Canzoni a carburo: l’illusione del nucleare
Non possiamo non parlare a questo punto del legame esistente tra l’energia nucleare (pensando al suo preoccupante rilancio in Italia) e l’indispensabile attività mineraria ad essa correlata. Nel farlo, vi riportiamo anche alcuni brani di una delle più illuminanti e chiare analisi scientifiche dal titolo “L’illusione nucleare – Nucleare: il canto del cigno” (Edizioni Ambiente) sui processi e gli investimenti necessari alla complessa vita di una centrale nucleare. Essa dimostra attraverso precisi dati scientifici, l’inutilità di tale sistema energetico in quanto anti-economico.
L’energia nucleare collassa perché non è concorrenziale, è inutile e obsoleta, è talmente anti-economica che non vale nemmeno la pena di discutere se sia sicura e pulita; indebolisce l’affidabilità del sistema elettrico e la sicurezza nazionale e infine aggrava il cambiamento climatico distogliendo immense quantità di denaro pubblico da opportunità dieci volte migliori, realizzabili con tempi dieci volte inferiori.
I costi stellari e paradossali (per non parlare delle enormi quantità di acqua, le emissioni di CO2) che riguardano il solo reperimento di combustibile atto ad avviare il reattore nucleare, cioè l’aspetto legato alla miniera che in questa sede ci interessa comunicare, rappresentano solo una briciola rispetto all’insieme dei processi e dei costi che richiederebbe il sistema nucleare. Il reattore nucleare non è un sistema a sé stante, è strettamente dipendente dall’uranio, minerale che, così come si trova nella crosta terrestre, necessita peraltro di numerosi processi industriali (dai costi colossali) affinché l’energia da esso incorporata venga resa disponibile e in grado di innescare la reazione nucleare.
La fornitura del combustibile nucleare si compone quindi di due attività principali: l’estrazione del minerale e l’arricchimento dell’uranio. L’estrazione del minerale di uranio è una tipica attività mineraria e comporta l’escavazione vera e propria dalle miniere, la frantumazione, la macinazione e la preparazione dell’ossido di uranio. Come tutte le miniere, le principali tecniche di estrazione comportano lo scavo a cielo aperto o in galleria.
Un’altra tecnica è l’estrazione per liscivazione, utilizzabile però solo in terreni permeabili ai liquidi come le arenarie. Nelle miniere a cielo aperto, il minerale è estratto perforando la roccia e facendo esplodere cariche di dinamite, poi il materiale viene caricato su camion e portato alla frantumazione e poi alla macinatura. Sebbene gli operai passino parecchio tempo in apposite cabine per limitare l’esposizione alle radiazioni (almeno in Canada e in Australia, non certo in Africa, India e Cina), le polveri radioattive contaminano tutta l’area interessata agli scavi e sono poi trasportate dai venti, anche se, dove è possibile, vengono utilizzate grandi quantità di acqua nebulizzata per limitare il fall-out delle polveri.
Viceversa se l’uranio si trova troppo lontano dalla superficie, vengono scavati tunnel tradizionali, simili a quelli delle miniere di carbone. La tecnica è sempre la stessa: perforazione e uso di esplosivi, poi raccolta del minerale con pale meccaniche, nastri trasportatori per portarlo in superficie e poi caricato su camion per conferirlo ai luoghi di frantumazione e macinatura. Nelle miniere sotterranee c’è meno materiale di scarto, ma questo tipo di miniera costringe gli operai ai più alti livelli di esposizione alle radiazioni soprattutto per via del gas radon sempre abbondante nelle miniere di uranio.
Nelle miniere dove si usa la tecnica della liscivazione, infine, il rischio immediato per i lavoratori è limitato; tuttavia, dato che il liquido liscivante che viene pompato in pressione nel terreno è a base di acido solforico, il risultato è devastante per le falde acquifere che vengono irrimediabilmente contaminate. Ma l’uranio prelevato dalle miniere non è di per sé ancora sufficiente: per produrre energia elettrica mediante centrali a fissione nucleare, è necessario arricchire l’uranio aumentando la concentrazione dell’isotopo Uranio 235.
L’uranio naturale è composto infatti da una miscela di tre isotopi, U234 (che è minima e costituisce una percentuale trascurabile), U238 (il più abbondante) e U235 (presente con una concentrazione piuttosto bassa). Di quest’ultimo U235 è necessario aumentare la concentrazione perché possa alimentare un reattore. “Il processo di concentrazione dell’uranio è una faccenda estremamente difficile e ad alto consumo energetico”.
Si tratta di dividere i due isotopi U235 e U238 con il fluoro e di arricchire il composto ottenuto tramite centrifugazione: parecchie migliaia di centrifughe (anche 10.000), attraverso rotazione, provocano una forte accelerazione centrifuga che fa sì che le molecole di gas più pesanti contenenti U238 si spostino verso l’esterno dei cilindri rotanti e le molecole di gas più leggero con la maggior concentrazione di U235 si raccolgano invece presso il centro permettendo appunto l’arricchimento.
