Vino e bufale: idee radicate ma spesso insidiose
Facciamo una verifica: andiamo da due diversi amministratori locali, o parroci o dirigenti scolastici, scelti a caso. Al primo chiediamo se è interessato a promuovere un’iniziativa nella sua comunità/parrocchia /scuola per sensibilizzare le persone sui problemi legati all’alcol; al secondo proponiamo un’iniziativa sui problemi legati al vino. Scommettiamo che le risposte saranno differenti? Eppure l’alcol non lo beve (quasi) nessuno.
Questo equivoco comporta conseguenze per tutti e non nasce per caso. Il vino è talmente radicato nella nostra cultura da non lasciare spazio all’idea che possa far male. Pensiamo a come ogni circostanza pubblica e privata sia segnata dalla bottiglia speciale, con la quale si festeggiano nascite, lauree, matrimoni e vittorie sportive, si varano le navi, si suggellano accordi e alleanze. E pensiamo a come sia convinzione di tutti che esista l’aperitivo (alcolico) che apre lo stomaco e il digestivo superalcolico che favorisce il dopo pasto! Fino a ritenere fideisticamente che il Vov sia ricostituente, il cordiale dia tono agli ipotesi, il bicchierino di grappa riscaldi contro il freddo, il whisky giusto renda l’uomo più affascinante e (sessualmente) potente e che un bicchiere di vino, sempre definito un “buon” bicchiere di vino, non possa nuocere; che la birra faccia campare cent’anni e che l’amaro centerbe sia quasi un medicinale.
Affermazioni, nel loro insieme e una per una, contrarie alla realtà scientifica. C’è un ulteriore motivo, ancora più importante, per favorire il pregiudizio a rovescio che protegge il vino e le bevande alcoliche in genere: dietro il loro consumo ci sono enormi interessi economici, in conseguenza dei quali risulta scontato allinearsi all’occultamento della verità e al mascheramento dei danni. Torneremo più avanti sul tema bevande alcoliche ed economia: ora ci interessano le correlate questioni di potere e come a farne le spese sia la nostra salute.
Continua
Anni di cemento: tragedia nazionale gestita dal crimine organizzato
Quando vengo, nel 1974, a lavorare a Roma, al “Messaggero”, mi occupo molto e molto liberamente di urbanistica. Vado in Umbria e lì l’assessore regionale alla partita, il comunista Ottaviani, mi garantisce che l’abusivismo edilizio, da loro, è ormai del tutto sconosciuto. È così anche al Nord che ho appena lasciato, tranne i “punti neri” di alcune riviere. A Roma invece va avanti come una fiumana: le inchieste giornalistiche del tempo fissano in 800 mila il numero dei romani i quali risiedono in case illegali. Sono quindi 800 mila stanze abusive, non allacciate alle fognature, fra l’altro, e che quindi determinano un inquinamento terribile delle marane, delle falde idriche e del Tevere. Una sorta di anti-città che viene ben descritta nel volume-inchiesta che Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta dedicano alle Borgate di Roma, dove si dimostra, fra l’altro, che autentiche “colonie” di immigrati si sono fermate – e formate – all’ingresso delle vie consolari a Roma: campani sull’Appia, abruzzesi sulla Prenestina, marchigiani e umbri sulla Flaminia e così via. Sono gli anni dell’epos drammatico e populista dei pasoliniani “Ragazzi di vita” (1955) e di “Una vita violenta” (1959).
Di quegli stessi anni è il film “Il tetto” di De Sica e Zavattini, uno dei più deboli forse e però da ricordare come documento cinematografico delle “case della domenica”, dell’autocostruzione nel decennio Cinquanta nella capitale, e non solo. Ma, accanto alle case, ai borghi e ai borghetti abusivi, si cominciano a sviluppare intere lottizzazioni non meno abusive che, sulla pelle dei più poveri, della stessa micro-borghesia e del Comune, si ramificano nell’Agro cementificando intere zone verdi o coltivate e lucrando profitti enormi. Come testimoniano le inchieste e le fustigazioni continue di Antonio Cederna, sul “Mondo” e poi sul “Corriere della Sera”, le campagne dell’“Espresso”, di “Paese Sera”, dell’“Unità”, e i libri del sociologo Franco Ferrarotti, come Roma da capitale a periferia. Ci vorrà lo sforzo enorme delle prime amministrazioni di sinistra dopo tanti anni di sgoverno (Argan, Petroselli, Vetere) per sanare, a carissimo prezzo, la ferita immane dell’abusivismo e per dare forma di città a quella anti-città.
