Fiorenzo Oliva, “Il mondo in una piazza”

Il mondo in una piazzaVado sul sito di Stampa Alternativa prima di scrivere questo pezzo, alla ricerca di notizie biografiche sull’autore. Al link del libro, sotto la scheda, dice “momentaneamente non disponibile”. Non mi meraviglia perché è un libro bellissimo quello di Fiorenzo Oliva dal titolo Il mondo in una piazza, e di questo ringrazio gli amici della casa editrice viterbese che me lo hanno inviato.

F.O. ha passato un anno a Porta Palazzo a Torino, uno spazio di tempo che per lui ha significato una vera e propria catarsi, un modo per sviluppare anticorpi indispensabili per sopravvivere e mettersi finalmente alle spalle quel maledetto 2002, quando mentre passeggiava con degli amici per un parco di Torino si ritrova investito da uno spruzzo di acido che gli fa guadagnare numerose ustioni sul corpo. Era un regolamento di conti tra spacciatori. Torino la città di Cesare Pavese ha diversi livelli, alcuni esposti alla luce del sole, altri occulti.

E non è solo l’aspetto esoterico a far rientrare alcune delle storie della capitale piemontese in un grande buco nero. Anzi, esistono delle vere e proprie T.A.Z in cui difficilmente si può cogliere la differenze tra realtà e finzione, ovvero geografie umane che farebbero impallidire i peggiori quartieri di Belfast o Varsavia, o addirittura renderebbero le malfamate banliueues parigine, collegi per educande. Porta Palazzo è un vero e proprio ingresso per l’inferno: quello dello spaccio, della clandestinità, della povertà, della disperazione.
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Una guida pratica per scegliere i prodotti cosmetici naturali

Senza trucco di Nadia TadioliSpesso i prodotti cosmetici viso e corpo utilizzati quotidianamente contengono sostanze che possono causare allergie e irritazioni. Sono molte infatti le sostanze contenute nei prodotti cosmetici di bellezza che possono creare allergie in alcuni soggetti: nichel e conservanti sono contenuti in molti cosmetici, così come i profumi sono aggiunti a molte creme per il corpo (e possono provocare la diffusa allergia ai profumi). Anche gli alcoli della lanolina, una sostanza naturale ottenuta dal sebo della pecora, vengono usati nei prodotti cosmetici per le proprietà emollienti. Gli alcoli della lanolina si trovano nelle creme idratanti e solari per il corpo, in lucidalabbra per la bocca, nei fondotinta e negli ombretti per il viso, e negli spray per i capelli. In alcuni casi gli alcoli della lanolina possono provocare allergie.

Nella scelta dei prodotti cosmetici per viso, corpo e capelli, i soggetti allergici devono scegliere prodotti cosmetici naturali, nichel-free e senza conservanti per evitare spiacevoli reazioni allergiche.

E contro le allergie da prodotti cosmetici, è uscito in libreria il libro intitolato Senza Trucco di Nadia Tadioli (Stampa Alternativa): una guida pratica (un vero e proprio “manuale”) per capire cosa c’è davvero nei cosmetici che usiamo ogni giorno.

IL LIBRO SENZA TRUCCO: UNA GUIDA PRATICA PER SCEGLIERE I PRODOTTI COSMETICI NATURALI SENZA RISCHIO ALLERGIA
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Benito Jacovitti. “Il Giorno” di CoccoBill

Il giorno di CoccobillStampa Alternativa è un piccolo editore che da quarant’anni pubblica cose molto interessanti, trascurate o dimenticate dalla grande editoria. Marcello Baraghini è un personaggio unico, fuori dal tempo e atipico in un panorama editoriale dove conta soltanto cavalcare una moda. Se non fosse stato per il suo acume i ragazzi del 2000 non saprebbero niente di Benito Jacovitti, uno dei più grandi artisti del fumetto italiano di tutti i tempi. Per il Natale 2009, Stampa Alternativa propone una nuova antologia di Coccobill, personaggio creato da Jacovitti nel 1957 per Il Giorno dei ragazzi, completando la prima raccolta datata 2007.

