La facile equazione della tolleranza zero
Purtroppo lo vediamo anche da noi, tutti i giorni: la nazionalità si sostituisce all’individuo, il linguaggio si fa spersonalizzante, intriso di stereotipi e slogan buoni da pensare e da spendere nei dibattiti televisivi. «Romeno stupra una donna… albanese guida ubriaco… marocchino investe due ragazzi…». La rabbia popolare, che insorge a ogni episodio di violenza, viene incanalata lungo il tunnel dell’etnicità. E l’equazione diventa semplice: tutti i romeni sono stupratori, gli albanesi violenti, i marocchini alcolizzati e così via. Lo slogan «tolleranza zero» è diventato un tormentone, agitato dalla Lega Nord, accettato da tutti gli altri supinamente o con connivente indifferenza.
Non si riesce a uscire da un gretto istinto classificatorio: da una parte noi, di là, gli altri. Le banlieue, invece, sono degli importanti laboratori, dove le identità si mescolano continuamente, si trasformano, ricostruendosi ogni volta. Cosa sono questi ragazzi, figli di immigrati, nati in Francia o in Italia o in Gran Bretagna? Sono francesi, italiani, inglesi, europei? Oppure continueremo a chiamarli stranieri di “seconda generazione”, G2 in gergo sociologico? Fino a quando l’origine peserà sull’identità di una persona? Avremo immigrati di terza, quarta, decima, settantacinquesima generazione? Allora tanto varrebbe rassegnarci e dire che siamo tutti africani di trecentomillesima generazione.
In queste banlieue, che per certi versi hanno messo a nudo l’ipocrisia che si cela dietro al sogno assimilazionista francese, le storie si intrecciano e così le lingue, i segni, i simboli. Nascono linguaggi nuovi, come il franglais, un misto di francese e inglese, attraverso il quale certi giovani vogliono proprio enunciare l’autenticità della loro cultura, in quanto cultura nuova. I Bisso na Bisso, gruppo musicale di Sarcelle, località alla periferia di Parigi, suonando il rap americano cercano le loro radici congolesi.
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Le staminali e le malattie umane
Nel campo della medicina moderna la ricerca legata alle staminali rappresenta un argomento di sicuro e comprovato interesse sia per i ricercatori che per l’opinione pubblica. Ma la cautela di fronte allo sconfinato mondo del- le staminali non è mai troppa, d’altro canto è probabile che esse rappresenteranno, nel bene e nel male, “uno dei pilastri della bio-medicina moderna” (Lee M. Silver sulle pagine della rivista scientifica “Nature”).
Inoltre pare chiaro che intavolare discorsi scientifici e filosofici affrettati oppure impostati male non potrà che determinare scelte azzardate in un campo delicato come quello delle staminali in Italia e all’estero.
Questi ragionevoli dubbi sono emersi di recente grazie al dibattito culturale internazionale innescato dalle scelte in materia di ricerca del presidente USA Obama e in Italia dall’interessante libro di Armando Massarenti Staminalia (Guanda editore). La meraviglia che circonda queste cellule è rappresentata soprattutto dalla loro incredibile capacità di rinnovamento che costituisce una qualità da maneggiare con estrema cura da parte degli scienziati.
Alcuni dei maggiori problemi legati al trapianto di cellule staminali è rappresentato proprio dalla loro notevole capacità proliferativa che potrebbe, eventualmente, causare tumori in pazienti curati grazie questo tipo di cellule.
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Orti insorti: un modo di vivere più libero per i corpi
Cara Elena,
ho provato a lungo la sensazione di non capire del tutto il motivo del tuo interesse per gli orti, l’ispirazione alla base del tuo spettacolo Orti Insorti. Avevo sempre la sensazione che qualcosa mi sfuggisse. Che il tuo approdo nell’orto fosse avvenuto per vie diverse da quelle a me note. Non la via di chi si mette a trafficare tra le piantine scoprendoci un mondo che poi viene voglia di raccontare e condividere. Qualcosa d’altro.
