me.
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