Assalto alla Diaz: come nasce il nasce il procedimento 14525/01 RGNR–2

Assalto alla DiazIl 20 luglio 2001, alle ore 14.45, i black-bloc assaltano il carcere di Marassi. Dopo qualche ora, alle 17.30, durante gli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, il ventitreenne Carlo Giuliani muore in piazza Alimonda, colpito dal carabiniere ausiliario ventenne Mario Placanica.

Perché, in vista del G8 di Genova, il Ministero aveva acquistato seicento body bags, i sacchi con cui vengono portati via i cadaveri? Perché i poliziotti, durante le manifestazioni, non rispettarono le regole vigenti in situazioni analoghe negli anni precedenti, come quella di non mostrare il manganello né batterlo sulla mano sinistra, perché considerata un’inutile provocazione? Perché, nonostante il loro ruolo fosse riconoscibile, furono presi a manganellate medici e giornalisti? Come nasce il nasce il procedimento numero 14525/01 RGNR–21 a carico di ventinove poliziotti? Non a tutte queste domande può rispondere Simona Mammano, giornalista, assistente capo della Polizia di Stato. Piuttosto, Assalto alla Diaz, con una prefazione di Carlo Bonini, è un lavoro d’indagine su documenti, atti processuali, articoli. Su queste fonti l’autrice ricostruisce i tragici avvenimenti del G8, puntando a dimostrare fatti, omissioni, mancanze.

La distanza verso la verità, una distanza colmabile. Un’ inchiesta esaminata con un certosino lavoro di sintesi e selezione, affrontata con un linguaggio chiaro e preciso per rendere il quadro accessibile a tutti, anche attraverso testimonianze toccanti, come quella di Mark Covell, che ha raccontato in tribunale il suo incubo:
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La ghigliottina una vedova allegra ma non troppo

La vedova allegra di Antonio CastronuovoIl 10 ottobre 1789, agli albori della Rivoluzione, il medico Joseph-Ignace Guillotin consegnò al Presidente dell’Assemblea costituente un articolato disegno di legge per la riforma del codice penale. Proponeva tra l’altro che a ogni crimine dovesse corrispondere una stessa punizione, indipendentemente dal rango del responsabile e che, in caso di condanna a morte, per evitare inutili sofferenze, «il reo sarà decapitato; e questo sarà fatto unicamente per mezzo di un meccanismo semplice».

Appaiono evidenti le motivazioni egualitarie e filantropiche della proposta, che derivano dalla filosofia dei Lumi, e segnatamente dall’aureo trattato di Cesare Beccaria. Si trattava però di chiarire quale fosse il meccanismo che la proclamata semplicità rendeva quasi inoffensivo e il buon Guillotin ne descrisse sommariamente i particolari. Trascinato dall’entusiasmo, si rivolse ai Costituenti, facendoli partecipi della sua invenzione: «Signori, con la mia macchina vi farò saltare la testa in un batter d’occhio e non soffrirete affatto! La lama piomba come un fulmine, la testa vola via, il sangue sgorga, l’uomo non è più. A malapena percepisce un soffio d’aria fresca sulla nuca». Non era dato prevedere che l’apostrofe retorica stava configurando per molti dei presenti quella che sarebbe diventata una sgradevole realtà.

L’idea fu per il momento accantonata e prese forza con il contributo di un chirurgo, Antoine Louis, che diede al progetto una tecnica concretezza, e di Tobias Schmidt, un fabbricante di clavicembali, che costruì ad arte la «macchina decollatrice». A questa restò tuttavia impresso il nome del suo primo ideatore, nonostante il disagio e il pentimento che lo accompagneranno per tutta la vita. La ghigliottina, verniciata di rosso, fu inaugurata il 25 aprile 1792 a place de Grève e la cavia - cosa per noi stupefacente - fu un ladruncolo recidivo.
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L’Arte dei rumori, quando Russolo futurista previde il destino della musica