Tale processo produce enormi quantità di Uranio impoverito, ossia uranio cui manca la corrispondente quantità di U235. “In questo processo di arricchimento, da 100 kg di uranio si possono ottenere al massimo 12,5 kg di Uranio arricchito, mentre restano come prodotto di scarto ben 87,5 kg di Uranio impoverito”: la quantità di materiale di scarto è quindi quasi otto volte superiore a quella effettivamente utilizzabile. Tale scarto pone gravi problemi di smaltimento, anche perché radioattivo ed altamente tossico.
A proposito: i residenti nella Nazione Navajo sono inondati dalle radiazioni di più di un centinaio di miniere spalancate e abbandonate dopo la corsa alle armi della guerra fredda. Dopo decadi di escavazione di uranio e dopo che la popolazione ha accumulato evidenze di forti punte di cancro e di un’altra decina di malattie provocate da eccesso di radiazioni, le compagnie minerarie se ne sono letteralmente lavate le mani, anche delle loro responsabilità di bonifica. Il governo americano è ancora in debito con il popolo indiano dei Navajo di compensazioni per 8 miliardi di dollari. Ma il presidente George W. Bush, invece, ha da poco approvato lo stanziamento di 30 milioni di dollari per nuove esplorazioni minerarie nelle riserve indiane.
La quantità di Uranio impoverito prodotto e detenuto nei vari Paesi del mondo è di 1.200.000 tonnellate. La messa in sicurezza dell’Uranio impoverito e di quello esaurito (cioè quello che rimane dopo il suo ciclo di utilizzo nel reattore) mediante stoccaggio, è molto onerosa: occorrono depositi sotterranei permanenti in
cemento armato. Per questo si è pensato bene di riciclarlo (non curandosi dei conseguenti effetti negativi) nella produzione industriale civile (come contrappeso in applicazioni aerospaziali, cioè per alettoni e piani di coda degli aerei: ogni Boeing 747 contiene infatti 1500 kg di Uranio impoverito); nell’industria petrolifera (come zavorra per far affondare le apparecchiature in pozzi fangosi) e soprattutto bellica (“Quando lo U.S. Department of Energy rilevò che tutti gli impieghi civili di Uranio impoverito non bastavano a ridurre in modo sostanziale le scorie accumulate negli ultimi decenni dalle centrali nucleari di tutto il mondo, venne presa la decisione di dirottarne gran parte nella produzione bellica”).
Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica ed ex-presidente dell’Enea, proponendo di sviluppare nel Sud Italia il solare termodinamico, fu irriso per l’occupazione considerevole di spazio che i campi dei concentratori solari avrebbero richiesto. Ricordando ciò, affermiamo che i sostenitori del nucleare cercano di propinarci una falsità, infatti per alimentare le centrali nucleari serve uranio: le miniere di uranio sono una delle attività più consumatrici di spazio in assoluto.
La miniera di Ranger a 250 km a est di Darwin in Australia, occupa una concessione di ben 36 kmq. La miniera di Rossing in Namibia, occupa una superficie di 23 kmq.
La miniera di Akdala in Kazakistan occupa 31,5 kmq. Il sito di McArthur River situato nel Saskatchewan in Canada è considerato il più grande deposito mondiale di minerale e occupa un territorio di ben 850 kmq ospitando 22 differenti miniere. Quanti megawatt di solare fotovoltaico e termodinamico si possono realizzare
nelle migliaia di chilometri quadrati consacrate alle centinaia di miniere di uranio sparse nel mondo?
Canzoni a carburo - Memoria e miniera di Secondamarea
Con CD allegato
Collana Strade bianche
96 pagine
ISBN: 978-88-6222-096-5
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Nella pubblicistica antinucleare non viene messo in evidenza con la dovuta forza e chiarezza che l’apparato e le reti tecnologiche connesse all’atomo non soddisfano essenzialmente un problema energetico ed economico ma esigenze di potenza militare degli “Stati atomici”.
La chiave del problema nucleare è contenuta in due concetti, ancora inespressi nei libri in commercio:
1- nel ciclo del nucleare c’è quasi identità tra combustibile (civile) ed esplosivo militare: la tecnologia nucleare odierna è, nei fatti, una via per la Bomba;
2- la produzione elettronucleare comunque la si guardi non è competitiva sul mercato, ha bisogno di essere assistita da uno Stato con interessi di potenza, uno Stato che punta a farsi, a conservare o ad accrescere un arsenale atomico (chiamamola, questa entità statuale, “Stato atomico”).
Il primo concetto - la materia prima ed i suoi elaborati sono praticamente gli stessi sia per gli usi civili che per quelli militari del nucleare - può essere meglio compreso se si tengono presenti alcuni dati fondamentali che definiscono il problema e se si pone anche mente a ciò che può “falsificarlo”.
