Attentato imminente: piazza Fontana, una strage che si poteva evitare

Attentato imminenteDodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza.

La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti. A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.

Diciassette morti, ottantotto feriti. Alle 16.37 siamo già vecchi. Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti.

Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati. Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda. La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pino Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio. Anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un malore attivo. Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente.

La pista anarchica viene suggerita e orchestrata dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno per depistare le inchieste. Passano gli anni e la magistratura imbocca la pista giusta. Le valigette che contengono l’esplosivo del ’69 sono state acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura, fascisti di Padova. Emerge un piano che deve sfociare in un tentativo di colpo di Stato militare.

Come è andata a finire? Trenta giugno 2001, Corte d’Assise di Milano. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati all’ergastolo. Tre anni a Stefano Tringali, militante di Ordine nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per Carlo Digilio. Dodici marzo 2004. La Corte d’Assise di Appello di Milano assolve Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi per insufficienza di prove, Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto, e riduce da tre anni a uno la pena per Stefano Tringali con la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.

Tre maggio 2005, il processo si chiude in Cassazione con la conferma delle assoluzioni degli imputati e l’obbligo, da parte dei parenti delle vittime, del pagamento delle spese processuali. I giudici compiono un vero capolavoro. Ma resta una verità storica anche dalle sentenze di assoluzione.

Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, anche se non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987. Quella responsabilità che il commissario Pasquale Juliano aveva compreso pochi minuti dopo lo scoppio della bomba di piazza Fontana, che aveva intuito nelle ore concitate in cui il governo e i suoi apparati di intelligence deviavano le indagini verso la sinistra extraparlamentare, in particolare verso gli anarchici.

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Attentato imminente – Piazza Fontana, una strage che si poteva evitare di Antonella Beccaria e Simona Mammano
Collana Senza finzione
216 pagine
ISBN: 978-88-6222-106-1

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