«Avanzi popolo!» e il recupero della tradizione alimentare toscana
Una veterinaria, sensibile all’ecologia con il pallino della cucina. Dopo dieci anni di professione nella cura degli animali e la direzione aziendale per un grande cooperativa di allevamento di animali, si trasforma, complice il marito che decide di aprire una azienda agricola, in cuoca e da cuoca in scrittrice di libri di ricette che recuperano la tradizione alimentare toscana. Lei è Letizia Nucciotti, una poliedrica signora, poco più di cinquant’anni per un metro e mezzo di altezza, nata a Saragiolo un paesino arrampicato sul Monte Amiata vicino a Pian Castagnaio al confine tra le provincie di Siena e Grosseto ed ha appena finito di scrivere il suo secondo titolo di ricette edito Stampa Alternativa dal provocatorio titolo: «Avanzi popolo».
Riuso degli scarti da tavola - Più di quattrocento pagine per oltre 500 preparazioni dove Letizia Nucciotti conduce in punta di penna il lettore al riuso, consapevole, degli scarti della tavola. Non il solito libro di ricette piuttosto una guida ragionata alle potenzialità degli alimenti che avanzano quotidianamente nel frigo e nella dispensa. Buona pratica di economia domestica che potrebbe risultare più che mai preziosa oggi per le molte famiglie italiane alle prese con il forzoso contingentamento della spesa alimentare.
«L’idea – spiega Letizia che da qualche mese si è presa un periodo sabbatico dai fornelli per riflettere sulle future attività professionali – è semplice. Sono cresciuta immersa in una cultura contadina, da sempre attenta al valore delle piccole cose, anche in cucina. Nell’esperienza lavorativa nell’azienda agricola di mio marito mi sono quindi resa conto, a contatto con gli ospiti clienti, di quanto negli ultimi decenni la maggior parte delle persone si sia allontanata dalla quotidianità delle più semplici operazioni alimentari: dall’approvvigionamento dei cibi, alla manualità nella preparazione delle pietanze, fino alla conservazione dei cibi. E’ come se la società del consumo usa e getta avesse fatto tabula rasa di quel grande e utile patrimonio di cui tutte le famiglie italiane erano dotate da generazioni. Basta entrare in un supermercato per rendersene conto. C’è chi non riconosce più un sedano da un mazzetto di prezzemolo ed è costretto a leggere l’etichetta prestampata del prezzo, altri mettono nel carrello solo vegetali surgelati o in busta ignari della forma naturale delle verdure e del sapore».
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Marijuana: proibizioni disastrose
«Sei un economista? Allora firma questo appello». Recitava così, nel 2005, una «lettera aperta al presidente, al congresso e ai governatori Usa» sulla legalizzazione della marijuana. Come dire: «se sei un vero economista, non potrai non firmare». Alla classica batteria di argomenti contro il proibizionismo (alimenta la malavita, fa lievitare i prezzi, spinge alla violenza e alla rapina soggetti altrimenti pacifici, aumenta la pericolosità delle droghe stesse, ingrassa le carceri di soggetti non particolarmente pericolosi, ecc. ecc.) l’appello, scritto dall’economista di Harvard Jeffrey A. Miron e firmato da 500 suoi colleghi, primo fra tutti il Nobel Milton Freedman, aggiungeva alcuni dati economici altrettanto convincenti.
Rimpiazzando la politica proibizionista con un sistema di tassazione e regolazione dei consumi, come quello previsto per alcol e sigarette, lo stato federale avrebbe risparmiato 7,7 miliardi di dollari all’anno e ne avrebbe incassati 6,2. Oggi il fallimento delle politiche proibizioniste è sotto gli occhi di tutti. Anche l’Unione europea, orientandosi nella direzione della «riduzione del danno», lo ha dichiarato a più riprese.
Il «Washington Post» di recente ha pubblicato un articolo intitolato: «It’s Time to Legalize Drugs». Eppure questa idea fatica ad essere recepita dalla maggior parte dei politici e della gente comune. Perché? Il filosofo di Harvard Robert Nozick lo aveva spiegato assai bene. Le politiche protezioniste o paternaliste in genere hanno «valenze simboliche» che travalicano i freddi, nonché rigorosi e corretti, ragionamenti degli economisti a favore della legalizzazionie. Le «ragioni», insomma, per superare il gap, hanno bisogno di «simboli». Ma come conferir loro quelle «valenze simboliche» tali da renderle competitive con le idee rivali e sbagliate?
