Anni di cemento: tragedia nazionale gestita dal crimine organizzato

Anni di cementoQuando vengo, nel 1974, a lavorare a Roma, al “Messaggero”, mi occupo molto e molto liberamente di urbanistica. Vado in Umbria e lì l’assessore regionale alla partita, il comunista Ottaviani, mi garantisce che l’abusivismo edilizio, da loro, è ormai del tutto sconosciuto. È così anche al Nord che ho appena lasciato, tranne i “punti neri” di alcune riviere. A Roma invece va avanti come una fiumana: le inchieste giornalistiche del tempo fissano in 800 mila il numero dei romani i quali risiedono in case illegali. Sono quindi 800 mila stanze abusive, non allacciate alle fognature, fra l’altro, e che quindi determinano un inquinamento terribile delle marane, delle falde idriche e del Tevere. Una sorta di anti-città che viene ben descritta nel volume-inchiesta che Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta dedicano alle Borgate di Roma, dove si dimostra, fra l’altro, che autentiche “colonie” di immigrati si sono fermate – e formate – all’ingresso delle vie consolari a Roma: campani sull’Appia, abruzzesi sulla Prenestina, marchigiani e umbri sulla Flaminia e così via. Sono gli anni dell’epos drammatico e populista dei pasoliniani “Ragazzi di vita” (1955) e di “Una vita violenta” (1959).

Di quegli stessi anni è il film “Il tetto” di De Sica e Zavattini, uno dei più deboli forse e però da ricordare come documento cinematografico delle “case della domenica”, dell’autocostruzione nel decennio Cinquanta nella capitale, e non solo. Ma, accanto alle case, ai borghi e ai borghetti abusivi, si cominciano a sviluppare intere lottizzazioni non meno abusive che, sulla pelle dei più poveri, della stessa micro-borghesia e del Comune, si ramificano nell’Agro cementificando intere zone verdi o coltivate e lucrando profitti enormi. Come testimoniano le inchieste e le fustigazioni continue di Antonio Cederna, sul “Mondo” e poi sul “Corriere della Sera”, le campagne dell’“Espresso”, di “Paese Sera”, dell’“Unità”, e i libri del sociologo Franco Ferrarotti, come Roma da capitale a periferia. Ci vorrà lo sforzo enorme delle prime amministrazioni di sinistra dopo tanti anni di sgoverno (Argan, Petroselli, Vetere) per sanare, a carissimo prezzo, la ferita immane dell’abusivismo e per dare forma di città a quella anti-città.

Nel 1984, nell’imminenza di nuove elezioni amministrative comunali, facciamo svolgere, al “Messaggero”, una inchiesta sull’abusivismo edilizio affidandola al Censis di Giuseppe De Rita. Cosa ne emerge? Che l’abusivismo “sociale” o “di necessità” è ormai poca cosa rappresentando il 4,5 per cento dell’edilizia illegale a Roma. Ecco emergere quindi i protagonisti del nuovo abusivismo romano: speculatori i quali imboccano la solita scorciatoia per costruire villoni da quattro appartamenti almeno, uno per sé, uno per altri membri della famiglia e due almeno da vendere o da affittare. Tutto rigorosamente in “nero”. E spesso con finanziamenti facili che venivano dal racket, dalla malavita. Ma cosa fanno i notai, le aziende pubbliche dell’elettricità, dell’acqua, del gas? Nulla di nulla.

È, per l’appunto, il nuovo abusivismo romano che viene raccontato in questo importante libro, scritto in presa diretta come una cronaca vera e viva, dalla giornalista Chiara Lico, e che ha come protagonista positivo Massimo Miglio, titolare per molti anni dell’Ufficio comunale antiabusivismo, esposto a minacce, attentati, intimidazioni e però sempre sulla breccia quando le amministrazioni di centrosinistra s’impegnano a fondo. Un dirigente essenziale, prezioso, per competenza e coraggio che invece la giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno ha praticamente sollevato dall’incarico e che, per fortuna, ha trovato nuovi spazi d’azione e di tutela dell’interesse generale presso la Regione Lazio su di un territorio devastato da abusi di ogni tipo, ovunque arrivi un po’ di sviluppo, dalle città dell’interno al litorale, campo di esercitazione prediletto.

Anni fa lo scrittore Alberto Moravia espose una sua insolita teoria: l’abusivismo diffuso nasceva, a suo dire, soprattutto dalla totale assenza di cultura urbana che caratterizzava immigrati meridionali i quali – gli abruzzesi in particolare – erano in origine pastori nomadi. Non so quanto fondamento avesse. Certo esiste una “cultura dell’abuso edilizio e urbanistico” che, negli anni Settanta, riguardava essenzialmente la grande area da Roma alla Sicilia e che oggi, dopo i condoni edilizi del 1984, del 1994 e del 2003 (governi Craxi, Berlusconi 1 e 2), è risalita anche al Centro-Nord dove risultava quasi estinta o comunque limitata a piccoli abusi (lo stenditoio, che diventa, ad esempio, mansarda). Una autentica tragedia nazionale. La quale ha concorso a estendere le ramificazioni del crimine organizzato, sotto forma di racket o di “assistenza” interessata.


Anni di cemento - 1999-2009: dieci anni di guerra al mattone selvaggio di Massimo Miglio, sceriffo senza pistola di Chiara Lico
Collana Eretica
184 pagine
ISBN: 978-88-6222-103-0

Commenti

Lascia un commento