Vino e bufale: in principio c’è l’alcol
Al-kuhl in arabo significa “polvere nera per tingere le sopracciglia”, oppure “essenza, il meglio di ogni cosa”, usata nella cosmesi e anche come collirio medicamentoso. L’alcol etilico o etanolo è l’essenza del vino, ma anche la peggior cosa contenuta in questa bevanda e non la sola che può fare male. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, denuncia come il vino in Europa utilizzi ogni anno 100 mila tonnellate di pesticidi, più che per ogni altro prodotto destinato alle tavole dei consumatori. E Luigi Veronelli, enogastronomo di fede anarchica, ricordava spesso come il vino contenga sempre più concentrazioni di mosto rettificato per elevarne la gradazione alcolica, gomma arabica per ammorbidirlo e tannini ricavati dal legno piuttosto che dall’uva: come il vino sia, insomma, sempre più “costruito” dall’ enologo nelle industrie piuttosto che prodotto dal contadino nella propria cantina.
In modo naturale l’alcol si ottiene lasciando fermentare l’uva con dei lieviti (minuscoli funghi) che si trovano sulla buccia degli acini o siano appositamente aggiunti. Già gli uomini dell’epoca neolitica conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati e, per questo, coltivarono la vite allo scopo di produrre bevande alcoliche. Ma loro non potevano immaginarne i danni…
La difficoltà dell’uomo a rapportarsi col vino risale a un tempo immemorabile. Nel primo libro della Bibbia – la Genesi – c’è scritto: “Ora Noè incominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, s’inebriò e si scoprì nella sua tenda. Più tardi Cam vide la nudità di suo padre”. La letteratura antica è, insomma, ricca di riferimenti al vino, bevanda di fondamentale importanza anche nella simbologia religiosa.
Oltre che per le bevande alcoliche, l’alcol etilico viene usato per produrre profumi e disinfettanti; e, in alcuni paesi del mondo, come combustibile al posto della benzina. In Brasile il bioetanolo derivato per fermentazione dalla canna da zucchero copre il 20% del consumo di carburante.
L’alcol non lo beve quasi nessuno
A parte qualche aspirante suicida o persone in grave crisi d’astinenza alcolica, nessuno al mondo beve l’alcol allo stato puro; né dai profumi, dai disinfettanti o dalla pompa di benzina. Tanti, invece, lo assumono per il tramite delle bevande alcoliche: vino, birra, aperitivi e superalcolici. Tanto per intenderci, un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra, un bicchierino di superalcolico da 40 ml o un bicchiere da 80 ml di aperitivo alcolico contengono, grosso modo,
la stessa quantità di alcol: cioè 12 grammi. E, tanto per avere una prima idea, questa “unità di alcol” produce nel maschio “medio”, a digiuno, un’alcolemia di 0,2 grammi per litro che rimane tale per almeno un’ora.
Ma succede che…
Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, ne troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche!
Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili. Vedremo perché.
Vino e bufale - Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
Collana Eretica
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-090-3
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