Senza trucco: la sperimentazione sugli animali
La strada verso l’eliminazione dell’utilizzo delle povere cavie è già chiaramente tracciata e percorsa per un tratto, anche se non è ancora completa. La buona notizia è che da parecchi anni non si fanno praticamente più test di creme o detergenti su animali e che dal 2005 queste pratiche sui prodotti finiti sono diventate illegali. Il merito va alla direttiva europea 2003/15/CE, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 50/2005, che è nata proprio per eliminare definitivamente questi esperimenti.
La legge vieta la vendita di prodotti cosmetici testati su animali, vieta i test su animali dei prodotti finiti e anche dei singoli ingredienti o combinazioni di ingredienti. Ha dato alle aziende alcuni anni per organizzarsi e trovare metodi alternativi di sperimentazione, specie per quanto riguarda la verifica degli ingredienti e delle loro combinazioni, dall’11 marzo del 2009 però anche questo non è più possibile.
Fino all’11 marzo del 2013 è tuttavia ancora concesso l’uso di animali per gli esperimenti che riguardano la tossicità da uso ripetuto, la tossicità riproduttiva e la tossico-cinetica, anche se l’industria è già a buon punto nel mettere a punto metodi alternativi. Nel 2009, per esempio, l’industria cosmetica e la Commissione europea hanno predisposto un budget di 50 milioni di euro per la ricerca di test alternativi nel campo della tossicità sistemica.
Passato il 2013 potremo quindi usare saponi, creme e trucchi senza rimorsi? Non del tutto. Ogni nuova sostanza destinata a entrare nei nostri cosmetici viene messa in commercio come prodotto chimico e come tale viene testata anche su animali. Dal 2007 è poi entrato in vigore un nuovo regolamento europeo, il Reach (Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals), che impone di testare nuovamente tutte le sostanze chimiche, fra cui anche quelle cosmetiche.
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La vedova allegra simbolo di Francia
E dire che tutto di quell’orrore e di quella barbarie cominciò da un moto di compassione per i condannati a morte e per la crudeltà della loro agonia. A leggere questo La vedova allegra. Storia della ghigliottina, (Stampa Alternativa, pp. 248, euro 14) una storia dei fasti orribili della ghigliottina narrata con sapienza intellettuale da Antonio Castronuovo, uno che a Imola per metà è un medico e per l’altra metà un saggista brillante e originale, ti rendi conto che non è mai esistito al mondo un animale di ferocia pari a quella dell’uomo.
L’ho detto, tutto era cominciato nella Francia di fine Settecento dov’era all’avanguardia la cultura dei “Lumi”, di chi voleva una società più ragionevole, una condizione dell’uomo meno avvilente. Una compassione che si estendeva ai condannati a morte, contro i quali per secoli le società occidentali non s’erano risparmiate nulla. Straziati e torturati prima della morte. Decapitati a colpi di spada, e ce ne volevano molti prima che la testa cadesse. Impiccati, e le loro convulsioni duravano minuti e minuti.
Parità di pene
Nato nel 1738 nella Francia occidentale, medico e professore universitario a Parigi, Joseph-Ignace Guillotin era un riformatore e un moderato per antonomasia. Da riformatore pronunciò nel 1789 un discorso all’Assemblea Nazionale che ebbe una larga risonanza. In un tempo in cui i tribunali disponevano del più largo arbitrio nel comminare le pene, nel senso che queste pene erano più gravi e più crudeli per coloro che appartenevano ai ceti sociali più bassi, in quel discorso auspicò che a parità di delitto le pene fossero eguali per tutti. E, soprattutto, che fosse più indolore possibile lo strumento che dava la morte. Uno strumento che lui voleva semplice e che staccasse d’un colpo la testa del condannato facendolo soffrire il meno possibile. Furono poi altri a programmare e a costruire artigianalmente lo strumento che prese il nome dal dottor Guillotin, marchiandolo di uno stemma macabro che il buon medico non meritava affatto. La ghigliottina, ovvero la “vedova allegra”.
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Vino e bufale: conflitti d’interesse
Esiste un’“Associazione Luigi Veronelli per la tutela e promozione del vino italiano” composta da un centinaio di parlamentari d’ogni schieramento politico. Poco importa che Veronelli, in vita, abbia preso ripetutamente posizioni contro le leggi del parlamento che favoriscono le grandi imprese del vino a discapito dei piccoli produttori e fosse più avvezzo a frequentare il Leoncavallo invece dei palazzi del potere. Evidentemente su queste cose i politici vanno d’accordo, come orgogliosamente puntualizza la presidentessa dell’intergruppo parlamentare onorevole Bianconi:
Quando ci riuniamo e sediamo a tavola siamo un unico grande partito!