L'arte dei rumori di Luigi RussoloPorta la data dell’11 marzo 1909 ed è uno dei manifesti futuristi più geniali. Uno di quegli scritti nei quali il mondo che verrà è già prefigurato con l’eccezionale lucidità di quel manipolo di intellettuali ispirati dal genio di Filippo Tommaso Marinetti. Ora, nel centenario del primo manifesto (1909), Stampa Alternativa pubblica L’Arte dei rumori di Luigi Russolo (Fuori Collana, 112 pagine; 13 euro), reprint della versione originaria, arricchita da due saggi di Stefano Lanuzza “Rumori futuristi da Luigi Russolo a oggi” e “Cosa resta del Futurismo”. Precorrendo molti sviluppi delle avanguardie musicali dal primo Novecento ai giorni nostri, questo manifesto uscito per la prima volta nel 1916 nelle milanesi “Edizioni futuriste di Poesia” al costo di lire 2 (e fino a oggi introvabile), ha destato l’interesse di musicisti come Satie e Stravinskij. Anticipando la “musica concreta” degli anni ‘60 e le sperimentazioni dei decenni successivi fino a oggi, ispirate alle combinatorie dei “suoni-rumori” e della musica elettronica. E poi le ricerche e le sperimentazioni di Ravel e John Cage, fino alla musica “enarmonica”, alle svariate correnti del rock, ai polistrumentisti Brian Eno e Matthew Herbert. Ma anche, come sottolinea Lanuzza, lo swing, il jazz anni ‘30, il ritmo house e alla dance elettronica, il soft e hard rock, la pop music degli anni ‘60, la musica rave, Bill Laswell & Material (che nel 1999 danno il titolo di Intonarumori a un loro album).

Tipografia, Bizzeffe, Ardengo Soffici - Firenze - 1916Personaggio inquieto, futurista della primissima ora, Luigi Russolo (Portogruaro, Venezia, 1885 - Cerro di Laveno, Varese, 1947) frequenta a Milano l’Accademia di Brera. Pittore, musicista e scrittore, nel 1910 firma con Boccioni, Carrà e Severini il Manifesto dei Pittori futuristi. Tra le sue opere pittoriche degli esordi, contraddistinte da tematiche neoindustriali-metropolitane e da uno stile agli inizi astratto, poi programmaticamente futurista, spiccano Periferia-lavoro (1909), La rivolta (1911), Sintesi plastica dei movimenti di una donna (1912), Linee-forza di una folgore (1912), Solidità della nebbia (1913), Volumi dinamici (1913) e Dinamismo di un automobile del 1913-’14. Fino a quando decide di dedicarsi a una ricerca musicale collegata alla meccanica e all’acustica.
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La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla. Diario

La schizofrenia non esiste, e se non esistesse io vorrei averla di Gianna Schiavetti“Noi matti siamo fiori e uccelli. Io e quelli come me siamo fiori e uccelli”, ma “la pazzia non esiste. Esistono invece gli effetti collaterali delle medicine che ci propinano” (Schiavetti, “La schizofrenia non esiste”, p. 20 e p. 62).

Diario di una persona che soffre – per questo naturalmente e necessariamente degna di rispetto, e di solidarietà: la comprensione è materia per i dottori e per i parenti, inevitabilmente, non per i lettori – scissa tra “cervello” e “anima”, quasi fossero due diverse fonti di pensiero e di interazione con la realtà, “La schizofrenia non esiste” è il documento d’una lunga transizione tra una malattia e una guarigione che non sembra poter avvenire. L’autrice, un’artigiana mantovana schiacciata dai disordini mentali e dal rifiuto per nuovi trattamenti psicofarmaceutici, scrive lettere al Papa, al Presidente della Repubblica, ai giornali, locali e non, domandando sostegno per la sua battaglia: impedire nuovi TSO. Nuovi Trattamenti Sanitari Obbligatori. Intanto sogna attori, cantanti, personalità della cultura e della politica, mostrando un immaginario macchiato e influenzato da un tubo catodico che nel libro, a ben guardare, non appare mai. Curioso. Il cammeo di Berlusconi in sogno è una foto del bombardamento televisivo interiorizzato senza filtri.