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Attentato imminente: Pasquale Juliano, mio padre
È bellissima l’emozione che questo libro ha provocato in me e nei miei familiari, soprattutto in mia madre, che quelle vicende le ha vissute davvero giorno e notte, sempre al fianco di mio padre, mentre noi eravamo ancora bambini, troppo ingenui per capire nostro padre e sempre desiderosi delle sue attenzioni. Ho bei ricordi di Padova e qualche anno fa ho avuto nuovamente la possibilità di visitarla e rivedere quei luoghi che la mia memoria non poteva ricordare, ma che il mio inconscio riconosceva.
Ricordo mio padre Pasquale come un uomo molto severo, sempre pronto a inculcarci il più assoluto rispetto degli altri, a ponderare le cose mai in modo superfluo, a insegnarci la più totale dedizione nell’osservare le regole. Ma lo ricordo anche come uomo amabile e gioioso, quando dopo aver affrontato da solo l’uragano che lo aveva investito, nelle sue ancora forti braccia coccolava i suoi nipoti e quasi a rifarsi di un qualcosa che gli era stato tolto, infondeva loro sicurezza, ma questa volta infusa di amore e dolcezza. Mostrava una tenerezza che mai gli avevo visto prima, quella che io e mio fratello maggiore (il più piccolo ha allietato la nostra famiglia solo negli anni settanta), forse inconsapevoli, non riuscivamo a cogliere o forse lui non poteva darci. Forse ora e solo ora, a distanza di tanti anni e grazie anche alla mia maturità, capisco il perché.
Ho molti ricordi di lui, che si rincorrono e a volte sembrano quasi contrastarsi, ma di una cosa sono assolutamente sicuro: è stato un buon poliziotto e questo per me conta molto. Ma di più conta che è stato un ottimo padre e se a volte fra noi (figli) e lui ci sono stati degli screzi poco importa. Oggi posso dire solo che mi manca moltissimo e che per me, come un bimbo di pochi anni, è l’uomo più forte e bravo che ci sia, il mio esempio da seguire sempre, ancora oggi che i miei anni non sono più quelli della spensieratezza.
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Assiotea: una statuetta di marmo nero
Dalla bocca del pozzo giunsero rumori soffocati. Demos corse ad aiutare i nostri compagni che avevano finito il loro turno. Boccheggiando, faticavano a restare in piedi, stravolti, sporchi di polvere: erano in tre, un uomo anziano, un ragazzo e una bambina. Lei aveva otto anni, si chiamava Mefite, una faccetta smunta, occhi spenti, imbrattati di pus e di sangue. Si trascinò verso di me, cadde esausta ai miei piedi, mi abbracciò le gambe poggiando la testa sulle mie ginocchia. Era stata assegnata al gruppo di Ippaso da un mese, non aveva mai proferito parola.
Sottoterra, era addetta alle gallerie anguste, ostruite dai crolli: s’intrufolava come una talpa in quei lunghi budelli, raccoglieva le rocce più piccole, contribuiva a riempire i cesti e i carrelli. In un mese, non avevamo mai sentito la sua voce. Si era affezionata a me. Al solo vedermi, prendeva a correre con le sue gambette scheletriche, mi prendeva per mano, ma senza che il suo visetto si aprisse mai a un sorriso.
Demos afferrò sotto le ascelle il vecchio, aiutandolo ad appoggiarsi sulla roccia dov’ero seduta io. Riprese fiato, poi Ippaso ci disse, con voce rabbiosa:
Quel bastardo di Temisone ha fatto togliere tutte le colonne d’argento, pure negli incroci. Dopo la scossa di terremoto di ieri, s’è fatta qualche crepa: attenti, potrebbe crollare tutto…
Con lo sguardo mi rifugiai nel lontano porto del Laurio, nel mare increspato. Sulla collina sibilava un vento fastidioso che non smetteva mai. La luna piena illuminava il gigantesco formicaio che aspettava d’inghiottirci. Alzai lo sguardo sulle grotte in alto, dove si snodavano i nostri giacigli. Intravidi il povero disgraziato imprigionato nella gogna: una fitta al cuore… Poi dovetti forzare le mani della bambina, artigliate alle mie gambe. Per farmi perdonare, cercai di toglierle il pus dagli occhi con un lembo della mia tunica. La baciai sulla fronte. Con la carezza d’un ultimo sguardo, seguii Demos, già quasi ingoiato da quell’inferno.