coccobill2009_03.jpgSpaghetti western comico ante litteram, prima che arrivassero Bud Spencer e Terence Hill, il Provvidenza di Tomas Milian e Arrapaho di Ciro Ippolito. Jacovitti utilizza il suo personaggio per sovvertire gli schemi del western classico, fa parlare i sudisti in napoletano stretto, il suo eroe beve solo camomilla e possiede un cavallo che commenta scettico ogni azione del protagonista.

Coccobill è un eroe buono che lotta contro i cattivi, ma lo fa in salsa comica senza risparmiare battute salaci e irriverenti. Le storie contenute nell’antologia sono state selezionate da Gianni Brunoro, grande esperto della materia. Tra le migliori citiamo Coccobill e la revolucion, ambientata in un Messico improbabile dove si canta, si beve, si balla, si fa festa tra nacchere e cavalli. Incontriamo un rivoluzionario assurdo come Carmen Picatodos in lotta contro il tiranno Magnaleon che si nutre di leoni, aiutato da un luogotenente da burletta come Escamilo el frustador, geloso di Coccobill che veste i panni del libertador. Da citare anche Coccobill contro Coccobill, che affronta il tema del doppio, da sempre caro a cinema e narrativa di genere, ma lo risolve in chiave comica.
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Le anime di Piazza Fontana

Attentato imminentePiazza Fontana è una strage che si poteva evitare e come conseguenza (ma anche prodromo) è anche molti altri elementi. Iniziamo da questi. La strage del 12 dicembre 1969 e le bombe collegate milanesi e romane, sia quelle che esplosero che quelle che non lo fecero, contengono in sé diverse anime. Innanzitutto l’anima nera, da un lato composta da Ordine Nuovo del Veneto, a iniziare dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura, e dall’altro di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie.

Poi l’anima istituzionale del Sid, i servizi segreti militari di allora, che giostrano – attraverso un personaggio chiave come Guido Giannettini – depistaggi, indagini, falsi responsabili e tirarono le fila anche di certa stampa. Poi non va tralasciato il tassello internazionale che, in piena guerra fredda, porta un vantaggio – forse indiretto, ma pur sempre di vantaggio si parla – alle luogotenenze atlantiche, e statunitensi in primis, presenti in Italia. Non si dimentichi in proposito che alcuni ordinovisti veneti, se non erano di casa, comunque frequentazioni delle basi del nord est ce le avevano. E infine, volendo porre un’utile semplificazione al panorama che determinò lo scenario in cui si consuma la strage di piazza Fontana, aggiungiamo i capri espiatori di questa vicenda, gli anarchici e in testa si possono – anzi, si devono – mettere Pino Pinelli e Pietro Valpreda.

Ma torniamo all’affermazione iniziale: i fatti del 12 dicembre 1969 si potevano evitare. Non è una deduzione, questa, è qualcosa che si può dire senza timore di smentita. Già nella primavera di quell’anno, dopo l’attentato al rettorato di Padova del 15 aprile 1969, c’era una parte della polizia padovana che stava imboccando la pista giusta. Quella parte era rappresentata dal capo della squadra mobile, Pasquale Juliano, catapultato in un’indagine a sfondo politico pur provenendo dal contrasto alla criminalità comune. Juliano, in due mesi di indagini serrate, era arrivato a nomi tristemente noti in seguito, con il procedere degli anni di piombo.
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Onda pazza: Peppino Impastato e la redazione di Radio Aut