Nel 1984, nell’imminenza di nuove elezioni amministrative comunali, facciamo svolgere, al “Messaggero”, una inchiesta sull’abusivismo edilizio affidandola al Censis di Giuseppe De Rita. Cosa ne emerge? Che l’abusivismo “sociale” o “di necessità” è ormai poca cosa rappresentando il 4,5 per cento dell’edilizia illegale a Roma. Ecco emergere quindi i protagonisti del nuovo abusivismo romano: speculatori i quali imboccano la solita scorciatoia per costruire villoni da quattro appartamenti almeno, uno per sé, uno per altri membri della famiglia e due almeno da vendere o da affittare. Tutto rigorosamente in “nero”. E spesso con finanziamenti facili che venivano dal racket, dalla malavita. Ma cosa fanno i notai, le aziende pubbliche dell’elettricità, dell’acqua, del gas? Nulla di nulla.
Continua
Canzoni a carburo: l’illusione del nucleare
Non possiamo non parlare a questo punto del legame esistente tra l’energia nucleare (pensando al suo preoccupante rilancio in Italia) e l’indispensabile attività mineraria ad essa correlata. Nel farlo, vi riportiamo anche alcuni brani di una delle più illuminanti e chiare analisi scientifiche dal titolo “L’illusione nucleare – Nucleare: il canto del cigno” (Edizioni Ambiente) sui processi e gli investimenti necessari alla complessa vita di una centrale nucleare. Essa dimostra attraverso precisi dati scientifici, l’inutilità di tale sistema energetico in quanto anti-economico.
L’energia nucleare collassa perché non è concorrenziale, è inutile e obsoleta, è talmente anti-economica che non vale nemmeno la pena di discutere se sia sicura e pulita; indebolisce l’affidabilità del sistema elettrico e la sicurezza nazionale e infine aggrava il cambiamento climatico distogliendo immense quantità di denaro pubblico da opportunità dieci volte migliori, realizzabili con tempi dieci volte inferiori.
I costi stellari e paradossali (per non parlare delle enormi quantità di acqua, le emissioni di CO2) che riguardano il solo reperimento di combustibile atto ad avviare il reattore nucleare, cioè l’aspetto legato alla miniera che in questa sede ci interessa comunicare, rappresentano solo una briciola rispetto all’insieme dei processi e dei costi che richiederebbe il sistema nucleare. Il reattore nucleare non è un sistema a sé stante, è strettamente dipendente dall’uranio, minerale che, così come si trova nella crosta terrestre, necessita peraltro di numerosi processi industriali (dai costi colossali) affinché l’energia da esso incorporata venga resa disponibile e in grado di innescare la reazione nucleare.
La fornitura del combustibile nucleare si compone quindi di due attività principali: l’estrazione del minerale e l’arricchimento dell’uranio. L’estrazione del minerale di uranio è una tipica attività mineraria e comporta l’escavazione vera e propria dalle miniere, la frantumazione, la macinazione e la preparazione dell’ossido di uranio. Come tutte le miniere, le principali tecniche di estrazione comportano lo scavo a cielo aperto o in galleria.
Continua
Senza trucco: ingredienti da decifrare
Ci ammiccano dagli scaffali dei negozi, ci fanno l’occhiolino dalle pagine delle riviste, ci richiamano con canti da sirene negli spot televisivi. Sono i cosmetici che ci promettono di prendersi cura di noi, delle nostre imperfezioni, per farci entrare in un mondo di bellezza e seduzione. A seconda della nostra personalità, privilegeremo prodotti che si richiamano alla natura a oli pregiati ed essenze profumate, oppure ci affideremo a prodotti scientifici che sfruttano principi attivi, spesso sconosciuti, per annientare i nostri difetti.
Attirati da splendide confezioni, avvolti da soavissimi profumi e morbidissime consistenze, pochi di noi si chiedono veramente cosa si stanno spalmando addosso, pochi vanno a leggere sul retro delle confezioni l’elenco degli ingredienti, dove il principio attivo sottolineato dalla pubblicità si perde in una marea di ingredienti per lo più incomprensibili.