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Per il professor Giacosa una copia gratis di “Vino e bufale”
Sembrerebbero buone notizie, ma l’evidenza che si tratta di bufale è addirittura il fatto meno preoccupante. Chi ha avuto tra le mani il nostro “Vino e bufale” ha imparato che il problema non è la bevanda che veicola l’alcol etilico, ma è per l’appunto questa sostanza. L’alcol etilico è una molecola tossica, che produce dipendenza al pari dell’eroina e che ha, tra gli altri effetti dannosi, quello che aumenta il rischio di ammalarsi di il cancro. L’alcol etilico che si trova nella bevanda vino è lo stesso che è presente nella birra, nei superalcolici, negli aperitivi alcolici e nelle altre bevande (tipo alcopop) che un’industria interessata unicamente ai propri interessi promuove senza scrupoli soprattutto tra i giovani.
Nel vino poi si trovano alcune centinaia di altre sostanze, qualcuna parimenti tossica, qualcun’altra innocua come, per l’appunto, l’acqua; altre ancora, presenti in tracce insignificanti per l’organismo di chi le assume, hanno assunto nel tempo un ruolo di star della manipolazione dell’informazione. E il Resveratrolo è la superstar ai danni della corretta conoscenza. Solo che ormai la bufala del Resveratrolo da un po’ di tempo non la beve più nessuno: ormai si sa che il Resveratrolo al pari di tutti gli altri antiossidanti non produce tutti gli effetti positivi che si speravano, ma soprattutto è dimostrato senza dubbi che per introdurne una quantità significativa per l’organismo umano attraverso il vino bisognerebbe consumare dalle 40 alle 1000 bottiglie al giorno. Insomma affidare le virtù salutari del vino al Resveratrolo o ad altri antiossidanti è la madre di tutte le bufale.
Ne consegue che tutte le informazioni contenute nell’intervento (che a seguire riportiamo testualmente come appare sul sito www.enotime.it) del professor Attilio Giacosa, direttore del Dipartimento di Gastroenterologia del Policlinico di Monza, sono insostenibili dal punto di vista scientifico e gravemente fuorvianti. L’alcol etilico e il vino che lo contiene e lo veicola più frequentemente in Italia, è fortemente collegato all’insorgenza di malattie cardiovascolari e neurologiche, esattamente quelle per prevenire le quali ne viene consigliato il consumo.
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Come una specie di sorriso: c’è una Bocca di Rosa che precede la Vergine in processione
Ma veniamo all’ultima delle iniziative che ho condiviso con Mauro: il progetto dedicato a Fabrizio De André. Qui bisogna tirare in ballo un’altra amica: Rossella Pompa. Quando ho conosciuto Rossella il web non esisteva ancora, ma esistevano i biscotti “Atene” e il “Dolce Forno”, ricordi che ci siamo rinfacciati di recente al telefono, parlando delle nostre attuali esperienze nel biologico. Però anche con Rossella il web è stato fondamentale. Dopo l’infanzia, pur rimanendo in contatto, ci eravamo quasi persi di vista: come succede, siamo cresciuti in città diverse, abbiamo fatto esperienze diverse.
Tra le altre cose, io ho incontrato Fabrizio De André, me ne sono innamorato e ho studiato la sua opera; Rossella ha imparato a riversare la sua sensibilità culturale in progetti importanti. Anche lei mi ha ritrovato per caso sul blog, e ha scoperto che nel frattempo avevo cominciato a occuparmi di musica cantautorale. Perciò quando le è capitata la possibilità di dedicarsi a un lavoro intorno alla figura di Fabrizio De André mi ha contattato.
Il progetto è nato così, in tre giorni, con quattro o cinque telefonate e un paio di e-mail: Rossella voleva organizzare un evento per ricordare De André, un evento che fosse localizzato in vari punti d’Italia, e che non si esaurisse in un semplice concerto-tributo; Mauro e io stavamo lavorando per diffondere tra i blog la nostra chiave di lettura di alcune canzoni di Fabrizio. Ci siamo incontrati, ed è nata l’idea di una mostra “itinerante” a cui abbinare un blog e un prodotto editoriale.