Gianna SchiavettiLa Schiavetti sostiene che non ci siano cure adeguate al suo disagio, e che gli psichiatri siano, piuttosto, terroristi. Cosa, allora, può curare i nostri concittadini ammalati d’anima, o questa nostra concittadina ammalata d’anima, se gli psicofarmaci e i dottori non sono adatti? Non l’amore, né la letteratura, né la pittura, né Dio, né nuove leggi. Niente: o forse tutte queste cose assieme, con estrema difficoltà e lentezza, proprio come accade per ognuno di noi. Leggiamo il libro di una persona che prima dice “noi matti”, poi torna indietro: “la pazzia non esiste”. E quindi?
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I tre libri che cambieranno il pianeta

In questi mesi ci siamo occupati di Responsabilità Sociale d’Impresa, particolarmente attenti ed interessati a svelarne trucchi e finzioni. Ci siamo accorti come, spesso, chi abbia davvero bisogno di progetti e iniziative targati CSR (Corporate Social Responsability) siano quelli che devono “ripulirsi la faccia” perché ne hanno già combinate di tutti i colori. A tal proposito, vogliamo segnalare l’impegno della storica casa editrice Stampa Alternativa che ha inventato la collana Ecoalfabeto dedicata ai temi della consapevolezza, dell’educazione, della salute, della difesa dei consumatori, della tutela dei più deboli, di un rinnovato rapporto con gli animali e l’ambiente. Di tale collana, tre libri ci interessano particolarmente perché trattanti il comportamento delle grandi imprese mondiali.

United Business of BenettonLE ‘SUGGESTIONI’ DI BENETTON - Quello che abbiamo scoperto e ci ha colpito per primo è ‘dedicato’ a una vecchia conoscenza del settore industriale italiano: la famiglia Benetton. Anche Benetton, infatti, sembra aver bisogno di investire molto su marketing e pubblicità per recuperare un’immagine verginale, aiutata dal suo portavoce Oliviero Toscani. L’autore del libro, infatti, Pericle Camuffo, ci riesce a spiegare molto chiaramente come anche l’impero Benetton utilizzi le “suggestioni” di fittizi progetti di responsabilità sociale per coprire le storie di sfruttamento, violazione dei diritti umani, povertà e corruzione che hanno contribuito a consolidarlo. United Business of Benetton ci racconta che pure un’azienda come Benetton, che ci ha martellato con cartelloni pubblicitari inneggianti alla fratellanza ed alla multiculturalità, che si è sempre mostrata anticonformista, attenta al sociale, nata dal basso e dal piccolo, è diventata simbolo di sfruttamento anche minorile, strangolando i controterzisti veneti e maltrattando gli abitanti di terre indigene. Benetton è diventata, come ci svela Camuffo, uno dei tanti esempi di Sviluppo Insostenibile: anche Benetton, come le altre grandi imprese transnazionali, non è capace (o interessata a) di dialogare con l’ambiente circostante e rispettarlo.

Eco LogoLOGHI ‘ECO’ - Le altre due pubblicazioni, invece, sono frutto del lavoro e degli studi di Stefano Apuzzo, giornalista e già deputato verde, esperto di “Sviluppo Sostenibile” come testificato dal suo sito web stefanoapuzzo.it. Eco Logo, scritto insieme a Danilo Bonato – consulente aziendale sulla sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa – “viviseziona” i più importanti comparti industriali e le aziende italiane per raccontare come si comportano e se hanno davvero a cuore le sorti del nostro pianeta, formulando delle vere e proprie “pagelle verdi”. Il libro, inoltre, si avvale di autorevoli contributi come quelli di Al Gore, Jeremy Rifkin e Fulco Pratesi, tutti impegnati da tempo nella lotta per la salvaguardia ambientale. Apuzzo, stavolta insieme a Marcello Baraghini (lo stesso fondatore di Stampa Alternativa), si è cimentato anche in un esercizio molto pericoloso che ha dato come risultato il terzo libro di cui vogliamo parlarvi, intitolato “Farmakiller”.
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Il manifesto di Unabomber

Il manifesto di UnabomberAll’epoca avevo derubricato il fatto come un’azione dell’efficiente Fbi americana che era riuscita a mettere le mani su un pericoloso serial killer, nella migliore tradizione criminale dell’osceno paese dell’eccesso. Il 3 aprile 1996 fu arrestato Theodore John Kaczynski [nella foto sotto] in una sperduta capanna del Montana.Il pericolo pubblico numero uno dell’epoca metteva fine alla sua attività che dal 1978 aveva provocato, in una sequela di tredici attentati dinamitardi, tre morti e ventitré feriti gravi.