Ognuno di loro, però, ha una funzione, perché fondamentalmente una crema è una sorta di pozione magica dove ogni sostanza lavora in sinergia con altre. È un mondo con una lunga tradizione, dove la ricerca imprime un’evoluzione costante. Chi l’avrebbe mai detto che, dopo aver cosparso abbondantemente per decenni i lattanti col borotalco, si sarebbe scoperto che l’acido borico era pericoloso tanto da vietarne l’uso su bambini inferiori a tre anni? Anche alcuni ingredienti presenti nei cosmetici che usiamo quotidianamente, dalle creme ai detergenti, ai profumi, hanno delle ombre: alcuni sono accusati di provocare allergie o irritazioni, altre addirittura di interferire con la nostra attività ormonale, altre ancora di essere mutagene o di rilasciare in determinate condizioni sostanze cancerogene.
Continua
Pagine passate di mano in mano: letteratura e omosessualità / 2
Non è una coincidenza che la biblioteca di Dayneford contenga alcuni degli stessi volumi da cui Carpenter scelse brani da riportare in Ioläus, né sorprendente che con crudeltà separi alcuni dei racconti delle Mille e una Notte “dai loro compagni originari”. La biblioteca di Dayneford, come quella di Carpenter del resto, ha un’ideologia. Per lui il taglio quasi scolastico dei frammenti letterari – estratti letteralmente dal contesto – non è un espediente, ma un passo necessario, anche se spietato, per inventare attraverso la lettura un nuovo contesto in cui i legami omosessuali, invece di essere disprezzati, sono esaltati.
L’impulso di redigere un elenco non finisce con Prime-Stevenson. Nel 1924, uno “Studioso di Fanciullezza, Gioventù e Cameratismo” (o forse – chissà – una “Studiosa”) pubblicò un catalogo di libri dalla sua biblioteca privata. Un totale di 454 titoli tra poesia, drammaturgia, saggi, biografie e narrativa dei quali molti già citati sia da Carpenter che da “Dayneford”.
H. Montgomery Hyde, in “The Other Love: An Historical and Contemporary Survey of Homosexuality” in Britain (1970), racconta un episodio determinante nella storia delle pagine passate di mano in mano. Nel 1889, Charles Hirsch (che diventò poi editore a Parigi) dirigeva la Librairie Parisienne in Coventry Street a Londra. Oscar Wilde, uno dei suoi clienti abituali, acquistò da lui non solo libri in francese (tra cui romanzi di Zola e Maupassant), ma anche ciò che Hirsch chiama opere di natura “socratica”. Wilde di solito non andava da solo in libreria, era spesso accompagnato da “giovani distinti”, all’apparenza artisti o letterati, che gli dimostravano “un’intima deferenza”.
Un pomeriggio Wilde entrò nella libreria con un pacchetto accuratamente sigillato e chiese a Hirsch di consegnarlo ad un amico che gli avrebbe mostrato il biglietto da visita di Wilde stesso. Hirsch acconsentì, e di lì a poco uno dei giovanotti che aveva visto in compagnia di Wilde venne a ritirare il pacchetto. Diversi giorni dopo, lo stesso giovane lo riportò indietro, affinché venisse dato ad un altro giovanotto. Avvennero in tutto tre scambi di questo tipo e l’ultimo giovane, “meno riservato” degli altri due, portò indietro il pacchetto incartato malamente. Quando Hirsch lo aprì, vi trovò il manoscritto di un romanzo trascritto in varie grafie e pieno di aggiunte a margine e cancellature.
Continua
Vino e bufale: in principio c’è l’alcol
Al-kuhl in arabo significa “polvere nera per tingere le sopracciglia”, oppure “essenza, il meglio di ogni cosa”, usata nella cosmesi e anche come collirio medicamentoso. L’alcol etilico o etanolo è l’essenza del vino, ma anche la peggior cosa contenuta in questa bevanda e non la sola che può fare male. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, denuncia come il vino in Europa utilizzi ogni anno 100 mila tonnellate di pesticidi, più che per ogni altro prodotto destinato alle tavole dei consumatori. E Luigi Veronelli, enogastronomo di fede anarchica, ricordava spesso come il vino contenga sempre più concentrazioni di mosto rettificato per elevarne la gradazione alcolica, gomma arabica per ammorbidirlo e tannini ricavati dal legno piuttosto che dall’uva: come il vino sia, insomma, sempre più “costruito” dall’ enologo nelle industrie piuttosto che prodotto dal contadino nella propria cantina.