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Erano i tempi dei film di cow boy con i grandi cappellacci
Del periodo trascorso presso “Il Giorno dei ragazzi”, ossia dei primi dieci anni della vita di Cocco Bill, la precedente antologia conteneva soltanto una parte minoritaria, vale a dire sei delle 18 storie. Qui ci sono pertanto tutte le altre di allora, ossia le rimanenti 12, completando così il ciclo relativo al “Giorno dei ragazzi”. Vale a dire l’insieme delle storie ‘delle origini’, uscite nella sede per la quale Jac aveva concepito il personaggio, quindi tutto sommato le più genuine.
È però una scelta che, al di là di una sua coerenza strutturale, comporta altri fattori contestuali. Un po’ perché dieci anni nella vita di un personaggio sono un periodo compiutamente importante, e un po’ perché anche nella vita di un autore un decennio rappresenta un lasso di tempo significativo. Considerazione valida anche nel caso di Jacovitti, per il quale quel decennio (dai suoi 34 anni ai 44) corrisponde a una ormai piena maturità artistica, ricca di momenti evolutivi nient’affatto trascurabili e di notevole impatto per quanto riguarda la creatività.
Si potrebbe dire che un’antologia di storie di Cocco Bill corrispondenti a quel periodo è un po’ una metafora di tutta la produzione di Jacovitti, una specie di summa di quanto c’era stato prima e un presagio di quanto sarebbe venuto dopo. Anche perché (dato non trascurabile) nello stesso periodo egli continuava a dar vita a tante sue creature: sia per “Il Giorno dei ragazzi”, con storie ‘altre’ rispetto a quelle di Cocco Bill (Gamba di Quaglia, Johnny Galassia, Microciccio Spaccavento, vari Tom Ficcanaso), sia per il settimanale che gli aveva, per così dire, dato i natali, ossia “Il Vittorioso” (con racconti dei suoi personaggi classici, Pippo, Pertica e Palla o Cip il poliziotto e anche di sue più recenti creature, come Jak Mandolino, Occhio di Pollo, Giuseppe).
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Attentato imminente: Pasquale Juliano, un eroe borghese dimenticato
Da una parte dunque i neofascisti Franco Freda, Giovanni Ventura, il bidello Marco Pozzan, il fondatore di Ordine Nuovo Pino Rauti, l’uomo dei servizi segreti Guido Giannettini (l’agente Z del SID), il capitano Antonio La Bruna, il generale Gianadelio Maletti. Dall’altra ci sono coloro che si sono battuti in nome della verità, come i giudici Giancarlo Stiz, Gerardo D’Ambrosio, Emilio Alessandrini, il maresciallo Munari, e appunto il commissario Pasquale Juliano.
Fanno bene Antonella Beccaria e Simona Mammano a dedicare un libro a Juliano. È una bellissima figura. Era un commissario di servizio a Padova. Già nel luglio 1969, prima dell’esplosione di una decina di ordigni sui treni, mentre è in atto una evidente strategia della tensione per alzare il livello di scontro politico nel paese, Juliano intuisce i piani terroristici della destra eversiva soprattutto veneta.
Cerca di fermarli con inchieste, intercettazioni telefoniche, cerca di bloccare questa valanga che sta per cadere sulla democrazia italiana. E invece… E invece pressioni che partono da Padova e giungono a Roma, al Ministero degli Interni, fermano il lavoro del commissario Pasquale Juliano che viene trasferito a Ruvo di Puglia. Juliano così si vede distruggere una carriera e dieci anni di vita. Alla fine sarà assolto da tutte le accuse, ma soltanto nel maggio 1979.
Quella che leggerete è la storia di un servitore dello Stato, di un uomo perbene, di un abile e zelante investigatore giunto a un centimetro dalla verità sulla strategia della tensione. Il lato oscuro del potere lo ha fermato. Da quel momento sarebbero state colpite centinaia di persone, vittime innocenti. Dopo la fine delle inchieste di Juliano si sarebbe delineato il lungo filo nero che da piazza Fontana arriva alla stazione di Bologna, passando per le stragi di Peteano di Sagrado, Brescia, treno Italicus.
