La vedova allegra simbolo di Francia
E dire che tutto di quell’orrore e di quella barbarie cominciò da un moto di compassione per i condannati a morte e per la crudeltà della loro agonia. A leggere questo La vedova allegra. Storia della ghigliottina, (Stampa Alternativa, pp. 248, euro 14) una storia dei fasti orribili della ghigliottina narrata con sapienza intellettuale da Antonio Castronuovo, uno che a Imola per metà è un medico e per l’altra metà un saggista brillante e originale, ti rendi conto che non è mai esistito al mondo un animale di ferocia pari a quella dell’uomo.
L’ho detto, tutto era cominciato nella Francia di fine Settecento dov’era all’avanguardia la cultura dei “Lumi”, di chi voleva una società più ragionevole, una condizione dell’uomo meno avvilente. Una compassione che si estendeva ai condannati a morte, contro i quali per secoli le società occidentali non s’erano risparmiate nulla. Straziati e torturati prima della morte. Decapitati a colpi di spada, e ce ne volevano molti prima che la testa cadesse. Impiccati, e le loro convulsioni duravano minuti e minuti.
Parità di pene
Nato nel 1738 nella Francia occidentale, medico e professore universitario a Parigi, Joseph-Ignace Guillotin era un riformatore e un moderato per antonomasia. Da riformatore pronunciò nel 1789 un discorso all’Assemblea Nazionale che ebbe una larga risonanza. In un tempo in cui i tribunali disponevano del più largo arbitrio nel comminare le pene, nel senso che queste pene erano più gravi e più crudeli per coloro che appartenevano ai ceti sociali più bassi, in quel discorso auspicò che a parità di delitto le pene fossero eguali per tutti. E, soprattutto, che fosse più indolore possibile lo strumento che dava la morte. Uno strumento che lui voleva semplice e che staccasse d’un colpo la testa del condannato facendolo soffrire il meno possibile. Furono poi altri a programmare e a costruire artigianalmente lo strumento che prese il nome dal dottor Guillotin, marchiandolo di uno stemma macabro che il buon medico non meritava affatto. La ghigliottina, ovvero la “vedova allegra”.
Siamo arrivati al 1792, e dunque nel pieno di quella Rivoluzione Francese che passa come l’inaugurazione di un’era nuova. Per essere un’era nuova fu inondata da fiumi di sangue, il sangue che scorreva dal tronco e dalla testa mozza dei decapitati e il cui tanfo appestava interi quartieri parigini. Le prove generali di come funzionasse lo strumento semplice ed egualitario le avevano fatte su cadaveri di uomini e donne e su pecorelle innocenti. Il debutto ufficiale della ghigliottina avvenne il 25 aprile 1792, quando venne messo a morte un condannato reo di avere borseggiato e colpito violentemente uno che passava per strada. Effettivamente la lama obliqua che scendeva giù a gran velocità funzionava alla grande. E tanto più prese a funzionare alla grande perché il Terrore giacobino, la follia politica-ideologica di chi l’era nuova la voleva battezzare a forza di ammazzamenti, ivi compresi quelli dei propri compagni del giorno prima, abbisognava di uno strumento atto a uccidere speditamente e a terrorizzare.
Nata per rendere meno crudele l’agonia del condannato a morte, la ghigliottina diventa il baricentro di un vero e proprio teatro dell’orrore. Un orrore che sembra ideato dal più sadico dei registi. A cominciare da quanto è relativamente lungo il percorso che separa il carcere dal patibolo, il percorso che la carretta su cui seggono i condannati a morte percorre in mezzo alle urla e agli sputi dei forsennati tutti attorno. Il tragitto che faranno a testa alta Charlotte Corday (quella che aveva giustiziato con un colpo di pugnale al cuore Jean-Paul Marat, il capintesta dei predicatori degli assassinii di massa), la regina Maria Antonietta, Danton, quella madame Roland che era divenuta la leader morale e intellettuale dello schieramento moderato, il poeta André Chénier, fatto decapitare da Maximilien Robespierre due giorni prima che fossero lui e la sua testa a cadere. È una saga dell’orrore, una macchia atroce della storia occidentale e della sua identità.
Cerimoniale sadico
Doveva essere uno strumento atto ad alleviare la sofferenza di chi stava per uscire dalla vita. Diventa un cerimoniale sadico in ogni suo dettaglio. Ho detto degli esaltati che minacciano e insultano i condannati che stanno andando a morire; e la folla vociante e orribile che si addensa attorno al patibolo e che farà a gara per poter inzuppare il proprio fazzoletto nel sangue di chi è stato appena decollato; e la salita dei quei gradini quando sono ormai pochi gli istanti da vivere, e dopo che al condannato hanno tolto tutto fuorché la camicia e gli sono stati tagliate alla men peggio le chiome; e il boia che magari prende il condannato per i capelli, quando è già prono e avvinghiato alla tavola di legno, e lo tira in modo da piazzare al meglio la sua testa sotto la lama che sta per piombare; e poi quel sovrappiù di ferocia che dipende dai singoli, com’è nel caso di quell’aiutante del boia che strappa via la benda che copriva la mascella di Robespierre fracassata il giorno prima da un colpo di pistola, e da sotto quella benda esplode un impasto di sangue e di denti rotti. Quello che era stato il Re del Terrore ne ebbe in definitiva una razione adeguata al suo rango atroce.
A quali vertici può arrivare la filosofia e la realtà della messa a morte fredda, della legge del taglione fatta legge di Stato, di quella pena di morte che per fortuna è stata abolita in larga parte del mondo occidentale. Non negli Usa, dove anni fa l’iniezione letale era stata a sua volta adottata per attenuare le sofferenze del condannato a morte rispetto alla sedia elettrica. E dove succede che a iniezione avvenuta, un condannato ci metta anche venti minuti a morire. Orrore su orrore. L’orrore della pena di morte. Sempre e comunque.
(Questa recensione è stata pubblicata sul quotidiano Libero.)
La vedova allegra - Storia della ghigliottina di Antonio Castronuovo
Collana Fiabesca
256 pagine
ISBN: 978-88-6222-088-0
Commenti
Lascia un commento