In modo naturale l’alcol si ottiene lasciando fermentare l’uva con dei lieviti (minuscoli funghi) che si trovano sulla buccia degli acini o siano appositamente aggiunti. Già gli uomini dell’epoca neolitica conoscevano l’effetto stupefacente dei frutti fermentati e, per questo, coltivarono la vite allo scopo di produrre bevande alcoliche. Ma loro non potevano immaginarne i danni…
La difficoltà dell’uomo a rapportarsi col vino risale a un tempo immemorabile. Nel primo libro della Bibbia – la Genesi – c’è scritto: “Ora Noè incominciò a far l’agricoltore e piantò una vigna. Bevuto del vino, s’inebriò e si scoprì nella sua tenda. Più tardi Cam vide la nudità di suo padre”. La letteratura antica è, insomma, ricca di riferimenti al vino, bevanda di fondamentale importanza anche nella simbologia religiosa.
Oltre che per le bevande alcoliche, l’alcol etilico viene usato per produrre profumi e disinfettanti; e, in alcuni paesi del mondo, come combustibile al posto della benzina. In Brasile il bioetanolo derivato per fermentazione dalla canna da zucchero copre il 20% del consumo di carburante.
L’alcol non lo beve quasi nessuno
A parte qualche aspirante suicida o persone in grave crisi d’astinenza alcolica, nessuno al mondo beve l’alcol allo stato puro; né dai profumi, dai disinfettanti o dalla pompa di benzina. Tanti, invece, lo assumono per il tramite delle bevande alcoliche: vino, birra, aperitivi e superalcolici. Tanto per intenderci, un bicchiere di vino da 125 ml, una lattina di birra, un bicchierino di superalcolico da 40 ml o un bicchiere da 80 ml di aperitivo alcolico contengono, grosso modo,
la stessa quantità di alcol: cioè 12 grammi. E, tanto per avere una prima idea, questa “unità di alcol” produce nel maschio “medio”, a digiuno, un’alcolemia di 0,2 grammi per litro che rimane tale per almeno un’ora.
Ma succede che…
Come titolano i nostri giornali? Se l’argomento è trattato in positivo, la sostanza viene chiamata “vino”, “birra” o “grappa”; se però si evidenziano dei problemi viene chiamata “alcol”. Sembra un dettaglio, ma capiremo che questo ha un grande significato. Allo stesso modo su internet: se impostiamo la parola “alcol” (o “alcool”) troveremo pagine che parlano di risse, violenze e incidenti; se invece cerchiamo la parola “vino” o “birra”, ne troveremo altre riferite solo a benefici, piaceri, feste e allegre occasioni turistiche!
Chi, guidando in stato d’ebbrezza, investe un’auto uccidendone gli occupanti – come chi bevendo si espone inconsapevolmente a rischi per la sua stessa salute –, ha assunto “vino” o “birra” o “grappa”: non avrebbe, insomma, bevuto “alcol”! Proviamo a pensare in senso contrario, immaginando titoli di giornali come: “Strage sulle strade: il problema è il vino”, oppure “Bere vino fa venire il cancro al seno”. Sono verità che darebbero troppo fastidio e allora devono restare immaginabili ma non proponibili. Vedremo perché.
Vino e bufale - Tutto quello che vi hanno sempre dato da bere a proposito delle bevande alcoliche di Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada
Collana Eretica
144 pagine
ISBN: 978-88-6222-090-3
Abusivismo edilizio: una storia che viene da lontano
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando la popolazione della capitale è già più che raddoppiata rispetto a quella del 1870 e veleggia oltre il mezzo milione di abitanti, i borghi abusivi degli immigrati (manovali, muratori, scaricatori, popolo minuto) si chiamano “villaggi abissini”. “Nei borghetti”, ha scritto Mario Sanfilippo nel suo esemplare volume Le tre città di Roma, uscito da Laterza nel 1993, “si rifugiano i nuovi immigrati poveri, attratti dalla ‘febbre edilizia’, ma anche gli espulsi dalla città regolare e coloro che possono costruirsi soltanto un riparo di fortuna”.
Sono gli effetti dei grandi sventramenti umbertini che Mussolini riprenderà potenziandoli, fra via dell’Impero, corso Rinascimento, Spina di Borgo, Augusteo, e creando le prime borgate del regime, a cominciare da Primavalle. Nel 1911 si contano già almeno una trentina di insediamenti precari. È cominciata a Roma la lunga e dolorosa storia dell’edilizia illegale la quale ha per decenni, fino agli anni Settanta del Novecento, una radice e una ragione sociale profonda. Sulla capitale si rovesciano infatti masse di immigrati – anche centomila all’anno un quarantennio fa – che vengono dal Lazio interno misero e affamato, dal Sud, in particolare da Campania e Sicilia.
