Il giorno di Coccobill: il mondo alla rovescia
Chi è Cocco Bill? Un Tex che attraversa lo specchio. E al di là dello specchio c’è, come dice il titolo qui sopra, il mondo alla rovescia di Jacovitti. Forse sono autorizzato ad affermarlo, visto che da ragazzino sono stato un lettore appassionato e puntuale del Corriere dei Piccoli” (proprio negli anni in cui Cocco Bill vi esordiva). Di Tex, oltre che lettore appassionato e puntuale, sono da qualche anno curatore (e autore dell’introduzione) dell’edizione a colori di “Repubblica” e “L’espresso”.
Non solo. Di Jacovitti per qualche tempo sono stato anche “amico”, tra virgolette, come può esserlo un piccolo, fervente appassionato di fronte al “Grande Maestro”. Il quale mi dava appuntamenti al Café de Paris di via Veneto (un bar con i tavolini all’aperto nella celebre strada felliniana che mai avevo visto prima) regalandomi ogni volta quattro o cinque suoi originali. Quelli che ovviamente custodisco ancora gelosamente e che, allora come oggi, mi metto talvolta a studiare in religioso silenzio. Venendo così a scoprire che con i disegni di Jac ci si può giocare. Come nei giochi della “Settimana Enigmistica”. In che maniera? Per spiegarlo, vi sottopongo il testo su Cocco Bill scritto per Tratti e ritratti, i grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor, pubblicato da Minimum Fax. Ricordando anche a voi, se ce ne fosse bisogno, uno dei grandi in segnamenti del “Grande Maestro”, che sempre mi ha guidato nel corso della mia vita. Questo:
Quando Jacovitti sverga le ciripicchie, tutte le biscagliette vengono in gnoffa a far zunzù!
Molte tavole di Jacovitti sono buone per giocare. Per esempio al celebre gioco dell’“Aguzzate la vista” della “Settimana Enigmistica”. E non solo a quello. Dopo la lettura, s’intende. Quando, dopo essersi immersi nella storia, si può tornare sulle pagine per osservarle con più attenzione. Le “stranezze” jacovittiane sono così eccessive, totali, onnipresenti, che andarle a esplorare nei minimi dettagli si rivela sorprendente. Prendiamo per esempio una vignettona di “Cocco Bill fa sette più” (alla tavola 9 del primo episodio del personaggio pubblicato sul “Corriere dei Piccoli” nel 1968). Primo gioco: quello delle pazzie. Chi si è accorto, leggendo, che sulla pagina a sinistra, in alto, spuntano due zoccoli di cavallo sul tetto della casa? Che il primo cavallo a sinistra è disegnato a metà? (E il conducente del carro – con salame annesso – si lamenta della mancanza della frusta!).
Anche il cavallo disegnato più sotto ha qualcosa di strano: gli mancano tutte e quattro le zampe, per esempio. E si potrebbe continuare ad aguzzare a lungo: avete notato quel tizio proprio sopra la nuvoletta che inizia con “Ehilà gente” il cui viso spunta tra le assi di legno di un soffitto preoccupantemente basso? E che dire del dito che spunta dalla finestra disegnata un poco più a destra? Ancora i cavalli: i due della diligenza hanno quattro zampe ciascuno (e a questo punto la faccenda è già strana di per sé), ma dalle labbra si capisce che uno dei due è – fin troppo chiaramente – femmina. A destra in basso l’ultimo equino: aguzzate la vista e scoprirete cosa c’è di sbagliato!
Secondo gioco: quello delle jacovittate sparpagliate qua e là: si potrebbe fare la conta di quante ossa, matite, dita, pesci, vermi, salami, cartelli Jac
abbia inserito qui e là in questa panoramica che oltraggia la realtà riducendola in polpette.
E poi si potrebbe fare un terzo gioco. Forse più raffinato. Si sa che Jacovitti disegnava le tavole direttamente a china, con il pennino, senza usare la traccia della matita. Tanti piccoli segni che a poco a poco si uniscono per diventare linee. Tutto ciò si vede chiaramente nelle tavole originali; ma anche su alcune riproduzioni, come quella del caso che stiamo esaminando. Per esempio: guardate i piedi messi bene in vista sotto l’insegna piena di “o” del saloon: le dita più piccole del destro rivelano delle tracce, dei segni appena accennati che poi non sono più stati seguiti. Da notare (sempre in quei piedi) come le linee non siano sempre riempite, piene.
Magari c’è uno spazio bianco tra due o più tratti, proprio a dimostrazione di come la creazione avvenisse di getto. Ma su questo ritorneremo più avanti. Basta continuare ad aguzzare la vista per scovare altri tratti “sbagliati”. Sulla sinistra ce ne sono vari intorno al barilotto del carro con il cavallo dimezzato: una molto evidente tocca il piede destro dell’omino che sta dietro. E ancora, in basso, sotto la fondina del cavallo senza zampe. Ci fermiamo qui: ma questo bel gioco potrebbe durare a lungo.