Perché tu non avevi esperienza diretta di orti e giardini quando hai pensato Orti Insorti. E che adesso tu stia realizzando un orto per e con tuo figlio Dario, e con Andrea, questo è un bel frutto del tuo avere frequentato non tanto piantine, ma parole di orto. Poi mi è parso di capire: nel mondo perduto di nonno Pompilio, ti figuri un modo di vivere più libero per i corpi. Di uomini come di cose. Un mondo in cui si poteva passare da belli in tanti modi diversi. In cui alla donna e all’uomo non si imponeva di essere magri e sofisticati.
Un mondo in cui il corpo godeva della libertà suprema: di allargarsi o restringersi a seconda dell’umore e dei casi. E sempre e comunque venire accettato e amato, se accettata e amata era la persona. Le donne di campagna – le spose – erano belle in un modo diverso da quello delle donne di città. I contadini hanno un fascino che chi vive in città guarda con sospetto e apprensione. Forse ai contadini le donne di città non piacciono nemmeno tanto, sempre che si ricordino di non lasciarsi suggestionare dalle brutte immagini plasticose della TV.
La bellezza passa per altre vie, vie di gioia e di amore e di libera espressione di sé. Che sia per questo che certi maestri davvero vicini alla Natura – Masanobu Fukuoka, Libereso Guglielmi – confessano con un grande sorriso luminoso che a loro le donne piacciono tutte? Purché siano donne? Masanobu Fukuoka mi ha raccontato che a un certo punto ha deciso di sposarsi, e le donne gli parevano tutte talmente stupende, che non sapeva come fare a scegliere!
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Avanzi popolo: l’arte di riciclare tutto quello che resta in cucina
Penso in cucina… perché da sempre intorno a questo tavolo si articola la nostra vita domestica, dalle colazioni assonnate al caffè con l’amica del cuore tra parole fitte di consigli e liberatorie confessioni, dai pranzi veloci nelle giornate di lavoro ai compiti dei bambini, dai pantaloni nuovi da scorciare alle cene allegre di chiacchiere e vino con ospiti graditi, alle camomille per le insonnie e i pensieri notturni.
Rifletto sull’opportunità di continuare a parlare di dosi, ricette e tempi di cottura con apparente serenità e leggerezza mentre il mondo intorno vive momenti di grande e innegabile sconvolgimento economico, sociale e ambientale. Vedo però le mie mani muoversi nelle operazioni quotidiane con la sicurezza dei gesti istintivi, riscoprendo ancora una volta quanto, anche in semplici ma non scontate azioni, possano nascondersi delle risposte e delle possibili soluzioni a problemi più grandi.
Molte di queste manualità, imparate per gioco in un’infanzia tanto diversa da quella dei miei figli, portano in sé la risorsa inesauribile della fantasia e del senso pratico, la capacità di conservare e riutilizzare, di trasformare e rinnovare con dignitoso senso dell’economia e profondo rispetto di ogni bene. Descrivono un rapporto con il tempo, gli affetti e le cose di cui varrebbe la pena riconquistare senso e valore, per tornare ad affezionarsi a qualcosa che duri.
Già nel mio primo libro, L’antichef, un po’ manuale e un po’ diario, avevo intrecciato il ricordo di giochi all’aperto con la riscoperta di prodotti di qualità, le vicende dei personaggi di paese tra saggezza e folclore con la descrizione di ricette storiche, gli aneddoti vissuti nel nostro antico bar di famiglia con indicazioni pratiche di cucina.
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Poter continuare a mentire impunemente
Accade così che tutti i Tg e fior di quotidiani rilancino le bugie di Alfano al Parlamento italiano sui milioni di italiani intercettati (falso: sono al massimo 20 mila all’anno), sulle spese per intercettazioni che si mangerebbero un terzo del bilancio della Giustizia (falso: le spese reali sono 220 milioni l’anno, a fronte di un bilancio di oltre 7 miliardi) e sui modelli stranieri che sarebbero molto più garantiti e sobri del nostro (falso: un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta ha stabilito che il sistema più sobrio e garantista al mondo è proprio quello italiano, ma le conclusioni – avendo deluso le aspettative degli impuniti – sono state nascoste in un cassetto per poter continuare a mentire impunemente).