Nel 1938, quando Adolf Hitler viene in visita a Roma, il corteo ufficiale deve sfilare anche davanti al Verano, e allora le baracche abusive dei diseredati vengono celate da un grande pannello dipinto con pini a ombrello. Neppure il fascismo, la cui attività edilizia risulterà intensissima, riesce ad affrontare, pur coi grandi mezzi che Mussolini mette a disposizione della città-immagine dell’Impero tornato sui colli fatali, il nodo dell’abusivismo edilizio. Del resto proprio il duce ha fatto saltare i conti demografici della metropoli evitandole, caso unico, l’applicazione delle leggi fasciste contro l’immigrazione spontanea. Per emigrare, bisogna avere un lavoro e una casa e nessuno dei poveri che lasciano campagne e paesi ce l’ha. Così, rispetto al 1921, la Roma della Liberazione ha più che raddoppiato gli abitanti giunti al milione e mezzo di persone.
Continua
Canzoni a carburo: le cave dei rifiuti
Un altro fatto scottante riguarda lo smaltimento di rifiuti tossici all’interno della miniera di Campiano (GR), realizzato dalla società Nuova Solmine spa del gruppo ENI e il conseguente inquinamento del fiume Merse. Si tratta di circa 70.000 tonnellate di ceneri di pirite, rifiuto tossico e nocivo a causa dell’alto contenuto di arsenico. Fenomeni di grave inquinamento da arsenico, come nel bacino del Merse, si sono verificati anche sulla piana di Scarlino, lungo la costa, e sul fiume Carsia.
A Scarlino oltre un milione e mezzo di metri cubi di ceneri ematitiche sono stati depositati a cielo aperto in uno stoccaggio “provvisorio” (da oltre vent’anni), senza nessuna protezione; sono sprofondati per sette metri nella falda acquifera superficiale, per di più in un ambiente particolarmente acido che facilita la cessione in acqua dei metalli tossici. In questi luoghi è stata verificata una concentrazione di arsenico superiore a quella che nel Bangladesh ha causato migliaia di tumori per la popolazione che ebbe la disgrazia di bere quelle acque.
Altrove nel mondo le miniere esistono ancora e la loro esistenza è fortemente voluta e imposta da multinazionali occidentali senza scrupoli. La presenza di miniere si lega a sciagure ambientali di enorme portata oltre che alla rovina di interi popoli. Attualmente a Pascua Lama, nella cordigliera delle Ande sopra la frontiera tra Cile e Argentina, l’impresa leader nella produzione aurifera Barrick Gold ha voluto installare una miniera a cielo aperto per l’estrazione di oro, argento, rame e altri minerali che si trovano in parte sotto i ghiacciai millenari Toro I, Toro II ed Esperanza.
Continua
Senza trucco: farsi belli senza pericolo
Creme, belletti, rossetti, oli… sono davvero tanti i prodotti che, con troppa distrazione e senza la necessaria conoscenza, finiscono sulla pelle nostra e dei bambini. Cosa c’è davvero nei prodotti cosmetici? Cosa significano gli ingredienti cosmetici dai nomi incomprensibili? È saggio e premuroso utilizzare creme e prodotti che, tramite la pelle, vengono metabolizzati dal nostro corpo, senza conoscere di cosa sono composti?
Utilizziamo, per decenni, prodotti apparentemente innocui, per scoprire, grazie a inchieste, nuovi parametri e analisi indipendenti, che si tratta di veleni. Come ricorda l’autrice:
Chi l’avrebbe mai detto che, dopo aver cosparso abbondantemente per decenni i lattanti col borotalco, si sarebbe scoperto che l’acido borico era pericoloso, tanto da vietarne l’uso su bambini inferiori ai tre anni?.
Senza trucco ci aiuta a comprendere gli ingredienti dei cosmetici, a capirli e a conoscerli. Questo manuale supporta il lettore anche nella scelta di prodotti “cruelty free”, ovvero non testati sugli animali, per un consumo che sia etico, oltre che sano.
