La facile equazione della tolleranza zero

Il peso di un'animaPurtroppo lo vediamo anche da noi, tutti i giorni: la nazionalità si sostituisce all’individuo, il linguaggio si fa spersonalizzante, intriso di stereotipi e slogan buoni da pensare e da spendere nei dibattiti televisivi. «Romeno stupra una donna… albanese guida ubriaco… marocchino investe due ragazzi…». La rabbia popolare, che insorge a ogni episodio di violenza, viene incanalata lungo il tunnel dell’etnicità. E l’equazione diventa semplice: tutti i romeni sono stupratori, gli albanesi violenti, i marocchini alcolizzati e così via. Lo slogan «tolleranza zero» è diventato un tormentone, agitato dalla Lega Nord, accettato da tutti gli altri supinamente o con connivente indifferenza.

Non si riesce a uscire da un gretto istinto classificatorio: da una parte noi, di là, gli altri. Le banlieue, invece, sono degli importanti laboratori, dove le identità si mescolano continuamente, si trasformano, ricostruendosi ogni volta. Cosa sono questi ragazzi, figli di immigrati, nati in Francia o in Italia o in Gran Bretagna? Sono francesi, italiani, inglesi, europei? Oppure continueremo a chiamarli stranieri di “seconda generazione”, G2 in gergo sociologico? Fino a quando l’origine peserà sull’identità di una persona? Avremo immigrati di terza, quarta, decima, settantacinquesima generazione? Allora tanto varrebbe rassegnarci e dire che siamo tutti africani di trecentomillesima generazione.

In queste banlieue, che per certi versi hanno messo a nudo l’ipocrisia che si cela dietro al sogno assimilazionista francese, le storie si intrecciano e così le lingue, i segni, i simboli. Nascono linguaggi nuovi, come il franglais, un misto di francese e inglese, attraverso il quale certi giovani vogliono proprio enunciare l’autenticità della loro cultura, in quanto cultura nuova. I Bisso na Bisso, gruppo musicale di Sarcelle, località alla periferia di Parigi, suonando il rap americano cercano le loro radici congolesi.

Mentre i fanatici della purezza continuano a cercare “radici” e “tradizioni” per garantirsi un pedigree d.o.c., come i prodotti tipici, le culture vivaddio vanno avanti, si rimodellano costantemente. Le culture sono dei cantieri sempre aperti, dove si monta e si smonta in continuazione, a volte prendendo pezzi da altre parti e adattandoli al proprio meccanismo. Questo accade nelle strade, in quelle strade che Leonard Cohen, in una splendida canzone intitolata Democracy, ha definito «the holy place where the races meet» (il luogo sacro dove le razze s’incontrano). Contrariamente a ciò che pensano gli ossessionati dalla purezza delle origini, la mediazione è il cammino più corto verso l’autenticità.

Le istituzioni, invece, sempre più spesso non vogliono questo incontro, creano muri e stereotipi e così, ai loro occhi e a quelli di una società anestetizzata da media supini ai poteri forti e agli istinti bassi, un algerino di seconda generazione come Lounès ha buone probabilità di essere un terrorista, così come da noi una ragazza nigeriana è per forza una prostituta e un clandestino un criminale.


Il peso di un’anima - Romanzo picaresco metropolitano di Mabrouck Rachedi
Traduzione di Ilaria Vitali
Collana Eretica Speciale
112 pagine
ISBN: 978-88-6222-104-7

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