Lo stesso “caso Genchi”, come ricorda Ingroia, è stato creato a tavolino da un fronte politico trasversale e montato ad arte dalla stampa al seguito: Gioacchino Genchi – consulente tecnico di varie procure in delicatissime indagini su mafia, ‘ndrangheta, omicidi, stragi, sequestri di persona – non ha mai disposto né realizzato una sola intercettazione in vita sua. Ma spacciarlo per un occhiuto e perverso “spione” serviva a dipingere l’Italia come un Paese di “tutti intercettati” e seminare il panico fra i cittadini che, se conoscessero la verità, non solo scenderebbero in piazza contro la legge Alfano, ma chiederebbero più, e non meno, intercettazioni.
Nei giorni della montatura contro Genchi, il servile questore di Roma annunciava in pompa magna di aver smascherato i “mostri”, ovviamente rumeni dello stupro della Caffarella a Roma, “senza intercettazioni”, con i famosi “metodi tradizionali d’indagine”, modestamente paragonati da fonti della stessa questura capitolina a quelli del commissario Maigret. Dopo un mese di carcere, naturalmente, i due rumeni sono stati scarcerati con tante scuse (anzi, senz’alcuna scusa) dopo che, prima il Dna e poi il tracciato dei cellulari rubati alla vittima ricostruito con il metodo Genchi, li avevano completamente scagionati. Ma questa prima, fulgida prova su strada dei “metodi tradizionali” contro la barbarie delle intercettazioni, nessuno l’ha raccontata come meritava.
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Il peso di un’anima e il dramma delle famiglie della periferia
È stato questo il risultato di un test fatto da alcuni sociologi di un’università parigina: hanno provato a inviare, in risposta ad annunci con offerte di lavoro, due curricula assolutamente uguali, ma uno con nome e cognome francesi e l’altro con nome e cognome stranieri. Il risultato è stato fin troppo evidente: veniva sempre chiamato/a prima il/la francese.
È questo che segna la fine della democrazia, quella vera. Non quella del diritto al voto, truccata dai media, ma quella della partecipazione e dell’uguaglianza nelle opportunità. A questi giovani si chiede di essere cittadini, ma di quale cittadinanza si sta parlando? D’una cittadinanza di secondo livello, segnata dal marchio «figlio di immigrati», una cittadinanza francese tollerata.
Come uscire da questa condizione di eterni esclusi, di esseri umani che sono nella storia eppure ne restano fuori? Con la fuga oppure con la rabbia che detona e spacca. Spacca tutto ciò che rappresenta quello che vorresti e non hai. Allora, che non ce l’abbiano neppure gli altri. Oppure con il sogno. Quello di adolescenti che non vogliono smettere di sperare, sebbene tutto gli dica di farlo. Perché ci vuole coraggio a sognare in una banlieue.
Soprattutto quando ti chiedi, quando il mondo ti chiede chi sei. Quando ti senti francese, ma un tuo amico ti chiede se hai gioito per la vittoria del Senegal sulla Francia. Quando ti senti francese, ma gli altri non vedono che un arabo, un turco, un negro. Allora ti viene da dire, come a uno dei protagonisti di un altro racconto:
Non ho ancora fatto il punto sulla mia identità, l’ho interrogata fino a trasformarla in sabbia.
Nel Peso di un’anima, Rachedi intuisce e racconta la rivolta delle banlieue, prima che scoppiassero veramente, nell’autunno del 2005. In un’intervista la responsabile della casa editrice francese racconta che, dopo aver letto il manoscritto, ritenne che fosse troppo improntato sulla violenza e sulla rivolta. Lo trovava un po’ eccessivo. Pochi mesi dopo, la realtà superò la narrazione di Rachedi. Lei alzò il telefono e lo chiamò immediatamente. Dopo pochi mesi il libro era stampato.
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Breve cronologia delle cellule staminali
1665 L’inglese Robert Hooke conia il termine “cellula” per la prima volta nella storia della biologia, osservando la scorza del sughero con l’utilizzo di primordiali microscopi. Egli si accorse dell’esistenza di strutture regolari simili a “cellette” il cui raggruppamento rappresenta l’unità strutturale di base di un organismo vivente.