Dopo aver letto questo libro, probabilmente, getteremo nel cestino molti flaconi o non li acquisteremo più, oppure, semplicemente, ci indirizzeremo verso prodotti più sani, naturali e ingredienti sicuri, garantiti e, perché no, biologici.
Continua
Pagine passate di mano in mano: letteratura e omosessualità / 1
Nel 1902, Edward Carpenter pubblicò qualcosa di molto simile ad una prima antologia in lingua inglese a tematica omosessuale: “Ioläus: An Anthology of Friendship” che citava – tra le altre – opere di Lord Byron, Pindaro, Platone, Plutarco, Sant’Agostino e August von Platen. Nella prefazione, Carpenter scrisse:
All’inizio della storia del mondo, l’amicizia è stata considerata un’istituzione e le è stata attribuita una dignità difficilmente comprensibile ai giorni nostri. E un esame molto superficiale dell’argomento mostra quanto il sentimento dell’amicizia sia stato importante. Nel realizzare la raccolta che segue, sono stato colpito dal modo sorprendente in cui le consuetudini delle varie etnie ed epoche si giustifichino le une con le altre e dal modo in cui queste si orientino verso una solida e duratura omogeneità del sentimento umano verso un determinato argomento.
Con il termine “Amicizia”, Carpenter faceva riferimento precisamente ad un legame tra due uomini (o due donne) e menzionava l’epigrafe di un libro di Plutarco:
Per quanto concerne gli amori di Ercole è difficile ricordarli tutti a causa del loro numero. Ma coloro che credono che Iolao sia stato uno di questi, rendano lode a questo giorno e onore a lui; e facciano giurare fedeltà ai loro amati sulla sua tomba.
Come Damone e Pizia, Achille e Patroclo e le Dame di Llangollen, Ercole e Iolao rappresentarono per Carpenter un ideale nobile e perfino elevato di amore tra persone dello stesso sesso, qualcosa che i suoi contemporanei avrebbero potuto emulare e che lui stesso cercò di incarnare nell’utopia rurale che condivise con George Merrill. E al fine di trovare modelli positivi, Carpenter dovette rovistare nella letteratura mondiale; per costruire una versione della storia in cui “amicizia”, e non matrimonio, era il termine giusto. Ioläus, in altre parole, non è una raccolta di scritti a tematica omosessuale, ma piuttosto una raccolta di letture a tematica omosessuale.
Continua
“Scrivi la città”: antologia libera nata insieme ad Arcireport
Arcireport, il settimanale dell’Arci, aveva annunciato un po’ di tempo fa Scrivi la città, il concorso letterario che aveva lanciato insieme alla casa editrice Stampa Alternativa. Come già accaduto per Creative Commons in noir, uscita nell’ottobre 2008, anche questa iniziativa editoriale muoveva da un punto preciso: oltre al tema del concorso, i partecipanti dovevano essere consapevoli che il libro, diventato un Millelire da poco in circolazione, sarebbe stato rilasciato con una licenza Creative Commons, questa nello specifico. Così, mentre è in corso l’organizzazione della cerimonia di premiazione dei quindici vincitori, ecco che sia su carta che in rete sono disponibili i testi che sono stati selezionati dalla giuria. Di seguito ecco le parole che introducono questa nuova antologia:
La città è un incrocio di vie e persone. La città è palazzi e tetti e storie che si toccano e intrecciano o che si sfiorano senza mai incontrarsi. La città è solitudine e incontro. Paura e solidarietà. Memoria e oblio. Passato e futuro. La città sono megalopoli immense abitate da estranei o piccoli centri di provincia dove tutti si conoscono. “Città” è questo e mille altre cose ancora.
Per questo, quando la redazione di Arcireport ha deciso di indire un concorso per racconti brevi in Creative Commons, ha scelto come titolo “Scrivi la città”. Perché, attraverso le narrazioni che ci sarebbero giunte, volevamo provare ad allacciare le maglie delle metropoli, immaginarie e reali, nelle quali viviamo la nostra contemporaneità. Quello che ci è arrivato, attraverso gli oltre sessanta racconti che trovate interamente pubblicati sul nostro blog e in parte in questa selezione scelta dai nostri giurati, è un caleidoscopio del quale è impossibile dare una definizione univoca, ma che vi invitiamo a leggere e interpretare, convinti che ci troverete anche voi quella ricchezza di vite, idee e sensazioni che noi vi abbiamo scorto.