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Il bene più prezioso che Madre Natura ci ha dato: la Ragione
L’uomo era montato a cavallo della storia, relegando la donna nell’unico ruolo della riproduzione della specie. Ebbe così inizio la nuova era: quella delle guerre. E da allora – da oltre cinquemila anni – il nostro pianeta conosce solo conflitti sanguinosi, genocidi, violenze e aggressioni. Il mito della dea di Anne Baring e Jules Cashford, suffragato da innumerevoli prove storiche e archeologiche, contribuisce a chiarire questo concetto.
Infine, PLATONE. A scuola ci hanno fatto credere che questo ‘gigante’ ha rappresentato il culmine della filosofia greca, colui che ha rivoluzionato la storia del pensiero… Ma da scrupoloso autodidatta, io ho letto soprattutto gli originali, fino al suo ultimo lavoro: le Leggi. E mi sono reso conto della truffa perpetrata ai danni dell’intera umanità da parte della cultura occidentale dominante: con Platone la filosofia dei pensatori greci ha toccato il fondo… non l’apice! Prima di lui c’erano stati i veri grandi: Talete, Antifonte, Antistene, Anassagora, Leucippo, Democrito.
Pensatori che avevano cercato d’indagare il mondo che ci circonda con il bene più prezioso che Madre Natura ci ha dato: la Ragione. Invece Platone ha fatto di tutto per cancellarli dalla storia, per poter far trionfare la favola (o, se si preferisce, il ‘mito’) dell’anima assieme ai suoi dèi spietati. Solo il filosofo francese Michel Onfray, pochi anni fa, ha avuto il coraggio di denunciare Platone, nella sua rivoluzionaria Controstoria della filosofia – Le saggezze antiche, a cui mi sono abbeverato con la mia sete di conoscenza di cane sciolto (cinico).
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Berlino 1989. E arrivò il futuro
Berlin 10.11.89
La festa continua, sia ad Est, sia ad Ovest. Le strade sono piene di gente. Tra poco, qui, vicino alla chiesa delle vittime della seconda guerra mondiale, parlerà il cancelliere federale Kohl. In tutto il centro, lungo la Kurfunstenstrasse , sono già stati allestiti i punti per i pasti caldi. Hanno già montato anche decine e decine di bagni chimici. L’afflusso e’ enorme. Ci sono giovani, punk, signore distinte. Ci sono gli uomini, le donne , i bambini dell’Est. Vogliono l’Europa e la democrazia. Più in là c’è il Muro: più di cento chilometri di divisione dipinta da artisti sconosciuti che dal 61 hanno detto NO. In questi ventotto anni, più di cento persone sono morte cercando di andarsene. Dal 49, quasi tre milioni di persone, uomini e donne, da qui, sono scappati verso l’occidente. Da una parte e dall’altra, c’è la voglia di cambiare. Ma come?
In mezzo c’è questo Muro crollato senza picconi e senza sangue. Fino a poche ore fa era simbolo della divisione delle due Germanie e dell’Europa. Adesso sembra un mostro senza fiato.
Berlin 11.11.89
Anche questa notte Berlino non ha dormito. Est, Ovest, non ha importanza. C’è ancora un’aria di festa straordinaria. Insieme, per strada, la gente vuole Europa e democrazia. Ma come? Non lo sanno. Tra poco saranno aperti altri cinque varchi. A Berlino Est, finita la sessione straordinaria del comitato centrale del partito - la SED - sono saltati i responsabili dell’economia, Gunter Mitag, e quello della propaganda, Joachim Herman. Anche il Politburo ha perso un membro e due candidati appena eletti.
Una commissione d’inchiesta sui danni della vecchia nomenklatura sarà guidata da Hans Modrow, che piace tanto a Gorbaciov. In programma ci sono le riforme e, soprattutto,le elezioni libere. Davanti al Comitato Centrale, senza apparati, senza troppe bandiere, Egon Krenz, segretario del partito, ha chiesto a duemila persone di dargli una mano. Dall’altra parte, a Berlino Ovest, parlavano il cancelliere Kohl, appena tornato da Varsavia, il ministro degli esteri Gensher, e Willy Brandt, il vecchio leader socialdemocratico.