1838 Schleiden e Schwann approfondiscono lesimilarità dei mattoni che costituiscono piante e animali.
1859 Virchow, Remak e Bernard pongono le basi della moderna fisiologia chiarendo il fatto che le malattie nascono dal cattivo funzionamento dei processi che avvengono a livello delle cellule. Von Leydig sintetizzerà, poi, tutte le scoperte realizzate in campo cellulare affermando che “omnis cellula e cellula” ovvero: ogni cellula deriva da un’altra preesistente.
1906 Viene assegnato il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina allo spagnolo Cajal e all’italiano Golgi per i loro studi che estendono le conoscenze sulle moderne neuroscienze ponendo le basi per la teoria cellulare che si impose nel XX secolo anche nel campo degli studi strettamente legati al sistema nervoso.
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Orti insorti: il valore delle radici agresti
Carissima Elena,
ti mando alcune righe sulla tua opera, tienile da conto. Le api e altri insetti stanno scomparendo, gli alberi li abbattono per fare piazze e autostrade, fabbriche al posto di foreste, che eredità lasceremo ai nostri figli e nipoti, mi chiedo? Quando avranno abbattuto tutti gli alberi, avvelenato tutti i fiumi e i mari, deforestato e cementificato la terra che dà i frutti allora si accorgeranno che il denaro non si può respirare, né mangiare…
In questa età del cemento e del profitto è bello leggere le tue fresche e verdi pagine, pagine urgenti e armoniose, poetiche e comiche, che descrivono un’età del pane, quella della nostra civiltà contadina che era sporca di terra e aveva un grande rispetto per Madre Natura. Orti Insorti ha il profumo della tua terra e l’incanto del ricordo delle tue radici agresti, e raccontandolo, ce lo fai sentire, ci fai rivivere quel mondo. La tua ironia sull’oggi è profonda, come la tua poesia sul passato.
I ricordi di tuo nonno Pompilio che era contadino, che non comprava nulla e riusava tutto e parlava con gli alberi sono commoventi e lo vedo lì seduto ai piedi del letto che bestemmia con le scarpe infangate, mentre tua nonna in cucina cuoce il minestrone sulla stufa con le verdure dell’orto e la tavola è apparecchiata per un frugale pasto. Grazie Elena per queste emozioni che mi fai rivivere leggendoti. Ci vorrebbe molto di più di un mio semplice giudizio per la tua bellissima storia che racconti nei poderi e nei teatri, a grandi e piccoli.
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Peter Pan: genesi di un personaggio
L’idea di un bambino che trova il modo di non crescere nasce probabilmente in James Matthew Barrie nell’infanzia, quando impara ad imitare e sostituire il fratello morto, tredicenne in eterno. Viene espressa per la prima volta per iscritto nel romanzo Sentimental Tommy (1896), dedicato alle vicende di uno scrittore di successo che è eternamente immaturo, non in grado di amare, ma è “capace di tornare bambino a suo piacimento”.
Nel seguito del romanzo, Tommy and Grizel (1900), il protagonista, ancora lo scrittore Tom, progetta di scrivere la storia di un bambino che si rifugia in un bosco, facendo perdere le tracce di sé, con l’idea di fermare il tempo e restare piccolo per sempre. Quando Barrie diventa amico dei piccoli Llewelyn Davies inventa per loro storie e miti, ad esempio l’idea che i bambini, come il fratellino Peter ancora in carrozzina, prima di nascere siano stati uccelli.
Al nome di Peter si aggiunge, dalla mitologia greca, quello di Pan e il personaggio si evolve, nelle narrazioni orali di Barrie ai suoi amici bambini, diventando il neonato di una settimana di età di cui narra Peter Pan nei Giardini di Kensington. Nel 1902 Barrie pubblica The Little White Bird (L’uccellino bianco), uno stranissimo libro per adulti. La forma è vagamente quella del romanzo, per quanto la trama in sé sia molto sottile e tenga insieme a fatica gli episodi.