Canzoni a carburo: la memoria e la miniera
Oggi in Italia le miniere sono chiuse, ma questo non per le atrocità e i rischi che comportavano o per lo sfruttamento disumano, o ancora per un esaurimento del giacimento minerario, quanto per ragioni economiche, infatti divenne più conveniente importare i materiali dall’estero piuttosto che sostenere i costi di estrazione e produzione interna.
Alcune zone minerarie, perdendo il valore industriale dell’origine, si sono trasformate fortunatamente in luogo pubblico e culturale, recuperate come percorso della memoria attraverso l’attività di parchi e musei minerari che consentono a queste realtà di essere visitate, raccontate e ripercorse nella loro storia, anche grazie al possibile incontro con l’esperienza diretta di ex-minatori.
Altre zone sono semplicemente rimaste abbandonate e dimenticate. Altre ancora sono state indegnamente riempite di scorie radioattive e rifiuti tossici (l’alto grado di radioattività presente in queste scorie può richiedere più di 100.000 anni per decadere): su questi fatti si è indagato, vista la grave e preoccupante concentrazione di patologie leucemiche e tumorali in alcune zone particolari. APasquasia, per esempio, e nella zona dell’Ennese in Sicilia, dove i periti incaricati dall’antimafia hanno accertato lo stoccaggio illegale di sostanze tossiche e pericolose come oli esausti, cloruro e solfato, contenute in fusti abbandonati all’aperto e, insieme, la presenza di emissioni radioattive provenienti dal cesio 173 contenuto in strumenti stoccati in un bunker di cemento.
Ancora le miniere sono state individuate come particolarmente adatte ad ospitare scorie radioattive. Per esempio, Scanzano Jonico in Basilicata è stato scelto nel 2003 dal governo (in collaborazione con la Sogin, gruppo ENEL, ora del Ministero del Tesoro) come luogo di smaltimento dei circa 55.000 metri cubi di scorie provenienti dalla chiusura delle centrali nucleari italiane. Il motivo sta nel salgemma che nel sottosuolo di alcune miniere si alterna a strati di argilla compatta: se il sale è lì sotto da almeno sei milioni di anni, a settecento metri di profondità, foderato da strati spessi di argilla impermeabile, significa che l’acqua e le infiltrazioni non esistono, altrimenti il sale si sarebbe sciolto. La miniera di sale, quindi, con la sua naturale corazza impenetrabile, è risultato il luogo tecnicamente migliore per proteggere tutti i residui atomici italiani e per contenere il rischio di inquinamento delle falde acquifere che deriverebbe dallo stoccaggio delle scorie.
Continua
Rumeni, storie che hanno un nome
Un romanzo di storie. Così il sottotitolo di Rumeni di Anna Lamberti-Bocconi (Stampa Alternativa, 2009; pag. 114), libro che si legge con una certa sorpresa per le figure e le voci che sembrano venirci incontro dai nostri stessi giorni: dalla fermata dell’autobus al treno, dal bar a uno dei tanti luoghi delle città in cui viviamo. Ma per Anna Lamberti-Bocconi la città è Milano. In quasi tutte le storie sono le sue strade che incontriamo, il loro animarsi ed essere parte di un rito o di un carosello dove i volti sono singolarità e non maschere e i sorrisi pieni di luce.
Ogni racconto ha un nome di persona: Violeta, Cristina, Gigio, Marja e altri e ogni storia ha il respiro corale di un mondo che si dà in modo integro, ma per un attimo solo e con una verità che è passione, presa in giro, gioco e tragedia.
La scrittura di Anna Lamberti-Bocconi è nitida. Sapiente nel costruire i dialoghi, pulita nel restituire realtà alla memoria personale, sia questa un ricordo affettivo che diventa traccia, come in Tiberiu, di una genealogia raccontata con leggerezza e un’ironia pungente, o che è come in Madalina, una nostalgia improvvisa davanti al mistero della morte, alla sofferenza che balza da dentro nel rammentare la perdita della madre.
Le voci del romanzo, perché di romanzo si tratta, per l’unità che la narrazione mantiene e per l’io narrante che non cambia e si mette costantemente in gioco, sono di un’umanità che ci appare timida o intimidita e un momento dopo strafottente Un’umanità varia e confusa, persa in una rabbia che è debolezza e che può esprimersi solo contro chi è più debole ancora. E’ per questo che la voce di chi racconta è voce di parte ed è sguardo che sa riconoscere il dolore di chi ha davanti e ne impara le parole che scappano via, lontano, anche quando aggrediscono.