Sto parlando di Unabomber quello che fu definito il pazzo ecoterrorista che aveva terrorizzato l’America per diciotto anni. Non dell’Unabomber nostrano che non si sa nemmeno se esiste e che tanto ha nuociuto a quel povero ingegnere sfigato, prima invischiato, con una serie di presunte prove, manomesse e manipolate e poi scagionato, nella migliore tradizione italica. Sputtanato e rovinato per il resto della sua vita. Sto parlando dell’Unabomber originale. Un uomo solo, in guerra contro tutto e tutti, che odiava profondamente la deriva tecnologica del suo paese.

Theodore John KaczynskiUn efferato criminale, così semplicisticamente si disse allora, che nel corso della sua attività criminale aveva organizzato delitti perfetti. Mai un errore, mai una leggerezza, mai una traccia che potesse svelare la sua identità. Mai un messaggio, una parola per spiegare le sue criminose attività. Unabomber rivolse le sue attenzioni, in maniera particolare, al mondo accademico, alle compagnie aeree ed all’informatica. Il suo nome fu coniato dall’Fbi ed univa UN che sta per university, A che sta per airline e BOMB che va da sé. Al momento dell’arresto, come spesso succede, la realtà superò abbondantemente anche le più fantasiose ipotesi circa il personaggio.
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Un anno in un appartamento di Porta Palazzo

Il mondo in una piazzaPassare un anno in un appartamento di Porta Palazzo a Torino è stata una scelta dell’autore per superare ansie e paure. Nel 2002 Fiorenzo Oliva è stato vittima, insieme ad altri amici, di un grave incidente: passeggiando per un parco di Torino, finirono in mezzo a regolamento di conti tra spacciatori e Oliva, come alcuni suoi amici, riportò ustioni da acido su varie parti del corpo. Affrontare i propri demoni, certo: a Porta Palazzo spaccio di droga e immigrazione clandestina sono un leitmotiv della vita del quartiere. Lentamente, però, la scelta, attraverso gli appunti presi su un diario, si trasforma nell’occasione per scrivere un romanzo-documentario sulla vita nel quartiere di Torino che ospita uno dei mercati all’aperto più grandi d’Europa e un altissimo numero di immigrati, spesso clandestini. In una riflessione Oliva parla degli spazi vuoti lasciati dagli Italiani in fuga verso altre zone della città, spazi vuoti prontamente occupati da stranieri, ma, non è che facendo così, si starà creando una specie di ghetto?

L’esperienza inizia con l’autore e un amico che prendono possesso dell’alloggio. Di sera. Pessima scelta: saranno rapinati, e non sono neppure trascorse ventiquattro ore. Il mondo in una piazza racconta il borgo, anche quello vecchio, non siamo a Londra, quindi al posto delle citazioni da Dickens, abbiamo quelle di De Amicis. Oliva pone sempre l’accento sulla duplicità della sua esperienza negativa e insieme positiva per alcuni aspetti (l’umanità di alcune persone, la loro semplice conoscenza, il recupero di una memoria storica prossima a scomparire, ma anche la paura nel rientrare la sera da lavoro: in effetti temere ogni volta una rapina non ti mette nel migliore degli umori). Oliva non offre conclusioni o giudizi, preferisce che sia il lettore a tirare le somme.

Alcune cose, però, sono chiare: abitare a Porta Palazzo non è il massimo in quanto a sicurezza e Oliva non è un maniaco della pulizia; almeno per quello che riguarda casa: con risvolti quasi pulp la scena in cui cercando di dare una ripulita all’appartamento lui e l’amico trovano dei semi d’anguria, peccato che nessuno abbia mangiato un’anguria, sono nidi d’insetto…
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La fata verde: storia dell’assenzio