E c’è anche un altro gioco: più astratto, teorico. Quello sulla filosofia di Jacovitti, che non può che essere apolitica, basandosi sul rifiuto di ogni logica del reale. Sul suo metodo di lavoro, nel quale rientra la tecnica della scrittura automatica teorizzata dai surrealisti e poi, nel mondo fumettistico, dal Moebius delle “storie a forma di elefante”, quello di Métal Hurlant. Jacovitti non la chiama così, ma si tratta della stessa, identica faccenda. Jacovitti non preparava mai le sue storie, non sapeva mai, all’inizio, dove sarebbe andato a parare, quale sarebbe stato lo sviluppo della trama e la sua conclusione.
Andava avanti a braccio, come si dice, immergendosi nel suo pensiero e, a differenza del francese (che ha apertamente parlato dell’uso di droghe), senza altro ausilio se non il sigaro, che teneva spesso e volentieri tra le labbra. Ecco perché tante linee. Perché Jacovitti creava a poco a poco, facendosi trasportare dalla sua creatività in un mondo tutto suo. Era una sorta di trance jacovittesca. Ecco anche perché tanti problemi il creatore di Cocco Bill, di Pippo, Pertica e Palla, di Cip l’arcipoliziotto e di tanti altri personaggi, ha avuto con tante e diverse riviste politiche, educative, religiose quando volevano per forza riportarlo con i piedi per terra. Era il 1968 quando la contestazione studentesca riempiva le piazze, era il 1968 quando Cocco Bill affrontava i Kuknass Brothers nel celebre fumetto di cui abbiamo già detto. Ebbene, tra i due mondi non c’è alcun rapporto.
Anche se, peraltro, Jacovitti Benito detto Franco era in continuo contatto con la realtà, per esempio grazie a Silvia, la figlia contestatrice, o grazie alla radio, spesso accesa e quasi sempre su stazioni che affrontavano temi d’attualità (Radio Onda Rossa, perfino, o Radio Radicale). Ma era come se Jacovitti vivesse in due mondi paralleli. Ed era spassoso quando questi due mondi entravano in collisione. Allora si aveva la scritta “Attenti al dromedario” fuori dell’ingresso del suo villino di Forte dei Marmi; i passanti vi si avvicinavano guardinghi, anche perché aldilà del cancello si ascoltava sovente un ruggito animalesco. Che, naturalmente, era dell’autore in questione.
E poi le bizzarrie leggendarie nel corso del suo lavoro. Per esempio quella riguardante la batteria, strumento che adorava e che inizialmente aveva provato a ricostruire con le scatole di scarpe. Poi, come ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Luca Boschi, Leonardo Gori e Andrea Sani per il saggio Jacovitti a lui dedicato, ne ha comprata una vera e completa
Così facevo dei concerti per charleston e pennino, dato che disegnavo suonando e facendo scricchiolare la penna a tempo di musica. Nel frattempo cantavo. Ho anche inciso delle cassette dove facevo: ba-bi-bi-bodidi-bobiù.
Arriviamo così al dunque: Cocco Bill. Il quale, potremmo dire, è Tex che passa attraverso lo specchio. E, al di là dello specchio c’è, appunto, il mondo al contrario di Jac, quello in cui un cowboy non beve whisky ma camomilla, in cui il Mito (in questo caso del mondo western) non è preso in giro grazie a un imbecille protagonista o un imbecille contrapposto al protagonista (come nel caso di Lucky Luke). Con Jacovitti qualsiasi ambiente, qualsiasi genere, qualsiasi mondo diventa il suo mondo, assurdo, folle e geniale nel quale tutti i personaggi sono costretti a rispettare delle fantastiche non regole. Al di là dello specchio jacovittesco non c’è un paese delle meraviglie, ma un universo in cui tutto ciò che regola il nostro rapporto con la realtà viene messo in discussione. E nel quale non è affatto detto che si stia meglio.
Ritornando alla vignettona di cui si diceva all’inizio, c’è un’altra cosa su cui val la pena di aguzzare la vista: gli occhi dei personaggi. Quasi tutti allampanati, annoiati e indifesi di fronte a una realtà in cui nessuno, tranne Cocco Bill, riesce a raccapezzarsi granché; vittime di una creazione che li sovrasta, che è più forte di loro, che di tutti si prende beffe. È come se Jac e Cocco si prendessero la rivincita sulle cose della vita: divertendosi – e divertendoci – da matti.
Il giorno di Coccobill - Nuova antologia di Benito Jacovitti
Fuori collana
360 pagine
ISBN: 978-88-6222-098-9
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