Onda pazza a cura di Guido Orlando e Salvo VitaleRadio Aut, radio libera di Terrasini, Palermo, attiva tra 1976 e 1978, era la radio di Peppino Impastato e dei suoi compagni. 98,800 mega hertz. La trasmissione principe era “fantapolitica”, “satirica” e “schizofrenica”: si chiamava Onda Pazza. Sigla, “Facciamo finta che tutto va ben” di Ombretta Colli. Si cavalcava l’Onda ogni venerdì: per rompere le scatole. In primis, a Tano Seduto – Tano Badalamenti. Un nemico potentissimo, assassino senza scrupoli, trafficante mondiale di droga, veniva puntualmente ridotto a un pagliaccio, senza paura delle sue rappresaglie, della sua violenza e del suo potere. Magnifico. Ma Tano si vendicò, e suicidò Peppino Impastato. Suicidato, come gli altri “insabbiati” cari a Mirone. Peppino avrà per sempre trent’anni, avrà per sempre tutta la forza esplosiva dei suoi trent’anni. Tano brucia all’inferno, assieme a un’intera classe dirigente: assieme a un’intera classe politica. Nessuno, tra i bambini nati nel Duemila, sogna di diventare come lui. Tanti, adesso, possono sognare di essere coraggiosi come Peppino. Tanti possono riconoscerlo come un esempio di integrità e di determinazione.

Racconta Salvo Vitale, nella nota introduttiva: “La radiotrasmissione ebbe inizio nell’estate del 1976 e proseguì in modo discontinuo finché, nel febbraio del ‘77, non decidemmo di darle un taglio più preciso registrando il venerdì sera per poi replicare la domenica a mezzogiorno, orario di maggiore ascolto. Tutto il materiale precedente quel periodo è andato perduto, salvo le registrazioni effettuate da febbraio a maggio del ‘78”. Le trasmissioni vennero consegnate al giudice Rocco Chinnici come prova indiziaria delle speculazioni mafiose nel territorio. Chinnici sarebbe stato assassinato nel 1983.

Scrive, Vitale, che in radio avevano fatto saltare uno dei punti di riferimento della cultura mafiosa: il rispetto per “l’uomo d’onore”. L’uomo d’onore per antonomasia era Tano Badalamenti, in quel momento: difeso, nel territorio, dalla chiesa e da Mimì Bacchi del Pci. Bipartisan, diremmo oggi. Le trasmissioni erano divise in due parti: Mafiettopoli, dedicata alla cittadina di Terrasini, e Mafiopoli, dedicata alla cittadina di Cinisi. Quando Peppino morì, Onda Pazza divenne La Stangata. Ne rimangono trenta cassette. La trasmissione chiuse per esaurimento di risorse economiche, fisiche e psichiche, e per l’indifferenza dei contemporanei.
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Vino e bufale. Tutto quello che vi hanno sempre dato a bere a proposito delle bevande alcoliche

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaLo psichiatra Enrico Baraldi e l’esperto di problemi alcol-correlati Alessandro Sbarbada hanno pubblico Vino e bufale. Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche. Il libro è pubblicato da Stampa alternativa che l’ha inserito nella collana Eretica. Non è facile parlare di questo libro, anche per un non-bevitore come me. Il retaggio “culturale” sul vino che ognuno di noi si porta dentro fa avvicinare quasi con diffidenza ad un libro del genere che non vuole essere un manuale per un neo-proibizionismo ma, come dicono gli autori,

vogliamo solo che sull’alcool venga fatta vera informazione, non campagne isolate che non fanno alcuna presa sui cittadini. Poi, ognuno sarà più libero di scegliere se bere o meno: ma non possiamo accettare che il vino venga spacciato per una bevanda dalle proprietà quasi medicinali, perché questa è pura mistificazione della realtà.

Il libro risponde a moltissime domande sul vino (quasi un prontuario, i paragrafi sono brevi e ben scritti). Una riflessione mi ha colpito:

Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, me troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche! Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure: “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili (pag. 5).