Esiste poi un legame molto stretto tra diversi importanti giornalisti italiani e il mondo del vino. Come sottolinea Milena Gabanelli nella citata trasmissione di Report, “il vino gode di una protezione mediatica difficilmente paragonabile ad altri prodotti. Tanti bei nomi dell’imprenditoria e dello spettacolo producono vino, e siccome sono spesso sui giornali e in televisione, ovviamente ne parlano”.
“Brunello” Vespa
Il 2 giugno 2004, la RAI, diretta da Flavio Cattaneo (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), sulla rete RAIUNO di Fabrizio del Noce (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?), nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa (già premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?) discuteva degli effetti del vino sulla salute. In studio “gli esperti” erano sommelier e produttori di vino (conflitto di interessi?). Unico rappresentante della scienza, per parlare degli effetti del vino sulla salute, il professor Giorgio Calabrese (pure lui premiato da produttori di vino: conflitto di interessi?).
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Anni di cemento: storia dell’imbarbarimento urbanistico e civile
In questo libro, Anni di cemento di Chiara Lico, utile in sé e per sé, frutto di una ricerca sul campo penetrante, è decisamente interessante l’analisi della natura dell’abusivismo romano, delle sue diverse fasi storiche nonché la descrizione dei vari tipi umani che ne sono stati o ne sono i protagonisti: l’abusivo semplice, “storico”, e cioè quello della “casa della domenica” a blocchetti di tufo; l’abusivo speculatore, i cosiddetti “speculatori mediani” che diventeranno spesso famosi come i furbetti del mattone; l’abusivo scientifico, quello che fa leva sul condono del 2003, con intenti speculativi molto mirati godendo di assistenza legale e tecnica continua (e che magari ha nel centro storico uno dei suoi terreni privilegiati di azione illegale); l’abusivo arrogante che si avvale anche di appoggi e di omertà decisamente allarmanti, di segno malavitoso.
Ma non mancano pure casi stupefacenti di abusivismo “istituzionale” legato ad alcuni centri di potere politico-istituzionale che pensano di fare, più o meno, quello che vogliono. Certo è che, indebolitesi ormai le tracce di una “necessità sociale”, l’abusivismo sceglie i propri nuovi insediamenti nelle aree più pregiate della capitale, ai margini delle zone archeologiche o di grandi parchi, quello di Veio, in specie, che “entra” dentro Roma. Ma senza trascurare naturalmente l’Appia Antica dove tante sono state le demolizioni, specialmente sotto la presidenza di Gaetano Benedetto. Nel libro fanno impressione cifre da capogiro, capannoni da tre-quattromila metri cubi.
Un fenomeno che non si riesce a estirpare, anche per la progressiva riduzione (fino alla sparizione) dell’edilizia pubblica, in specie di quella sociale in un Paese che è di nuovo finito ai primi posti di una classifica europea della vergogna. Un fenomeno del quale, anche per stanchezza (oggi un po’ troppo facile, in verità), l’informazione si interessa a cicli, a ondate, senza fare il suo mestiere di scandaglio continuo, incessante, di ogni illegalità, a partire da questa che somma illegalità urbanistica, edilizia, occupazionale, contributiva, fiscale, con ripercussioni negative sull’intero arco dei beni primari di una città e di un Paese.
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Peter Pan e gli uomini che hanno paura di crescere
Nel 1983 venne pubblicato un libro di psicologia popolare che godette di enorme successo: Dan Kiley, The Peter Pan Syndrome (traduzione italiana Gli uomini che hanno paura di crescere). Il concetto di “sindrome di Peter Pan” è entrato nel linguaggio comune e descrive un uomo (nel libro questa sindrome non viene attribuita alle donne) immaturo, narcisista, incapace di crescere e quindi di amare in modo maturo.
I vari capitoli del libro sono preceduti da citazioni da Peter Pan e Wendy, che fungono da esemplificazioni del discorso dell’autore. Secondo il dottor Kiley la sindrome di Peter Pan è una malattia dei tempi moderni, in cui l’agiatezza e il permissivismo educativo concedono a certi ragazzi di non crescere mai. Eccone una descrizione dall’introduzione del libro:
Prima e subito dopo i vent’anni questi uomini conducono una vita estremamente attiva: il narcisismo li fa concentrare su se stessi, mentre un ego immerso nei sogni e incapace di senso di realtà li convince che possono e devono fare tutto ciò che gli suggerisce la fantasia. Più tardi, dopo anni di faticosi compromessi con quella che è la realtà, la loro vita sembra prendere il corso opposto a quello seguito fino ad allora: ai ‘voglio’ si sostituiscono i ‘dovrei’ e la ricerca continua dell’accettazione da parte degli altri diventa l’unico mezzo per ritrovare un’accettazione di se stessi. I loro accessi di collera vengono camuffati come manifestazioni di assertività virile. Per loro l’amore è una cosa dovuta, e non imparano mai a darne altrettanto in cambio: fanno finta di essere grandi, insomma, ma in realtà si comportano come dei bambini viziati.