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Una vignetta sull’ipocrisia di politici e perbenisti vale più di mille parole
Il primo progetto che ci ha visti coinvolti a tempo pieno è stato il lancio di una campagna d’opinione per sostenere la candidatura di Tina Anselmi alla presidenza della Repubblica. Volevamo “esautorare” il Parlamento, non come vorrebbe fare Berlusconi, riducendolo a una piccola corte, ma allargando la partecipazione a tutto il popolo del web. La campagna si intitolava “Tina Anselmi al Quirinale” e si serviva di pochi mezzi: un semplicissimo blog, dieci ragioni sintetiche per cui chiedevamo di sottoscrivere l’appello, un modulo di adesione e due banner animati – disegnati da Mauro – che rappresentavano l’on. Anselmi in versione cartoon.
In pochissimi giorni, con l’aiuto di altri blogger, raccogliemmo migliaia di firme, si interessarono di noi giornali, radio, portali web e Televideo Rai. Ma più di tutti la notizia raggiunse Tina Anselmi, come un dono speciale, per lei che ha rappresentato un esempio politico ineguagliabile e che poco tempo prima era stata trattata con superficialità e scorrettezza dall’enciclopedia delle Italiane, opera curata da Stefania Prestigiacomo.
Sappiamo tutti che poi fu eletto Giorgio Napolitano, ma il tempo che Mauro e io abbiamo dedicato a questa campagna è servito a farci comprendere che è bene condividere le idee e che, tutto sommato, lavorando insieme si ottengono dei buoni risultati. Un altro episodio che ci ha avvicinati molto è più recente.
Era l’agosto di due anni fa: mentre il sindaco era in spiaggia, un assessore del comune di Firenze, Graziano Cioni, aveva emesso un’ordinanza contingibile e urgente con cui la Giunta fiorentina di fatto vietava il «mestiere girovago» dei lavavetri. L’ordinanza prevedeva il sequestro di secchio e spugna e l’arresto dei lavavetri. Io abito a Firenze e la mia esperienza non conferma per niente lo scenario di degrado illustrato da quell’ordinanza comunale: c’erano all’epoca una decina di disperati, che chiedevano l’elemosina fermi a qualche semaforo della città, uomini e donne che si avvicinavano all’auto sforzandosi persino di sorridere: un’altra specie umana, cui a malapena è concesso il diritto di sopravvivere.
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I dieci anni che forgiarono il Cocco
Qualunque lettore ‘forte’ conosce per esperienza quella specie di regola letteraria non scritta che il celebre fumettista Hugo Pratt mette in bocca al suo altrettanto celebre personaggio Corto Maltese nel l’episodio intitolato …E di altri Romei e di altre Giu
liette: «Niente è scritto, Shamaël, niente che non si debba riscrivere un’altra volta». Un concetto ribadito peraltro dallo stesso Pratt, che a un altro episodio della medesima serie diede il titolo… E riparleremo di gentiluomini di fortuna. Sembra che, su certe cose, non si possa sfuggire al ‘fare il bis’. È il caso, almeno in parte, del presente volume, il quale fa seguito all’altro da noi proposto nel 2007 con il titolo Coccobill mezzo secolo di risate western, contenente una significativa antologia del celebre personaggio creato da Benito Jacovitti. Vale dunque, anche per noi, un «…e torneremo a parlare di quel bizzarro cowboy che è Cocco Bill».
Come sanno bene i lettori appassionati di fumetti, in oltre mezzo secolo dacché è sulla breccia, Cocco Bill ha ‘vissuto’ una quantità di vicende. Ecco allora un secondo volume, nel quale vengono riproposti altri suoi episodi. Dovremo pertanto tornare a parlare di lui, non fosse altro che per esporre i criteri seguiti in quest’occasione. Cosa che, contestualmente, ci indurrà a prendere in considerazione gli elementi che caratterizzano il personaggio, le storie, lo stile grafico e narrativo di Jacovitti: argomenti già analizzati in precedenza, ma che qui saremo indotti a rivedere secondo una prospettiva diversa.
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Attentato imminente: piazza Fontana, una strage che si poteva evitare
Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza.
La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti. A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.
Diciassette morti, ottantotto feriti. Alle 16.37 siamo già vecchi. Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti.
Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati. Tra loro ci sono il ferroviere Giuseppe Pinelli e il ballerino Pietro Valpreda. La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pino Pinelli cade dal quarto piano della Questura di Milano durante un interrogatorio. Anni dopo i giudici scriveranno che Pinelli fu colpito da un malore attivo. Valpreda viene rinchiuso in carcere fino al 1972. Innocente.