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Ingroia: “Il Governo vuole disarmare la lotta alla mafia”

C'era una volta l'intercettazioneAntonio Ingroia è uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani. Allievo di Falcone e Borsellino, oggi pubblico ministero a Palermo, ha indagato sui casi giudiziari di mafia più importanti degli ultimi decenni. Ha appena pubblicato “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica” (Stampa Alternativa), che verrà presentato a Roma in apertura della Fiera “Più libri più liberi” sabato prossimo alle 19 da Beppe Giulietti, Luigi De Magistris e Michele Santoro.

Un disegno di legge governativo già approvato alla Camera lo scorso giugno interviene pesantemente in materia di intercettazioni. Da molte parti, magistratura in prima linea, è stato ricordato il valore che questo strumento processuale ha avuto soprattutto nella lotta alla mafia e nello svelamento degli intrecci tra mafia, politica ed economia.

C'era una volta l'intercettazione su FacebookIngroia, cosa l’ha spinta a scrivere il suo libro?

L’intenzione di provare a spiegare ai lettori come stanno le cose. Su questo tema imperano i luoghi comuni e le falsità. Da un anno in qua si è scatenata una campagna di stampa finalizzata a terrorizzare l’opinione pubblica facendole credere che tutti gli italiani siano sotto intercettazione. Nel libro mostro come le intercettazioni non siano una minaccia da cui difendersi ma una risorsa da difendere, uno strumento che ha consentito di arrestare latitanti di mafia, di scongiurare stragi, di evitare omicidi, di sequestrare arsenali di armi, ingenti quantitativi di denaro sporco e di stupefacenti. Di fare dei passi avanti nel garantire la sicurezza dei cittadini, individuando anche le magagne del potere e della politica, le collusioni e le corruzioni.
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De André a disegni: la Storia del nostro mondo

Come una specie di sorrisoAnche con le canzoni si può raccontare la Storia, questo è certo. Ma si può osare di più: è quello che ha fatto il vignettista Mauro Biani che ha trasformato alcuni dei personaggi di Fabrizio De André (da Bocca di Rosa a Marinella, da Michè impiccato a Princesa) in altrettanti ritratti (sofferenti) dell’ Italia contemporanea («Come una specie di sorriso», Stampa Alternativa, a cura di Nicola Cirillo, pp. 32 con 15 tavole a colori, 13).

Il motivo della scelta di Biani (vignettista di casa sulle pagine di «Liberazione») è legato al fascino degli sconfitti: «Perché - ed è lo stesso artista a spiegarlo - sono rimasto sempre conquistato dai temi messi in poesia da De André, per la sua attenzione agli ultimi, per la sua ironia amara, per il suo modo di cantare il trionfo discreto della sconfitta». E in quelle cartoline (con Angelina che svolta i suoi tarocchi e con Andrea che vive il suo amore «diverso») più che la cronaca per immagini di drammi molto privati, c’è la Storia del nostro mondo.
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I cosmetici e le foreste dell’Indonesia

Senza trucco di Nadia TadioliDal 1990 l’Indonesia ha già perso 28 milioni di ettari di foresta, dice Greenpeace, e la deforestazione continua a ritmo galoppante. Al posto di queste foreste chilometri e chilometri di palme: coltivazioni da cui si estrae l’olio, con un alto contenuto di grassi saturi, che finisce nelle nostre merendine, negli alimenti e nei nostri cosmetici. Si calcola che circa il 7-8% di tutto l’olio di palma finisca nei cosmetici, soprattutto creme e saponi, è infatti molto economico rispetto ad altri oli, ma molto performante.