La fata Verde - Storia dell'assenzio di Alex PanigadaNel mio peregrinare tra le correnti del web, alla continua ricerca di libri strani e curiosi che abbiano attinenza col nostro genere preferito, recentemente mi sono imbattuto in questo volumetto di Alex Panigada, unico nel suo genere, che tratta in modo sintetico, quanto divertente ed esauriente, di un argomento che nel corso degli ultimi due secoli non ha mai cessato di costituire un soggetto di culto, una seducente Musa ispirativa, un particolare argomento di discussione (nei più raffinati salotti intellettuali quanto nelle bettole più sordide…), un vero e proprio oggetto d’arte… Stiamo parlando della Fée Verte, la “Droga degli Artisti”, Il Genio Verde che nutrì la creatività di artisti come Baudelaire, Manet, Degas, Verlaine, Strindberg, De Maupassant, Van Gogh, Rimbaud, Wilde, Picasso, Hemingway, e per stare ai giorni nostri, Johnny Depp, Leonardo Di Caprio, Marylin Manson… Stiamo parlando dell’Assenzio!

Impreziosito da una bellissima prefazione dell’onnipresente Andrea G. Pinketts (”G”, ci tiene a precisare, sta per Genio…), il libro si apre con una piccola storia del Liquore, creato come elisir da un medico francese in esilio in Svizzera, il dottor Pierre Ordinaire, e ne narra splendori e declino fino all’oblio (temporaneo…) che conobbe a partire dal 1905, quando un contadino svizzero, Jean Lanfray, sterminò la sua famiglia, colto da un raptus di follia che le Autorità attribuirono al consumo massiccio e abituale di assenzio da parte dell’assassino.

I capitoli successivo trattano della riscoperta dell’assenzio oggi, dei suoi sostituti (i pastis), i metodi di produzione, i rituali preparatori e i metodi alternativi e spuri, alcuni profili di “Bevitori Eccellenti”, un prezioso “Album Fotografico” di famosissime opere d’arte aventi per soggetto la Fata Verde, i cocktails di cui è protagonista, ricette, libri, il cinema, la presenza dell’Assenzio su Internet…Insomma, di tutto e di più, concentrato in sole 104 pagine e scritto senza mai annoiare il lettore, anzi, con uno stile avvincente che spinge a leggere tutto in una sola volta, e poi rileggere, e rileggere ancora.
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Alice Banfi tanto scappa lo stesso

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiScrive Peppe Dell’Acqua, nell’introduzione, insegnandoci le ragioni della necessità di questa pubblicazione:

In Italia sono attivi presso gli ospedali civili 286 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Forse non tutti sanno che, ancora oggi, 7 di questi servizi su 10 dichiarano di attuare la contenzione meccanica, legare al letto le persone, e di usare un camerino di isolamento (…). Dicono che, anche volendo, è impossibile non usare la contenzione. Bisognerebbe allora chiedersi come mai in 3 su 10 di questi servizi non si ricorre a questi trattamenti (p. 11).

Ancora:

Non si dice che in alcuni reparti di neuropsichiatria infantile bambini tra i 9 e i 14 anni vengono legati al letto e trattati con dosi eroiche di psicofarmaci. Soltanto nel corso degli ultimi 2 anni almeno 3 persone, a causa delle dosi massicce di psicofarmaci, dell’immobilità dovuta alla contenzione, sono morte legate ai letti (p. 12).

Ricevuto? Memorizzate. Meditiamo.

Adesso, avanziamo.

***

“Un’altra cosa strana della psichiatria è che difficilmente quelli che ci lavorano s’impegnano per capire chi sta male. Danno sempre la risposta sbagliata o più che altro danno farmaci” (Banfi, p. 70)

Partiamo dalla fine della storia, perché stavolta la storia è a lieto fine, grazie a Dio e alla tenacia della giovane Alice, artista e libera cittadina ligure. Alice, dopo sette anni di ricoveri in 13 diversi reparti e cliniche psichiatriche, ce l’ha fatta: è sfuggita dalla logica perversa degli psicofarmaci, ha ricominciato a vivere, abita con la mamma e si è innamorata della sua Camogli. Si è integrata nel tessuto sociale come pittrice, ha una sua galleria, dipinge en plein air e vende le sue creazioni. Il mare forse può curare, scrive, ma la contenzione sicuramente uccide. La “contenzione” è prassi, a quanto stiamo scoprendo, e viene adottata in frangenti sbagliati e con pazienti bisognosi di ben altre cure e trattamenti. Prendiamone atto, ripeto.
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Rumeni: un romanzo di storie