Per quanto riguarda il primo concetto, il dato fondamentale dell’identità combustibile- esplosivo va integrato con la presa d’atto che la produzione e l’organizzazione del materiale fissile, alla base sia degli usi civili che di quelli militari, è l’aspetto essenziale e decisivo del processo. Bisogna cioè capire che per fare una bomba atomica, ma anche per far funzionare una centrale nucleare, la cosa più importante di cui disporre è il materiale fissile, uranio o plutonio, della quantità e qualità (gli isotopi: U235 e Pu235) giuste.
Sarà anche molto utile esaminare ciò che sembra contraddire la tesi dell’identità combustibile-esplosivo: le filiere meno condizionate dal controllo militare, come la canadese CANDU; i casi svedese e svizzero; i progetti di reatori al torio, le centrali di Quarta Generazione che dovrebbero ricavare nuovo combustibile, e non plutonio proliferante, dalle scorie…
Quello che si può anticipare subito è che l’origine nei laboratori militari ha favorito quelle soluzioni tecnologiche che portavano ad utilizzare l’uranio arricchito e/o a produrre plutonio dai reattori che bruciavano uranio; o che anche Paesi dichiaratamente “neutrali”, come appunto Svezia e Svizzera, spinti dalla logica della guerra fredda, hanno coltivato il sogno di un “deterrente atomico”, o hanno pagato il prezzo del nucleare civile per godere dell’ombrello atomico USA.
Così la filiera CANDU sviluppata dal Canada è stata boicottata in quanto utilizza l’uranio naturale al posto dell’uranio arricchito. Allo stesso modo è stata osteggiata la tecnologia al torio, che è stata fortemente caldeggiata dal premio Nobel Carlo Rubbia ed è oggi perseguita dall’India. E’ bene parlarne, di queste filiere nucleari diverse da quelle generalmente diffuse, perchè criticano il nucleare attuale da un punto di vista nuclearista - il che può fare gioco agli oppositori del nucleare.
La Quarta Generazione è stata ampiamente sputtanata dai lavori di Angelo Baracca ed è una scommessa ricca di azzardo spacciata come certezza già acquisita.
Per quanto riguarda il secondo concetto, riassumibile nel motto: “cherchez lo Stato atomico dietro le centrali”, la sua dimostrazione è resa complicata dalla mancanza di trasparenza che caratterizza strutturalmente tutto ciò che ha a che fare con il militare e le sue spese.
Il best-seller di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia, scritto in collaborazione con Linda Bilmes, : “Una guerra da 3.000 miliardi di dollari” (Einaudi Editore), che trovate molto bene esposto in primo piano sui banconi delle principali librerie, è lì a suggerirci ed a persuaderci che una cortina fumogena avvolge le cifre dei bilanci militari e bellici.
L’idea che mi sono fatto nel corso di una ormai 30ennale frequentazione critica della materia è che, grosso modo, negli USA l’arsenale atomico assorbe diciamo 1/5 della spesa militare; la ricerca scientifica di tipo militare vale quantitativamente 1/10 delle spese giustificate “per la difesa”. Per le potenze europee (Francia e Gran Bretagna) il nucleare pesa 1/10 mentre la ricerca militare 1/20: l’apparato bellico in Europa è meno poderoso, avanzato, radicato pervasivamente nella struttura sociale rispetto a quello americano… Sono le stesse cifre ufficiali - rieccole! - in qualche modo a farcelo presente: gli USA vanno nel corso del tempo a crescere nella quota di spesa militare mondiale che rappresentano. Da sola la “Difesa” a stelle e strisce pesa ormai quantitativamente quanto tutto il resto del mondo messo assieme. I Paesi NATO raggiungono la metà della spesa americana; e naturalmente in prima fila troviamo Francia e Gran Bretagna, gli Stati atomici. Ma anche le potenze atomiche “virtuali e latenti”, come Germania ed Italia, non scherzano. Le tabelle forse più vicine alla verità le andiamo a leggere ogni anno dal SIPRI di Stoccolma.
Gli indizi a sostegno della natura assistenzialistica del ciclo nucleare negli stessi documenti ufficiali sono comunque forti anche se non perfettamente e precisamente quantificabili. Lo “Stato atomico”, sulla materia, interviene infatti almeno nella ricerca di base ed applicativa, nella predisposizione del back-ground strutturale del ciclo produttivo, nell’arricchimento dell’uranio, nel ritrattamento delle scorie, nello smaltimento delle stesse, nella sorveglianza militare degli impianti e del materiale fissile …
Provate a scaricare tutti questi costi, mica noccioline, sulle spalle dei privati e poi venite a raccontarci quanto è “conveniente”, da un punto di vista economico in qualsiasi modo definito, il Kilowattore nucleare! Lo Stato atomico ha varie forme di collaborazione con le compagnie private, non esclusi incentivi e sussidi diretti; questo non significa però che sia al loro servizio: piuttosto si serve di esse per le sue finalità di potenza.