Continua
Saviano, la memoria per battere le mafie
Cinisi. Immobile, in piedi davanti alle tombe di Peppino Impastato e della sua straordinaria madre, Felicia, Roberto Saviano guarda fisso la foto del «militante comunista» ucciso dalla mafia (per la verità le parole esatte scolpite sul marmo recitano: «mafia democristiana»). Guarda anche il sorriso di Felicia Bartolotta, morta a 88 anni, gran parte dei quali spesi a cercare la condanna per don Tano Badalamenti, il boss dei Centi passi. Tanta era la distanza che separava le abitazioni dei due grandi nemici: Peppino, appunto, e don Tano.
Sembra davvero conquistato, lo scrittore. Posa lo sguardo sui bigliettini lasciati dalle centinaia di giovani che ancora oggi, a più di trent’anni dall’assassinio, vengono a Cinisi e, prima di qualunque divagazione turistica, si fermano al cimitero per lasciare un pensiero dedicato al ragazzo che rifiutò, fino al sacrificio finale, la cultura mafiosa del padre. Avversato dall’intero paese, ma non dalla sua «madre coraggio» che lo protesse finché potè e, quando glielo strapparono con una bomba, non finì di battersi a fronte alta. Fino a quando, quattro anni fa, chiuse gli occhi appagata per aver sentito la Corte d’Assise pronunciare la formula di condanna per Badalamenti.
Si guarda intorno, Roberto Saviano. Nota che il cancelletto della «gentilizia» di famiglia è senza lucchetto e si rivolge a Giovanni, fratello di Peppino: «Sta sempre aperto, questo luogo?». «Sempre», è la risposta di Giovanni, «come “Casa Memoria” in paese, la casa dei Cento passi che Felicia ha voluto fosse trasformata in un luogo aperto a tutti. In una difesa perpetua del ricordo di Peppino, che avevano cercato di far passare per terrorista uccidendolo con una bomba». E Saviano: «È un messaggio importantissimo, perché oltre all’esercizio della memoria - che la mafia, tutte le mafie vorrebbero cancellare - si trasmette il senso del coraggio della verità. Chi combatte per una causa giusta può guardare dritto negli occhi gli avversari, non ha bisogno di celarsi dietro lucchetti e chiavistelli; sono loro, i mafiosi, a cercare il buio e il silenzio omertoso. E questo vale per la Sicilia come per la Campania e per tutto il nostro martoriato Sud».
Continua
Nefertiti: antica icona per lettori contemporanei
Erano senza cuore come gocce d’acqua, ma se il sole le colpiva sapevano come brillare.
Jasmina Tesanovic
Nefertiti, una delle bellissime regine egiziane, il cui volto vive per sempre impresso nel busto conservato all’Altes Museum di Berlino. Un nome famoso il suo, una bellezza ammantata dal fascino dell’ignoto, perché di lei, una delle mogli del faraone Akhenaton, vissuta nel 1300 a.C, si ignora probabilmente di più di quello che si conosce. Questo ha contribuito, come per molte altre regine e faraoni dell’antico Egitto, a far fiorire la letteratura romantica e non, di certo romanzata, intorno alla sua figura.
Jasmina Tesanovic ha attinto essa stessa al personaggio leggendario, trasformando a proprio piacimento la figura storica nell’icona di qualcosa che voleva trasmettere ai lettori moderni. Nefertiti non è infatti una biografia che prende vita dalle sue pagine, né vera né presunta. Non almeno nel senso classico del termine.
È piuttosto un taccuino poetico, che portandoci nel regno di Akhenaton ci racconta della sua sposa in piccoli paragrafi che conciliano il rigore storico con il mito. Nefertiti è, per buona parte della narrazione, al tramonto della sua vita. Caduta vittima dell’eresia monoteista che ha condiviso con il suo faraone, è in disgrazia e si nasconde tra la gente del suo popolo amando lo scultore Beck. Jasmina Tesanovic la fa rivivere raccontandoci i suoi pensieri come se la regina stessa, guardandosi allo specchio, si vedesse prima come Dea accanto al suo amato dio sole Aton, incarnato in Akhenaton, e poi “cancellata e censurata”, “deposta e invecchiata in esilio”, eppure ancora capace di amare. Un mortale, lei che è stata dea.
Continua