Rumeni. Romanzo di storie di Anna Lamberti-BocconiSe è vero che il titolo custodisce sempre in parte il “segreto” di un’opera possiamo dire che Rumeni è uno squarcio aperto nel cuore di un popolo la cui storia di fatto non esiste - per noi - se non attraverso quegli “episodi” - “le storie” dei singoli appunto - che, per un motivo assolutamente casuale vengono ad intersecarsi inaspettatamente e con una frequenza sempre maggiore con la nostra vita, increspandone l’abituale fluire.

Se alla fine del romanzo di Anna Lamberti Bocconi, ci domandassimo “chi sono dunque i rumeni?”, la risposta sarebbe: Marja, Kostel, Stefan, Gigio … impossibile rispondere se non attraverso la mediazione vitale della persona che si fa voce graffiante all’interno di uno stereotipo che offende e difende al tempo stesso, come una logora e sporca veste che quanto meno nasconde l’inerme nudità. Anna è l’unico personaggio comune a tutte le storie, è lei a viverle e raccontarle, ma più che un “io narrante”, potremmo definirla un “io dialogante”:

Era una zingaraccia sui trent’anni, scura, che mi disse “Ciao” di slancio in mezzo alle macchine; subito, però pronta a ricadere anche con me nella solfa lamentosa dell’elemosina. Ma io in contropiede giocai al rilancio: “Ehi ti ricordi di me?!”
(da Marja)

Ciò che più affascina in queste storie oltre ai fatti narrati spesso volutamente spinti al limite del paradosso, è il carisma straordinariamente empatico di questa donna “diversa” tra “diversi” che riesce a farsi mediante l’ironia, la rabbia, lo sdegno, la passione, la tenerezza, accoglienza laddove altrimenti ci sarebbe solo posto per la violenza o l’indifferenza.
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Assalto alla Diaz: ridare alle vittime parola e dignità

Assalto alla DiazL’autrice - assistente capo della polizia di stato e collaboratrice di “Repubblica Bologna” e della rivista “Polizia e democrazia” - compie una ricostruzione precisa e sintetica al tempo stesso della irruzione della polizia presso la scuola Diaz avvenuta nella notte del 21 luglio del 2001 nel contesto delle manifestazioni no global. Ebbene, prendendo come fonte documentale gli atti processuali, perviene a conclusioni che non lasciano spazio a dubbi sulle responsabilità penali e civili dei dirigenti e degli agenti della polizia al di là della demagogia delle dichiarazioni della classe politica.

Partendo dal presupposto che le informative “disinformative” - se così possiamo esprimerci-formulate dal Cesis contribuirono ad alimentare tensione presso l’opinione pubblica e presso la polizia di stato (si pensi a titolo esemplificativo al timore del sequestro di poliziotti o al temibile rivoluzionario Casarini qualificato come esperto in guerriglia urbana !), l’autrice sottolinea giustamente come il contesto informativo creato fosse finalizzato da un alto a convincere i poliziotti di “dover affrontare una situazione che fosse una via di mezzo tra guerriglia urbana e guerra batteriologica” (p.17) e dall’altro lato fosse volto a indurre i dirigenti a dare direttive profondamente diverse da quelle ordinarie in merito all’ordine pubblico.

Alla luce di queste premesse,non deve destare alcuna sorpresa il rifiuto da parte degli imputati di sottoporsi “all’esame incrociato di accusa e difesa” e non deve sorprendere neppure la diffusa omerta’ degli imputati.Ora-a parte le dichiarazioni puramente retoriche del prefetto Manganelli sulla necessita’ di fare chiarezza in modo definitivo sulle vicende della scuola Diaz-emergono con chiarezza alcuni punti fermi.In primo luogo,il modus operandi della polizia di stato si e’ costruito su una logica da guerra in cui i manifestanti erano considerati nemici,logica che ha indotto gli imputati a scegliere la rappresaglia nei confronti degli occupanti della scuola Diaz; in secondo luogo, vi è stata una responsabilità diretta dei dirigenti nelle operazioni condotte nella scuola Diaz sia in relazione ai pestaggi degli antagonisti che alle perquisizioni e distruzioni degli oggetti presenti al momento della irruzione.
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Lo scandalo del rimborso spese

Lo scandalo del rimborso speseVi sarà sicuramente giunta notizia dello “scandalo” del rimborso spese che ha travolto diversi ministri britannici. Credo che la notizia sia stata ampiamente riportata anche dalle principali testate italiane, anche se la linea guida degli articoli era “Come potete vedere anche all’estero si ruba” piuttosto che “Come potete vedere all’estero ci si scandalizza ancora”.