Come riconoscerlo, ed evitarlo, in etichetta? Senza Trucco, il manuale per capire cosa c’è nei cosmetici che usiamo ogni giorno, ci viene in aiuto: il suo nome nell’elenco degli ingredienti è Elaeis Guineensis. Nei saponi l’uso dell’olio di palma si riconosce dalla dicitura: Sodium Palmate. Ma non basta perché spesso i suoi componenti sono utilizzati per creare emulsionanti, tensioattivi, emollienti. Quando in un prodotto troviamo l’ingrediente Palmitic Acid, per esempio, dobbiamo pensare a un ottimo emolliente, che probabilmente deriva dall’olio di palma, visto che ne contiene in buona percentuale ed è più a buon mercato di altri oli. L’olio di semi di palma contiene anche una buona percentuale di acido laurico, che è alla base per esempio del sodium laureth sulfate, un tensioattivo molto diffuso in shampoo e bagno schiuma, ed è probabile che in molti casi la materia prima di partenza sia ancora l’olio di palma, anche se non se ne può essere sicuri.

Alcune aziende però ci vengono in aiuto, come Lush che ha deciso di fare a meno dell’olio di palma nei propri prodotti. E speriamo che molte altre seguano questo esempio…
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Il colore viola

No B Day - Foto di Katia Ancona5 dicembre. No b Day. Cosa marcia col corteo. Nel fiume screziato di viola. Colore della libertà. Colore dell’autodeterminazione. Dicono. Fermarsi a vederlo scorrere, in via Merulana. La nobile via Merulana, che unisce le due più belle basiliche di Roma. Arriva da Santa Maria Maggiore, scende verso San Giovanni. Da una finestra di un terzo piano, giusto al centro della via, qualcuno stende una bandiera arcobaleno, due finestre più a lato una sciarpa viola, forse un telo. Al secondo piano qualcun altro dirige verso la gente in strada degli altoparlanti, per regalare alla folla un suono di marcia e un canto di Intillimani del tempo che fu…

E si applaudono a vicenda, le persone affacciate alla finestra e i gruppi affollati del corteo. Viola, colore della libertà. Della parola e del pensiero che non vuole briglie. Che uscendo dal luogo virtuale della rete, dice di essere carne e corpo e voce e che è ora di dire davvero basta alle urla afone del potere malato che ci sta soffocando… Per questa volta, forse, nel fiume in marcia, le teste sale e pepe e grigie non sembrano la maggioranza. Molti, moltissimi i giovani, e questo è già gioia. Pochissime le bandiere di partito, e questo è già speranza. Pochissimi gli slogan. E questo è già inizio di libertà. Ma sa di pianto il primo grido ascoltato qui a metà strada, fra le due piazze delle due basiliche.

“Fuori, l’agenda, di Paolo, Borsellino”, scandisce un gruppo di persone. E le sciarpe viola vestono il ricordo dei paramenti dei riti dei giorni del lutto. Mentre il profilo di Santa Maria Maggiore si allontana, e piano, dall’altro lato, si allunga l’ombra delle guglie di San Giovanni in Laterano… I giovani, davvero sono moltissimi. Scavalcando forse completamente, con lampi di saggezza che solo i molto giovani a volte sanno avere, quella strana generazione di mezzo o già un pò più in là, qui ancora a fare i conti con la sua storia e con un paese che ancora sfugge dalle dita.
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Droga no, alcol sì? La via a zig zag del ministro Zaia

Vino e bufale di Enrico Baraldi e Alessandro SbarbadaDroga no, alcol sì. Ecco lo Zaia pensiero. Il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali è stato uno dei primi a sottoporsi al test antidroga in voga in questi giorni tra parlamentari e ministri. L’esito naturalmente è stato negativo anche perché come ha dichiarato lui stesso durante la diretta di Studio Aperto che lo ha ospitato per il narco-test del capello: “Sono tranquillo, perché non ho mai assunto droghe dalla nascita”.

E noi non abbiamo nessun motivo per non credergli. Anche perché una persona che ricopre un ruolo politico importante come il suo è normale che sia “pulito”. Come dire? Questa dovrebbe essere “la banalità del bene”.