Agli occhi moderni appare come l’espressione di fantasie molto perverse, ma i contemporanei lo leggevano solo come un libro sentimentale in cui il mondo veniva descritto, insolitamente, attraverso gli occhi di un bambino piccolo. L’io narrante è un uomo anziano, abitudinario, solo, che rimpiange una donna che ha perduto per non averla saputa amare. Dalla finestra del suo club segue le vicende amorose di una governante e di un pittore, che si amano, litigano, infine si sposano e hanno un bambino, David.
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La criminofilia e un regime fondato su un potere senza controllo
(Mercoledì prossimo Antonio Ingroia allo Spazio MilanoNera di Milano - via Galvani, 24 - presenterà per la prima volta il suo C’era una volta l’intercettazione. Per seguire il tour di Antonio Ingroia, è stato creato un gruppo di Facebook dedicato al libro. Qui per maggiori informazioni in merito all’evento di mercoledì.)
Liquidati pentiti e testimoni, restava dunque un solo tallone d’Achille sul corpo invulnerabile del potere, una sola finestra socchiusa in tutto il palazzo: le intercettazioni. Infatti, dopo la guerra mediatico-politica ai pentiti e ai testimoni, ecco l’ultima campagna per delegittimare le intercettazioni e spalancare le porte a una legge che le depotenzi o le smantelli tout court. Missione alla quale si sono molto applicati gli ultimi due cosiddetti ministri della Giustizia, Clemente Mastella e Angelino Alfano.
La legge Mastella, approvata dalla Camera unanime nel 2007 ai tempi del centrosinistra anche con i voti del centrodestra, si occupava soprattutto di abolire la cronaca giudiziaria, con pesanti sanzioni ai giornalisti (e agli editori) che osassero raccontare ancora quel che emergeva non soltanto dalle intercettazioni, ma anche dagli altri atti d’inchiesta (il silenzio stampa sulle inchieste giudiziarie affratella il centrodestra e il centrosinistra: non solo i “berluscones”, ma anche Walter Veltroni, si presentarono nell’ultima campagna elettorale del 2008 predicando il black out assoluto su intercettazioni e atti d’indagine).
La legge Alfano invece taglia la testa al toro e risolve il problema alla radice: non si faranno più intercettazioni, dunque i giornalisti non avranno più telefonate né inchieste da raccontare. Per intercettare qualcuno, il giudice avrà bisogno non più di gravi “indizi di reato” (il tale delitto è stato commesso), ma di gravi o evidenti “indizi di colpevolezza” (a commettere quel delitto è stato il tale). Cioè: se oggi, per scoprire il colpevole, si può intercettare, in futuro si potrà intercettare soltanto se e quando si sarà scoperto il colpevole. Un ribaltamento logico-giuridico che, secondo Cordero, “offre materia d’interessante analisi clinica”. In effetti, all’apparenza, il disegno di legge parrebbe concepito da una selezione dei migliori psicopatici in circolazione. Purtroppo la realtà è ben di peggio: chi l’ha scritto sa bene quel che fa. Anzi, quel che deve fare.
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Il peso di un’anima: siamo tutti “citoyens”
Ci sono posti che non sono posti, dove le storie non sono storie e le vite non sono vite. O se lo sono, lo sono a metà. A metà perché non lasciano mai provare a dire chi sei, a diventare ciò che vorresti, né sognare ciò che speri. Perché tutte queste cose sono là, lontane, nel centro e tu sei in una periferia. E quel centro è la colpa di tutto, perché una periferia esiste in opposizione a un centro, o meglio: spesso una periferia non esiste, perché tutto accade in centro.
Solitamente la lingua francese nobilita le parole: dire boiserie invece che “perlinato” è tutta un’altra cosa, persino clochard suona meglio di “barbone”. Banlieue però non ha mai avuto un bel suono, nemmeno nell’idioma di Marcel Proust, non migliore di “periferia”. Entrambe sanno di grigio, di cemento buttato lì, senza rivestimento alcuno; di condomini alti, dai profili squadrati, troppo squadrati; di ascensori rotti, di cassonetti strapieni, di muri scarabocchiati, di vuoto. Vuoto in tutti i sensi.