Oggi le veline di Striscia, ieri le veline di Mussolini
In attesa del 3 ottobre, giorno per la manifestazione a favore della libertà di stampa, ho deciso di dedicare qualche riflessione a questi ultimissimi periodi di guerra mediatica, di attacchi e di difesa al premier. Forse ora sono più intravedibili le strutture che hanno portato alla luce Berlusconi, lo hanno fatto stravincere, lo hanno “protetto”, santificato, reso l’Unto del Signore, un perseguitato martire di questo fine-inizio millennio; nessuno strumento potrebbe essere stato (e continuare ad essere) più importante del programma televisivo più seguito ed amato da oltre vent’anni in Italia: Striscia la Notizia, di Antonio Ricci e Lorenzo Beccati (la voce del Gabibbo).
Nella puntata del 23 settembre, attraverso il suo “giornalista” di spicco Ezio Greggio, Striscia la Notizia si è difesa ed ha contro-attaccato un articolo su Repubblica che erroneamente le aveva attribuito la messa in onda di fotomontaggi a caricatura erotica di personaggi politici vari. Striscia ha dimostrato che non fu messo in onda nulla, ma che quelle caricature facevano parte di una brochure data ai giornalisti in un incontro stampa della redazione di Striscia proprio con la categoria giornalistica.
Il giorno prima, 22 settembre, il Premier ha dichiarato di aver chiesto ai suoi ministri di non rispondere a domande tendenziose come al gossip, ed ha indicato ai giornalisti gli argomenti specifici su cui fare le domande in futuro. Certo, Striscia ha ragione a dire che non è stato messo in onda un servizio televisivo; ma è stata data comunque ai giornalisti una brochure satirica come arma di contrattacco delle vicende personali del premier; stesso stile di El Pais spagnolo.
Anche il quotidiano El Pais ha riportato questa notizia della messa in onda, così Striscia ha voluto sottolineare che potrebbe essere stato imbeccato dalla stessa fonte che poi è stata riportata da Repubblica. Un attacco delle sinistre… attentato! il nostro Premier è vittima di manipolazioni mediatiche! Anche la puntata di “Ballarò” del 22 settembre ha visto uno scontro acceso tra Stefano Rodotà (ex garante della privacy e professore universitario a Roma, costituzionalista) contro un rappresentante Pdl di cui mi sfugge il nome (perdonatemi, vedo la televisione rarissime volte in un anno).
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Pagine passate di mano in mano: letteratura e omosessualità / 3
La sorpresa – come la sorpresa che Glinda, la strega buona, fa a Dorothy alla fine di “The Wizard of Oz” (trad. it. Il Mago di Oz) – è che i libri erano tutti lì, se solo aveste saputo dove guardare. Anche se, come Proust e Wilde, avete antenne ipersensibili e una capacità innata per captare perfino le tracce appena percettibili di desiderio omosessuale, purtroppo vivete in un mondo dove la stragrande maggioranza dei lettori e dei critici non riconoscono questi segnali, a tal punto che potrebbero arrivare alla fine della lettura di una storia d’amore omosessuale, non così esplicita come Joseph and His Friend di Bayard Taylor, e non aver capito niente.
Dopo tutto, probabilmente non hanno letto Ioläus, né potrebbero condividere la definizione di amicizia di Carpenter. L’aforisma più sagace di Wilde potrebbe essere questo:
Sono solo le persone superficiali che non giudicano dalle apparenze.
Oggi lo studio della letteratura omosessuale anteriore al 1914 si basa ancora su pagine passate di mano in mano. Per mettere insieme quest’antologia abbiamo interpellato amici; letto fotocopie di fotocopie che studiosi e antiquari ci hanno mandato e libri dei quali esisteva una sola copia di una “raccolta particolare”. Abbiamo trascorso molto tempo alla British Library di Londra e alla Clarke Library di Los Angeles e tradotto mentalmente le S che avevano la forma di F in Henry Dumont di Charlotte Charke, un libro in un’edizione così vecchia e fragile che per tenerlo aperto abbiamo dovuto utilizzare sacchetti di velluto di un determinato peso.
Con quale criterio abbiamo fatto la nostra selezione? Il nostro intento era ricostruire una cronologia, in un modo o nell’altro, di narrativa testo per testo: cominciando dal diciottesimo secolo, in cui le invettive contro la sodomia a volte trovavano il loro sfogo in lunghi romanzi (e spesso nascondevano una insospettabile solidarietà), proseguendo con opere pornografiche stampate privatamente, fino a racconti dell’orrore e racconti per bambini, romanzi su ragazzi ambientati a scuola, romanzi western ed esemplari pieni di battute di spirito da finocchie, per arrivare infine a Forster.
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