Ma sull’alcol no

L’anomalia, semmai, sono le posizioni che il ministro Luca Zaia ha preso riguardo all’alcol, come riportano Enrico Araldi e Alessandro Sbarbada nel loro libro Vino e Bufale, (Stampa Alternativa, 137 pagine, 12 euro). Nel simpatico volumetto a proposito di etica etilica si legge:

La soluzione viene dallo stesso ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Luca Zaia, che il 6 ottobre 2008 a Conegliano Veneto, in margine a una manifestazione promozionale sulla grappa, ha dichiarato: “Chi guida l’auto deve avere bevuto solo analcolici. Chi vuole ubriacarsi si sieda al suo fianco o dietro. È inutile che continuiamo con lo 0,5, lo 0,2 o lo 0,4: lo ribadisco, tasso zero per chi guida, tutti gli altri facciano quello che vogliono’”.

Un’immagine sbagliata dell’Italia

Però la tesi del tasso zero per chi guida non lo deve aver convinto troppo. Sul Corriere del Veneto, infatti, sempre riportato dal volumetto citato, a proposito della riduzione del tasso di alcolemia consentito alla guida da 0,5 a 0,2, ha detto smentendosi:
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“Sembrano degli attacchi di stampo politico”

Palermo. Gli attacchi alla magistratura in questo periodo sono tanti, talvolta eccessivi. Sembrano degli attacchi di “stampo politico”. Con queste parole iniziamo a parlare con il dott. Antonio Ingroia, in occasione della presentazione a Palermo del suo ultimo libro dal titolo “era una volta l’intercettazione”. Servizio di Carmelo Di Gesaro e Francesca Scaglione.

Videointervista realizzata dallo staff di C6.tv.

C'era una volta l'intercettazione
C’era una volta l’intercettazione - La giustizia e le bufale della politica di Antonio Ingroia
Prefazione di Marco Travaglio
Collana Senza Finzione
180 pagine
ISBN: 978-88-6222-092-7

Pasquale Juliano, l’entusiasta

Attentato imminenteDomani, 12 dicembre, sarà il quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana. Una strage che si poteva evitare, racconta il libro Attentato imminente. Ecco perché.

Ci sono libri che lasciano un gran dolore addosso. Sono i primi da leggere, perché un organismo non può sviluppare anticorpi in assenza di esposizione al male. Attentato imminente è tra questi. Le vicende che rivivono attraverso le penne appassionate e precise di Antonella Beccaria (Uno Bianca, Trame Nere) e Simona Mammano (Assalto alla Diaz) sono poco note ai più, ma costituiscono i semi dai quali germoglieranno alcune delle pagine più macabre degli “anni di piombo” italici. Siamo infatti nel nord-est di fine anni sessanta, quando una bomba ai danni del rettore Opocher apre una stagione i cui protagonisti principali assurgeranno, mesi dopo, alla ribalta della cronaca per l’attentato che “fece perdere l’innocenza” al Paese: piazza Fontana. Un poliziotto, alla Questura di Padova, era arrivato a un passo dal Sancta Sanctorum del neofascismo di quella zona. Messo dai superiori, quasi per caso, ad indagare su alcuni atti violenti, senza una vera preparazione “politica”, sfiorò il successo che a funzionari con molta più esperienza (vuoi per imperizia, vuoi per una serie di coincidenze inquietanti) non apparve nemmeno lontanamente raggiungibile.

Pasquale Juliano, giovane Commissario della Polizia di Stato, era a pochi giorni dalle manette a Franco Freda e Giovanni Ventura (anche perché aveva intuito e messo nero su bianco il rischio di attentati di vaste proporzioni a breve termine), quando il meccanismo che gli aveva consentito di arrivare sin lì (una rete di informatori) gli si ritorce contro. Da inseguitore, il poliziotto si ritrova braccato. Dalle accuse tra le più infamanti per un uomo in divisa, lanciate da chi, fino al giorno prima, gli aveva riferito movimenti di armi e progetti di quanti fungevano da braccio armato delle “spinte centrifughe” che avrebbero tenuto tristemente compagnia all’Italia per lunghi anni ancora. Il procedimento penale a carico di Juliano durerà una decade. Al termine, verrà completamente scagionato. Un eroe borghese? Indubbiamente. Un superuomo? No. Un martire? Nemmeno. Soprattutto, però, un entusiasta, come racconta Antonella Beccaria, in quest’intervista in cui “Attentato Imminente” ha fatto da punto di partenza per ragionamenti ad ampio raggio sull’Italia e su come non sia mai riuscita ad affrancarsi da determinate ever-distorsioni.
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Membri di partito: che fine ha fatto Rossana Doll?