Dice uno dei protagonisti dei racconti di Cronache di una società annunciata (Stampa Alternativa, 2009), un libro scritto dal collettivo “Qui fait la France?” di cui Mabrouck Rachedi, francese di origine algerina, è uno dei fondatori:
I nomi incisi su quelle targhe ad ogni angolo di strada sono solo fragili coperture su un crimine troppo grande. La bruttezza e la vergogna soffocano l’occhio con il loro odore.
Il gruppo è formato da scrittori di origine straniera, ma tutti francesi, che amano la Francia e vorrebbero solo che rimanesse fedele al suo motto rivoluzionario: Liberté, Égalité, Fraternité. Tre parole che esco no sconfitte dai loro racconti, che hanno tutti come sfondo le sagome squadrate, grigie e anonime dei grattacieli della Parigi periferica.
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Cellule staminali per principianti: comprendere i viventi
Il nome “staminale” deriva dal greco stamis, genitivo di staminos, che si riferiva al montante delle navi (esso era il prolungamento in legno dei madieri o travi) che formava, insieme ad altre estensioni, le costole di uno scafo. Una cellula staminale è un’unità fondamentale degli organismi viventi in grado di generare, continuamente, linee cellulari specializzate che costituiscono tutti gli apparati del nostro organismo (muscoli, tessuti nervosi, ecc…).
R. Conan-Davies ha spiegato con una lampante metafora divulgativa come potremmo rappresentare nella nostra mente le cellule staminali. Immaginate l’asse principale dello stelo di una pianta! Fatto? Bene! Ora pensate che le cellule staminali non rappresentano altro che il gambo portante di una pianta da cui originano altre cellule in modo continuo e regolare. Le cellule staminali danno, così, vita a tutte le varie strutture indispensabili alla vita, proprio come delle piccole piante rigogliose.
E, alla stessa stregua di piccole creature, devono essere irrigate e nutrite grazie a fattori di crescita che le nutrono e le coccolano come farebbe un bravo giardiniere che adora le proprie piante. Nel corso della propria vita, infatti, le cellule staminali danno origine a tutte le cellule del nostro organismo. Esse sono coadiuvate, in questo difficile compito, da fattori di crescita presenti sia tra gli esseri del mondo animale che tra la popolazione vegetale.
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Vino e bufale: il coraggio di affrontare le notizie scomode
Vino e bufale è fresco di stampa, ma l’interesse e le polemiche sull’argomento lo precedono prima ancora di accompagnarlo. Esiste una lobby costituita da produttori di vino e altre bevande alcoliche, politici (qualche volta anche produttori) e detentori del potere dell’informazione che manipola le notizie che riguardano l’alcol. Cioè gli organi di informazione ci nascondono con meticolosa precisione i gravi effetti che questa sostanza ha sulla nostra salute e sulla nostra società e, nel contempo, inventano articoli ad effetto che sostengono virtù miracolose di sostanze presenti nel vino e talvolta anche dell’alcol stresso.
Spesso la medicina stessa viene asservita al potere di questa lobby che difende interessi economici giganteschi e lo fa, per l’appunto, sulla nostra stessa salute. Vino e bufale documenta rigorosamente con rimandi a lavori scientifici e alla posizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che l’alcol è la seconda causa di cancro evitabile (viene subito dopo il fumo di sigaretta) , che è la prima causa di morte nei giovani, che provoca il 10% dei ricoveri ospedalieri e che i costi sociali ad esso imputabili equivalgono quasi a una finanziaria. Un’attenzione particolare è riservata al problema alcol-guida: bere alcolici prima di mettersi al volante aumenta fino a 380 volte il rischio di incidenti in seguito alle alterazioni che questa sostanza provoca su cervello e performance.
