Intercettazioni, Ingroia: molte indagini non nascono con il bollino di mafiosità che poi emerge
Le intercettazioni sono uno strumento prezioso per la lotta alla mafia. Anche se il disegno di legge in discussione non ne prevede il divieto per i reati di mafia, Antonio Ingroia, procuratore di Palermo spiega che «la maggior parte dei processi delle indagini non nasce col bollo di mafia, ma la mafiosità emerge nel corso delle indagini e magari dalle intercettazioni». Antonio Ingroia, da molti considerato l’erede morale dell’antimafia di Borsellino e Falcone, ha scritto anche un libro per difendere un mezzo indispensabile per l’efficacia del proprio lavoro: C’era una volta l’intercettazione, edito da Stampa alternativa.
La storia dell’antimafia da una prospettiva particolare: le intercettazioni. Prima solo telefoniche poi anche ambientali, le intercettazioni sono tra i mezzi più efficaci dell’indagine. Una legge in discussione ne mette e repentaglio l’utilizzo. Antonio Ingroia, magistrato che opera a Palermo ed è indicato da molti come l’erede morale di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ritiene grave limitarne l’uso a disposizione degli inquirenti. «L’intercettazione telefonica poi ambientale è stato uno strumento indispensabile per nella storia giudiziaria del nostro paese, tantissime indagini e processi importanti sono partiti dalle intercettazioni ed alcuni si sono fondati esclusivamente su questi».
Non solo le confessioni dei pentiti, strumento valido ma che si basa su una ricostruzione soggettiva e a posteriori di avvenimenti già accaduti. Ingroia racconta come «molti non sanno che il maxi processo storico, quelli di Falcone e Borsellino, noto come un processo basato sulle dichiarazioni dei pentiti nacque da una intercettazione di Buscetta prima che questo cominciasse a collaborare. Le indagini su Capaci si sono fondate su intercettazioni ambientali».
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Assalto alla Diaz: leggere le testimonianze dei protagonisti e delle vittime
È un sabato di fine luglio. A Genova scende la notte. Nell’aria c’è ancora un odore che sa di agitazione, stanchezza, lacrimogeni, grida. La manifestazione contro il G8 è finita da poche ore. Nel buio, una fila di blindati e macchine della polizia si dirige verso l’entrata della scuola Diaz. Il primo cancello si spezza, il giornalista inglese Mark Covell viene massacrato di botte. Sarà soltanto il primo di decine e decine di feriti, sorpresi per lo più nel sonno da reparti della forza pubblica, agenti in borghese, persone non meglio identificate che compiono un’irruzione nella scuola affidata al Genoa Social Forum, alla ricerca di fantomatici Black Bloc.
Un assalto breve, violentissimo, che vedrà costole rotte, dita fratturate, teste spaccate, tanto sangue. Il bottino della polizia, presentato il giorno dopo ai giornalisti di tutto il mondo, sarà di alcune magliette nere, qualche coltellino svizzero, occhialetti da piscina e maschere da immersione marina, come a dimostrare la pericolosità delle 93 persone prima pestate e poi arrestate con l’accusa di associazione a delinquere. Ma anche le menzogne più grandi si infrangono miseramente nei dettagli. Sul tavolo della conferenza stampa, davanti ad un imbarazzato addetto stampa della polizia, ci sono anche due molotov. Sono state ritrovate in una via della città durante gli scontri e appositamente trafugate da alcuni funzionari per essere depositate alla Diaz durante l’irruzione. Forse gli occhialetti da piscina degli arrestati non costituivano un’arma abbastanza letale da mostrare ai giornalisti. Ma i contorni grotteschi di questa vicenda non si fermano qui: tra gli oggetti sequestrati nella scuola c’è anche la biografia del reverendo americano Jesse jackson, considerata un pericoloso documento eversivo…
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Un caldarrostaio che viene da molto lontano
Pensiero d’autunno inoltrato. Seguendo il fumo e il profumo delle caldarroste. Da scoprire su un marciapiede di via del Corso. Sull’angolo con una delle strade che salgono verso piazza di Spagna. Il caldarrostaio è un uomo del Bangladesh, (o dell’India? Ma per noi fa quasi lo stesso…) ha un berretto bianco da fornaio, e sta parlando al cellulare. E tutto questo ha un che di surreale, come l’odore delle castagne arrosto e il caldo delle braci. In un giorno sporco di afa, come tanti, in questo strano autunno avaro d’autunno.
Ma poco più avanti, all’angolo successivo, è riprodotta la stessa scena. Il fornellone su cui arrostiscono le castagne, accanto un uomo, del Bangladesh (o dell’India? Ma per noi fa quasi lo stesso…) con un berretto bianco da fornaio, esattamente uguale a quello del caldarrostaio seduto poco più avanti… Tempo fa, in un articolo di un quotidiano che non ricordo, un uomo del Bangladesh parlava del suo lavoro, spiegando come veniva sfruttato… Vendeva caldarroste, pagato poche lire, dodici ore sulla strada, controllato a vista dal ‘datore di lavoro’.