Membri di partitiChe fine ha fatto l’ex pornostar barese Rossana Doll? La protagonista del libro scritto dal giornalista Alberto Selvaggi, il best-seller Membri di partito che piovve come una bomba sulle elezioni politiche del 1994 e furoreggiò sui media di tutt’Italia negli anni seguenti, fu al centro del primo scandalo «sesso-politico» del Belpaese. Un caso che partiva da Bari, come quello di Gianpi Tarantini e Patrizia D’Addario e di altre ninfette.

Quel pamphlet rappresenta oggi un po’ la «madre di tutti gli scandali politico-sessuali» di oggi, delle Vallettopoli, ormai sdoganate dalla comune morale. Fu pubblicato dalla spericolata Stampa Alternativa dell’editore romano Marcello Baraghini in un tempo in cui raccontare il privato dei politici era impensabile.

Le ultime notizie su Rossana Doll, passata da «Così fan tutte» di Tinto Brass al porno di Riccardo Schicchi, le pubblicò tempo fa «La Stampa», in una pagina in cui raccontava di storie di sesso in vendita e di droga a Torino. Un girone infernale dal quale però, assicurano i bene informati, Rossana è uscita. La Doll è da tempo fuori dal porno, ha abbandonato anche gli eccessi di una vita pericolosa e sembra anche svolga un lavoro tranquillo al Nord.

Il caso Membri di partito è ricomparso da un po’ sui giornali sulla scia dei recenti scandali. Tra gli ultimi che ne hanno scritto definendolo «precursore» e «illuminante» di ciò che sta accadendo «15 anni dopo» ci sono Roberto Saviano su «L’Espresso» e Giuseppe Caldarola sul «Riformista».
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Nefertiti, “La Bella Che Viene”, donna per eccellenza

Nefertiti di Jasmina Tesanovic

Jasmina Tešanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa dell’Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti.

La domanda con cui Sterling apre la sua prefazione all’ultimo affascinante libro della scrittrice serba, pubblicato da Stampa Alternativa, trova risposta nelle forme simboliche e atemporali con cui l’autrice ha voluto rappresentare la regina, il cui nome significa “La Bella Che Viene”, facendone la donna per eccellenza.

La Nefertiti della Tešanovic è una dea che, dopo aver vissuto ogni giorno «nella verità della bellezza e nell’eresia» al fianco di un re malato e geniale che lei sola aveva saputo comprendere e amare, si ritrova a nascondersi dal mondo e da se stessa, «rimossa perfino dalla lingua del suo popolo» e tormentata dal pensiero di perdere l’eternità. Aveva sposato Akhenaton, il dio-sole, perché realmente innamorata della sua ambiguità, del suo estro artistico, delle sue parole. La bellezza leggendaria di Nefertiti si era unita al sogno di verità del cugino e la forza spirituale del loro matrimonio era stata capace di rinnegare tutte le divinità tradizionali per auto-esaltarsi nella celebrazione della propria deità, trasformando lentamente l’intero Egitto in un regno a propria immagine e somiglianza. Dopo aver partorito sei figlie, incapace di dare alla luce un erede, Nefertiti aveva dovuto assistere al degenerare della malattia del marito, il cui corpo diveniva sempre più simile a quello di una donna. La corte si trasforma in un harem dove il potere femminile assume le forme della differenza concepita come divinità superiore.
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