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Assiotea, la donna che sfidò Platone e l’accademia
Credo che sia utile, per i lettori poco avvezzi a districarsi nei meandri della storia raccontata come un romanzo, ricordare che – tranne i personaggi minori – i protagonisti di Assiotea appartengono tutti alla storia conosciuta, comprese – naturalmente – Assiotea e Lastenia, le prime due donne ammesse all’Accademia platonica. Le fonti che ho consultato, si possono trovare nelle principali biblioteche del mondo.
Quando Platone parla, mia è solo la scena teatrale (peraltro elaborata sulla base di una rigorosa ricostruzione storica), ma le parole, i concetti, sono tutti suoi. L’assemblea della Pnice in cui Iperide presentò la supplica per offrire la libertà a tutti gli schiavi, avvenne in quel modo e si concluse proprio così, con un ennesimo sogno infranto. Eudosso di Cnido, Diogene, il pugno ricevuto da Midia e restituito, Assiotea che frequentò l’Accademia platonica travestita da uomo, Lastenia etera di Speusippo, la mappa sferica delle miniere d’oro con al centro l’isola di Tera… e Coridemo, Focione, Demostene e così via: personaggi, eventi e situazioni li ho tratti da fonti storiche. Come le triremi religiose Ammono e Paralo e la libreria che si trovava proprio lì, nell’Agorà.
Mia è La casa del cielo, la sua ubicazione… ma non il simbolo che racchiudeva: questo è STORIA. Per quarantamila anni, fino a quando la donna ebbe il ruolo di guida nella società primitiva, fu un mondo in pace. Poi i faraoni egiziani ed i re semiti, sumeri e assiro-babilonesi crearono i primi eserciti di aggressione, impadronendosi anche del potere religioso, proclamandosi rappresentanti degli dèi, re delle quattro parti del mondo, re della totalità. E così due eserciti che si scontravano, a capo avevano due dèi, o due vicari in terra degli dèi, e per loro conto potevano massacrare e predare.
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Avanzi popolo: il gioco del riutilizzo
Per rendere più facile e schematica la consultazione di questo manuale, ho pensato di dividere la trattazione e l’elenco delle ricette a partire da ogni singolo prodotto, considerando come rimanenze non solo il classico avanzo di pasta, riso o arrosto, ma tutta quella gamma di alimenti che, cotti o crudi, languono ormai semi-dimenticati e in piccolissime quantità nella nostra dispensa.
Il gioco del riutilizzo spesso è reso divertente e utile soprattutto per merito delle combinazioni casuali dei prodotti disponibili. Questo mi ha reso più difficile il lavoro, essendo vastissimo il numero degli abbinamenti: ho quindi deciso di suggerire ogni volta una serie di possibilità scegliendo tra le più abituali, facili o gustose, preferendo altresì fare delle piccole ripetizioni piuttosto che ricorrere a continui richiami per collegare una ricetta all’altra. Ho cercato inoltre, tutte le volte che ho potuto, di non ripetere ricette già descritte nell’Antichef, anche se perfette per certe forme di riutilizzo.
Per alcune preparazioni di base non ho potuto però sottrarmi a una seppur breve esposizione, sempre e soprattutto a favore di una più rapida e comoda consultazione. Nei casi in cui ho descritto dettagliatamente ricette dal titolo uguale a quelle dell’Antichef (tipo pappa al pomodoro, polenta di mais, spezzatino…) l’ho fatto raccontando una versione diversa o come base di partenza per impostarne il riutilizzo, spesso più interessante della produzione originale.
Molte di queste che sono nate come piccole soluzioni di recupero, funzionano benissimo come vere e proprie ricette di cui hanno tutta la dignità, la varietà e la gradevolezza, insieme al pregio di un’assoluta semplicità di realizzazione. Le dosi (orientativamente per 4 persone), dove mi è stato possibile, ho cercato di indicarle per dare un’idea delle proporzioni tra gli ingredienti, ma proprio perché si tratta di prodotti di rimanenza, suggerisco di lasciarsi andare al libero abbinamento di ciò di cui si dispone. L’esito, oltre che vario, è anche imprevedibilmente gradevole.
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