Pagine passate di mano in mano: letteratura e omosessualità / 2
Non è una coincidenza che la biblioteca di Dayneford contenga alcuni degli stessi volumi da cui Carpenter scelse brani da riportare in Ioläus, né sorprendente che con crudeltà separi alcuni dei racconti delle Mille e una Notte “dai loro compagni originari”. La biblioteca di Dayneford, come quella di Carpenter del resto, ha un’ideologia. Per lui il taglio quasi scolastico dei frammenti letterari – estratti letteralmente dal contesto – non è un espediente, ma un passo necessario, anche se spietato, per inventare attraverso la lettura un nuovo contesto in cui i legami omosessuali, invece di essere disprezzati, sono esaltati.
L’impulso di redigere un elenco non finisce con Prime-Stevenson. Nel 1924, uno “Studioso di Fanciullezza, Gioventù e Cameratismo” (o forse – chissà – una “Studiosa”) pubblicò un catalogo di libri dalla sua biblioteca privata. Un totale di 454 titoli tra poesia, drammaturgia, saggi, biografie e narrativa dei quali molti già citati sia da Carpenter che da “Dayneford”.
H. Montgomery Hyde, in “The Other Love: An Historical and Contemporary Survey of Homosexuality” in Britain (1970), racconta un episodio determinante nella storia delle pagine passate di mano in mano. Nel 1889, Charles Hirsch (che diventò poi editore a Parigi) dirigeva la Librairie Parisienne in Coventry Street a Londra. Oscar Wilde, uno dei suoi clienti abituali, acquistò da lui non solo libri in francese (tra cui romanzi di Zola e Maupassant), ma anche ciò che Hirsch chiama opere di natura “socratica”. Wilde di solito non andava da solo in libreria, era spesso accompagnato da “giovani distinti”, all’apparenza artisti o letterati, che gli dimostravano “un’intima deferenza”.
Un pomeriggio Wilde entrò nella libreria con un pacchetto accuratamente sigillato e chiese a Hirsch di consegnarlo ad un amico che gli avrebbe mostrato il biglietto da visita di Wilde stesso. Hirsch acconsentì, e di lì a poco uno dei giovanotti che aveva visto in compagnia di Wilde venne a ritirare il pacchetto. Diversi giorni dopo, lo stesso giovane lo riportò indietro, affinché venisse dato ad un altro giovanotto. Avvennero in tutto tre scambi di questo tipo e l’ultimo giovane, “meno riservato” degli altri due, portò indietro il pacchetto incartato malamente. Quando Hirsch lo aprì, vi trovò il manoscritto di un romanzo trascritto in varie grafie e pieno di aggiunte a margine e cancellature.
Lesse erroneamente il titolo come Feleny1. “Era evidente”, scrisse, “che molti scrittori di valore ineguale hanno collaborato a quest’opera anonima, ma molto interessante”. Ci si stupisce, in quest’epoca post-freudiana, dell’errore di Hirsch nel leggere la parola Teleny, il titolo di questo importante caposaldo della pornografia omosessuale vittoriana. Dopo tutto, non sarebbe stato rischioso pubblicare Teleny – come più tardi Hirsch fece in una traduzione francese – in Inghilterra con la minaccia di una condanna per reato grave? Guarda caso l’edizione inglese ambienta la storia a Parigi, mentre quella francese la colloca a Londra.
La maggior parte dei testi “gay” oggi conosciuti sono stati scritti dopo la Grande Guerra e la maggioranza di questi dopo la rivolta di Stonewall del 19692 e, come se la storia della letteratura fosse una serie di scatole cinesi, la gran parte di questi dopo l’avvento (soprattutto in Occidente) del virus Hiv. Immaginate, poi, di essere un lettore omosessuale del 1914. Siete in una biblioteca ampia e quasi buia e volete leggere qualcosa… beh, qualcosa su due uomini o due donne uniti da un ipotetico legame erotico: qualcosa che parli della vostra esperienza o di un’esperienza che immaginate. Da dove comincereste? Non c’è uno schedario a guidarvi.
“The City and the Pillar” di Gore Vidal (trad. it. La statua di sale) non è ancora stato scritto; neanche “Giovanni’s Room” di James Baldwin (trad. it. La stanza di Giovanni), né “Rubyfruit Jungle” di Rita Mae Brown (trad. it. La giungla dei fruttirubini) e così “A Boy’s Own Story” di Edmund White (trad. it. Un giovane americano). Non è stato scritto nemmeno “The Well of Loneliness” di Radclyffe Hall (trad. it Il pozzo della solitudine). James Merrill e Dale Peck non sono neanche nati. E. M. Forster finirà di scrivere Maurice nel corso di quest’anno – una rivoluzione silenziosa a Weybridge – ma sarà pubblicato molti decenni dopo e voi, probabilmente, sareste già morti. Forse le sue pagine stropicciate sarebbero potute arrivare tra le vostre mani se foste stati abbastanza fortunati da far parte della cerchia degli amici di Forster, ma probabilmente non siete così fortunati.
Forse conoscete qualcuno che vi ha suggerito qualche titolo. Forse siete un cliente di una di quelle librerie internazionali che vendono edizioni pubblicate privatamente. Opere come “Imre: A Memorandum” di Prime-Stevenson, stampato a Napoli nel 1906, o “Desert Dreamers” di Patrick Weston (pseudonimo di Gerald Bernard Francis Hamilton) o ancora il breve volume “Songs of Adieu” del primo poeta Uranico Lord Henry Somerset. Forse avete sentito parlare di Tim, con il suo resoconto sorprendentemente sfacciato (anche se sentimentale) di una storia d’amore tra due ragazzi. Forse qualcuno vi ha parlato di “Cecil Dreeme” (1861) di Theodore Winthrop, in cui il narratore maschile si innamora di un giovane che poi risulterà essere una ragazza travestita.
Se è così, siete fortunati. Altrimenti non potrete far altro che scorrere in fretta dorsi e titoli con la speranza di trovarne uno che faccia allusione ai Greci.
Pagine passate di mano in mano a cura di Mark Mitchell e David Leavitt
Collana Eretica Speciale
248 pagine
ISBN: 978-88-6222-091-0
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a proposito di Teleny: non c’è nulla di pornografico nella storia dei due uomini mentre c’è un’infinità di pornografia e oscenità nelle storie che vi si intrecciano e che sono relative a violenze di uomini su donne, in particolare la storia della bellissima fanciulla stuprata da un tale, servo di uno dei protagonisti, la quale si butta dalla finestra per non continuare a subire quell’inferno. Mi chiedo il significato di ciò o meglio lo conosco troppo bene. Va bene e sta bene l’omosessualità maschile ma che non diventi una ulteriore scusa per infierire sul femminile