E’ proprio la parola “scandalo” che va messa tra virgolette perché per chi legge appunto suddette testate italiane la definizione del termine é messo abbondantemente in questione, specialmente alla luce del fatto che l’Italia vive in una situazione di scandalo praticamente dall’epoca della prima Repubblica. Per questo motivo il termine “scandalo” in Italia é considerato ora un riempitivo, una di quelle parole che si usano senza collegarla al suo significato originale a causa dell’abuso che se ne é fatto, un po’ come “comunista”, “conflitto d’interessi” e cosí via.

La casta dei giornali di Beppe LopezIl motivo per cui gli inglesi si scandalizzano é che il giornale britannico Daily Telegraph ha pubblicato un documento che per la prima volta elenca tutti rimborsi spesa inseriti dai vari ministri nell’ambito della “seconda casa” (il governo britannico permette ai vari ministri di avere una casa personale ed una seconda residenza vicino al parlamento per fini di lavoro per la quale rimborsa diverse spese come il mutuo, elettrodomestici o piccoli lavori). Tra i rimborsi riportati in questo “scandalo” vengono elencati ”costruzione isola per anatre”, dei lavori di pulizia per un canale artificiale in giardino, prese elettriche per la cucina, lavori di pulizia, restauro di oggetti antichi e cosí via fino ad arrivare ai biscotti per il gatto e agli adattatori di corrente.
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Le parole della precarietà di Orly Castel-Bloom

Dolly City di Orly Castel-BloomOrly Castel-Bloom è nata a Tel Aviv nel 1960 ed è autrice di numerosi romanzi (Dolly city, Mona Lisa, Les Radicaux libres). Ha studiato cinema, ma poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Scrive in ebraico, anche se la sua lingua materna sarebbe il francese. È considerata una delle migliori scrittrici israeliane della sua generazione.

D: In Parti umane, ci sono tre coordinate entro cui si muovono le vicende dei protagonisti: l’inverno, l’influenza saudita e il terrorismo. Orly, ci puoi spiegare la metafora dell’inverno?

Orly Castel-BloomR: Ho scritto il romanzo in estate. Conoscete l’estate torrida e soffocante di Israele? Ho cominciato ad agosto…Ho inventato l’inverno, un po’ per raggiungere una distanza epica dalla realtà, per raccontare una storia che fosse simile a una leggenda, ma anche per dare l’idea del movimento nella temperatura, come nella situazione politica. Tutto è variabile, nulla è sicuro: neanche l’estate o l’inverno.

D: Nel tuo romanzo il terrorismo, la guerra, il pericolo sembrano allo stesso tempo lontani e vicini… sembra di vivere in una quotidianità surreale e normale a un tempo…

R: Ho scritto il romanzo durante l’Intifada, durante gli attacchi terroristici. L’ho finito l’11 settembre 2001. Il mondo è cambiato, non esiste più sicurezza, il dubbio è ovunque. Non posso venire a patti col terrorismo. Ricordo un attacco non molto lontano da Tel Aviv, dove vive mia sorella. Quel giorno, lei doveva comprare alcune cose nel centro commerciale. Io guardavo la televisione. Vidi che l’attentato era vicino casa sua, la chiamai, ma tutte le linee erano occupate. Poi raggiunsi mia madre, che mi raccontò che il marito era andato proprio in quel centro commerciale ad affittare un film, per non far andare i figli al cinema. La bomba scoppiò mentre lui era al telefono con mia sorella e lei sentì l’esplosione contemporaneamente fuori dalla finestra e dentro la cornetta.
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Enrico Baraldi e gli psicofarmaci agli psichiatri