Sono dati all’apparenza incontrovertibili e schiaccianti: di conseguenza una società dovrebbe organizzarsi per proteggersi dall’alcol e non per promuoverne produzione, diffusione e consumo. Ma provate a rileggere queste ultime righe sostituendo alla parola “alcol” la parola “vino”. Da un punto di vista pratico non cambia nulla perché il principale componente del vino è per l’appunto l’alcol, ma dal punto di vista concettuale l’ottica si capovolge: la nostra cultura e gli interessi dominanti sono troppo legati al vino perché si possano accettare le verità scomode che lo riguardano anche se le conseguenze sulla salute di tutti sono gravissime.
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Le donne di Peter Pan, “un anziano ancora giovane”
I commenti psicologici a Peter Pan si sono incentrati soprattutto sull’opera successiva alla nostra, Peter Pan e Wendy. Io desidero qui esaminare alcune pagine di questo primo Peter Pan per mettere in luce le dinamiche che attua nella relazione con il femminile. Cominciamo dalla madre. La madre di Peter è una “madre buona”, che lo ama quando c’è e lo piange quando lo perde. Dopo che è volato via lo aspetta lasciando la finestra aperta. Peter nel suo ritorno a casa vede tutto questo, gioisce e si rassicura constatando di non aver perduto con il suo comportamento l’affetto materno ma, invece di restare con lei diventando un bambino vero, sceglie di volarsene via ancora per un po’.
Vorrebbe essere atteso e amato eternamente, senza peraltro concedersi mai. La madre invece, concluso il lutto per Peter volato via, giustamente partorisce un altro bambino e chiude la finestra. È la legge della vita e solo Peter non la capisce, perché ha il cervello di un neonato. È tragico e patetico che Peter si senta trattato male e abbandonato quando invece è stato lui a trattar male e abbandonare. Purtroppo nella sua immaturità affettiva Peter non sa far di meglio: volendo solo ricevere senza mai dare, finisce per restare sempre solo.
Esaminiamo la relazione con la piccola Maimie. Già il nome della bambina è uno storpiamento del nome ‘mamma’ e Peter fallisce con lei come era fallito nella relazione con sua madre. Inizia premuroso, chiedendole se ha dormito bene e dichiarandosi un bambino ignorante, ma qui finisce la sua capacità di abbandonarsi all’affetto. Quando Maimie si siede e lo invita dicendo: “Stringiti più vicino” lui non sa che significhi.
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C’era una volta l’intercettazione: la giustizia e le bufale della politica
Se cercavate un trattato giuridico sulle intercettazioni telefoniche e ambientali e sulle norme che le regolano e le regoleranno, lardellato di commi e codicilli, avete sbagliato libro: affrettatevi a restituirlo al libraio e chiedete il rimborso. Se invece cercavate uno strumento divulgativo per capirci qualcosa nella giungla dei luoghi comuni, delle frasi fatte, delle bugie che inondano giornali e televisioni sull’ultima (ma solo in ordine di tempo) legge-vergogna del regime berlusconiano (ma, come purtroppo vedremo, non solo berlusconiano), avete fatto la scelta giusta.
Malgrado sia un magistrato, Antonio Ingroia scrive in italiano comprensibile anche ai non addetti ai lavori. E lo dimostra in questo pamphlet agile e spigliato, a tratti ironico, colto ma mai supponente. C’era una volta l’intercettazione è molto più di un bignami divulgativo sul tema. È anche, anzi soprattutto, un prezioso trattatello sull’uso politico della menzogna e sull’ansia disperata d’impunità della nostra classe politica, o meglio della nostra classe dirigente. Che è la più compromessa e infetta del mondo libero, o semilibero.
Un marziano che si ritrovasse catapultato all’improvviso nelle aule e nei corridoi dei nostri palazzi del potere, a furia di sentire gli inquilini parlare con terrore di intercettazioni e progettare come abrogarle, si farebbe l’idea di essere capitato in una succursale della Banda Bassotti. Nei Paesi normali sono i criminali a essere ossessionati dal timore di venire intercettati e a predisporre tutti gli accorgimenti possibili per comunicare lontano da orecchi indiscreti. In Italia sono politici, amministratori, finanzieri, banchieri, imprenditori, top manager, alti ufficiali delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza.
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