Che, per la cronaca, era un italiano. Lo stesso italiano, forse? Che ora ha messo in piedi l’impresa che trucca d’autunno questo mesto novembre… l’ultimo travestimento della catena che sfrutta lavoro immigrato…? Forse. Oppure no. Magari si tratta di una cooperativa di organizzatissimi immigrati. In ogni caso, sembriamo indifferenti anche a questo… e come tutto, senza un sussulto, ci scivolano davanti agli occhi anche queste figure… improbabili statuine, che quest’anno prendono posto, nel presepe senz’anima del nostro Natale senza Natale.
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Le emozioni di De André attraverso il disegno
Come tantissimi io sono un ammiratore di Fabrizio De André, e mi commuovo sempre quando, girando per locali o tra feste private, scopro che ancora adesso è uno dei cantautori più amati, da ogni generazione. È capitato l’altra sera in un club fiorentino: una “tribute band” di Fabrizio De André, composta di 5 ragazzi (età media 18 anni) suonava con rispetto e convinzione le canzoni del cantautore genovese, e non solo limitandosi a quelle più popolari o moderne, ma andando a riscoprire anche quei gioielli dei primi concept album come “Storia di un impiegato” e “Tutti morimmo a stento”.
E poi ieri sera: una festa in campagna, fuori la pioggia e dentro il più classico del camini a dare calore. Ma su tutto la chitarra e i cori di “Bocca di rosa”, “Don Raffaè”, “Il testamento di Tito”, le sole canzoni della serata di cui tutti, ma proprio tutti, ricordavano ogni singola parola. Se i suoi dischi sono stati best seller all’epoca e sono in classifica ancora oggi (e parlo dei dischi originali, non di versioni “rifatte”, indorate - in qualche modo- di marketing) è perché Fabrizio De André - attraverso la sua musica - ha dialogato coi suoi contemporanei e continua a dialogare con le generazioni successive raccontando l’umanità più pura, quella liberata da ogni sovrastruttura sociale; ha abbracciato l’Uomo attraverso il racconto di molti uomini: Piero, Marinella, Princesa, Nina, Angelina, Andrea, e tanti altri. Persino nelle figure “sacre” del cattolicesimo Fabrizio De André individua una soggettività “terrena”, fatta di sorrisi, gesti, paure, fatica, braccia magre, disperazione, timidezza, meraviglia, e invita a lodare l’umano anziché il divino (“Laudate hominum” è il celebre corale della “Buona novella”). Personaggi appena abbozzati nella descrizione fisica, ma scavati profondamente nella psicologia e nei sentimenti.
Mauro Biani ha provato a “raccontare” quelle emozioni attraverso il disegno. Esistono tanti bravi illustratori che possono riportare in immagini le canzoni di De André - e forse qualcuno lo ha già fatto - ma Mauro Biani è andato oltre: ha vinto la tentazione di illustrare la canzone, il “campo di papaveri rossi”, il vassoio “con caffè e tapioca”, il “re senza corona e senza scorta”, per concentrarsi sul senso profondo di quelle storie, “interpretando” quelle canzoni e riuscendo nel difficile compito di descriverne esclusivamente “l’anima”.
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L’intercettazione: storia di uno strumento d’indagine
Le intercettazioni sono nate e si sono evolute in base alle evoluzioni tecnologiche e ai cambiamenti sociali. Ma il loro utilizzo è stato sottoposto a regole precise: richieste da parte dei pubblici ministeri dietro l’autorizzazione di un giudice per le indagini preliminari. Tutto questo per fornire ai cittadini garanzie su cui oggi si cerca di sorvolare: la politica – o una parte di essa – sta infatti insinuando l’idea di un mondo costantemente controllato, come nel romanzo 1984 di George Orwell.
Di tutto questo ci racconta “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica”, il volumetto di Antonio Ingroia in libreria dallo scorso 28 ottobre nella collana “Senza finzione” delle edizioni Stampa Alternativa (180 pp., 14 euro).
Antonio Ingroia è attualmente uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani. Pubblico ministero alla Procura di Palermo, ha indagato su alcune delle più importanti vicende della storia repubblicana tra cui gli omicidi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mauro Rostagno, le stragi mafiose al di fuori della Sicilia e il presunto connubio tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica che ha coinvolto Marcello Dell’Utri.
Nelle pagine del libro, che vedono la prefazione di Marco Travaglio, si va alla ricerca di fatti che dimostrano quanto il pericolo tanto gridato è inesistente. E lo si fa rifacendosi alle intercettazioni per i reati di mafia e al valore che hanno in fase processuale. Solo conoscendo questi fatti si può capire a quali trasformazioni aspiri l’attuale classe di governo. Mentre il dibattito politico si è spostato sulla sicurezza anti-immigrati instaurando un clima terrore nelle metropoli del Paese, c’è chi tenta di togliere un importantissimo strumento di indagine.
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