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico BaraldiViolenta allegoria d’una crisi – una crisi di fiducia nel proprio mestiere, nella possibilità di curare la malattia mentale, nella propria capacità di ascoltare – e incredibile annullamento della distanza tra medico e paziente, “Psicofarmaci agli psichiatri” è il documento narrativo e fictionale della rovinosa caduta di un equilibrio, e della fertile ricerca di un metodo e di un approccio nuovi. Non intendo stabilire coincidenze tra l’autore – lo psichiatra Baraldi – e il narratore, protagonista del romanzo – uno psichiatra che sta piombando nel nulla. Mi limito ad analizzare la relazione tra la sorte del narratore del romanzo e il suo ruolo: leggere questo romanzo è come osservare un prete che si spoglia della toga di fronte a tutta la chiesa, quindi s’infila abiti borghesi e va a pregare assieme ai fedeli. Ritrovandosi inginocchiato di fronte a un altare come tutti gli altri: senza un sacerdote che stia officiando il rito, soltanto “Dio” di fronte.

Enrico Baraldi con James Grady“Dio” è il leone, la pazzia. La pazzia e la sua pretesa invincibilità hanno distrutto l’equilibrio del narratore. Infine, s’è mescolato ai pazzi e s’è messo a osservarla, come fosse uno di loro (naturlich, il caso John Nash aiuta a confondere le idee e i pregiudizi): spaventato e fiducioso che spogliandosi del suo ruolo qualcosa avrebbe potuto cambiare. Cosa cambia? La prospettiva sugli psicofarmaci, in primis, finalmente denunciati come strumento di potere e di ricchezza d’un’industria sospetta; la prospettiva sull’analisi, in seconda battuta, perché il narratore s’è innamorato d’una ex paziente, precipitando al suo livello; la prospettiva sull’invincibilità della pazzia, infine, che diventa una misera ammissione di impotenza, non senza frustrazione.
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Insulari: una condizione più che un’identità

Insulari di Stefano LanuzzaSecondo Del Buono, quella insulare non è un’identità ma una condizione di sempre instabile equilibrio. Per gli scrittori siciliani – osserva –, la Sicilia “nasce in un certo senso in esilio e crescendo conquista la cultura che l’ospita”… Ma così non apparirebbe a Vitaliano Brancati (Pachino, Siracusa, 1907-Torino 1954), tra i ragguardevoli scrittori novecenteschi, ma che, nei suoi romanzi più conosciuti – crocevia di moralità e immoralismo, satira di costume, crogiolo di sessualità immaginaria e sensibilità morbosa, di tormentate frustrazioni e pigrizia letargica, d’ironia e sarcasmo annichilenti –, ottiene di provincializzare fenomenicamente la Sicilia e, in particolare, la città di Catania fissandole in illustrazioni o caricature prigioniere d’un autoescluso habitat (“Vitaliano Brancati” scrive E. Cecchi “immaginò una città cui aveva messo nome Catania, ma che con la vera Catania non aveva che un rapporto vagamente paesistico e umoresco”, in Storia della letteratura italiana, IX, 1969).

Si tratta, pure, di un’autoesclusione vissuta, alternativamente, come ideologia negativa o compiaciuto privilegio se, nello scritto giovanile Intelligenza siciliana (“Lunario siciliano”, luglio 1929), al tempo in cui, per la sua sparuta corporatura, è dagli amici detto “spinzu” (fringuello), Brancati avverte orgogliosamente, quasi a compensare i propri complessi fisici: “L’Europa che finisce: ecco la Sicilia […]. E quando il pensiero europeo ha portato quaggiù l’inquietudine degli eterni dubbi e dei grandi interrogativi, la mistica Africa ha disteso la sua mano attraverso il Mediterraneo per abbassare le nostre palpebre e addormentarci piano piano […]. Abituata a queste due formae mentis, l’intelligenza siciliana ha acquistato una facoltà di comprendere che nessun europeo e nessun africano ha mai avuto […]. Tutto ciò che si poteva comprendere, qui si è compreso. Non c’è enigma dello spirito, umanamente solvibile, che un umile siciliano non possa sciogliere […]. Il popolo più intelligente d’Europa”.
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