De Bello Fallico: effetti speciali e l’imbarazzo nel palazzo
Torniamo alla cronaca. L’effetto partito-delle-donne ha due immediate, sgradevoli conseguenze. I media inzuppano il pane e viene fuori che «tutte le donne» sono rappresentate da queste deputate e da questa legge. Ed eccoci, quasi a fine secolo, tornare a essere rappresentate nelle condizioni del “sesso debole” come all’inizio del secolo: donne come categoria di senza diritti e senza cittadinanza politica, e quindi senza idee proprie e differenti.
Secondo: l’effetto-partito mette a tacere le minoranze dissenzienti. Con la cancellazione o con il sospetto. Il sospetto tocca a Tiziana Maiolo, presidente della commissione Giustizia della Camera. Poiché non firma la legge-delle-donne, e dice apertamente che è brutta, viene subito indiziata di boicottaggio. Si comporterà invece in maniera impeccabile. Dirà in una intervista a Noi Donne: «Non mi sono mai sentita tanto poco libe- ra». Avrebbe però potuto prendersi la libertà di non votare la legge che non le piace. Invece non lo farà.
La cancellazione tocca alle tre deputate (due pidiessine, una progressista) che non fanno parte né del “gruppino” né del “gruppone”. L’Unità, nell’esaltato resoconto del 23 maggio, non dice che Fulvia Bandoli, Franca Chiaromonte e Giovanna Grignaffini, il giorno stesso della presentazione della legge-delle-donne, fanno sapere di appoggiare solo la proposta del “monoarticolo” (mentre Mariangela Grainer, che ne è la prima firmataria, si aggrega alla maggioranza). La “tirannia della maggioranza” fa sì che non ci sarà alcuna possibilità di fare battaglia per far diventare legge la proposta monoarticolo perché nessuno, tranne le tre deputate dissidenti ed Ersilia Salvato al Senato, la prenderà sul serio.
In questo meccanismo di cancellazione gioca un ruolo l’onnipotenza propria del legislatore (e della legislatrice, naturalmente) e il suo immaginario efficientista. Lo spirito del fare la legge, una legge “vera”, coglie tutte e tutti e macina consenso come un treno in corsa. Alle 74 firme femminili se ne aggiungono presto altre 328, in prevalenza maschili. Anche questo è uno degli effetti speciali della dittatura del partito-delle-donne e dell’emergenza: mai vista una “intruppata” di queste proporzioni a sostegno di una legge!
Le norme contro la violenza sessuale vanno in aula, a Montecitorio, il 26 e 28 settembre 1995, ed è una sceneggiata. Alessandra Mussolini, che è relatrice, chiede a quelle e quelli che sono d’accordo con il testo di non intervenire perché altrimenti non si fa in tempo ad approvarlo. Rinunciano a parlare deputate del calibro di Nilde Iotti, Tiziana Maiolo, Anna Finocchiaro, coordinatrice del “nucleo d’acciaio” che ha elaborato la legge-delle-donne, e altre. Alberta De Simone fa un gesto nobile: chiede, e ottiene, che non sia tolta la parola ai dissidenti. Così finisce che parlano solo loro, sia dalle file dei progressisti e di Rifondazione Comunista che da quelle del Polo, della Lega e dei vari ex DC. Deputati ex magistrati, come Saraceni e Magrone (sinistra), o avvocati, come Benedetti Valentini (destra), ma anche Marco Taradash, del Polo-Riformatori, mettono il dito sulle piaghe delle incongruenze più gravi del testo: l’unificazione del reato con la subspecie della «minore gravità», lo squilibrio delle pene, la presunta violenza tra minori, la nuova fattispecie criminogena della violenza di gruppo.
Sembra il risveglio dei belli addormentati. Il famoso avvocato di Forza Italia, Diego Della Valle, invece, dice che la legge è brutta ma deve passare perché l’opinione pubblica lo vuole, e si affida al Senato perché cerchi di migliorarla. Al Senato, al Senato! È la parola d’ordine per quegli ipocriti (la maggioranza) che si rendono conto di quanto la legge sia brutta. Ma la votano perché così si deve fare.
In ottobre il testo va in commissione (questa volta non redigente) al Senato. Ersilia Salvato e Francesca Scopelliti (Forza Italia), Libero Gualtieri (Sinistra Democratica) e altri tentano di emendare radicalmente il testo per portarne in aula una versione sostanzialmente migliorata, ma non riescono a trovare un accordo con i “blindatori” (anzi, “le blindatrici”) e i loro emendamenti vanno in aula. Ne passano solo due, di quelli presentati, nella seduta plenaria del 13 e 14 dicembre. Uno riguarda lo stupro di gruppo, che mitiga gli eccessi del reato associativo. L’altro emendamento riguarda i minori: gli atti sessuali tra i 12 e i 18 anni non sono considerati violenza presunta. Bastano questi due cambiamenti perché la legge debba tornare alla Camera. Ma in realtà la montagna ha partorito un topolino.
Anche nell’aula di Palazzo Madama si sentono sussurri e grida di quelli che, in aula, si chiedono, e chiedono: che senso ha esaminare una legge che tutti dicono brutta e che tanti interventi alla Camera hanno raccomandato di migliorare, se poi tocca lasciare tutto com’è? Ma il partito-delle-donne, anche in Senato, ha solo fretta e l’atmosfera è tale che i più demordono per paura di essere bollati come nemici delle donne. Solo Salvato e Scopelliti, imperterrite, mettono in votazione tutti i loro emendamenti. E pèrdono. In un clima di svacco la legge passa.
Più frizzante il clima di Montecitorio prima di Natale. Il testo arriva il 21 e 22 dicembre, quando il Parlamento sta smobilitando perché c’è aria di chiusura anticipata di legislatura, e non viene né esaminato né votato. CCD e CDU (gli ex democristiani che stanno con il Polo) fanno ostruzionismo. Vogliono assolutamente ripristinare l’età minima del “sesso libero” a 14 anni ed essere sicuri che la sinistra non rompa le scatole, ovvero che voti contro rischiando di avere la maggioranza. Non credo che lo facciano perché, come scrivono i giornali, «vogliono affossare». Lo fanno per spirito democristiano e per esibire i muscoli, in clima già preelettorale, sia nei confronti della sinistra che dei loro alleati del Polo. Patteggiamenti tra le parti si svolgono frenetici con l’inizio del nuovo anno per far sì che il testo, anche a camere sciolte (ci vuole l’accordo di tutti i capigruppo), possa essere approvato dalla Camera e tornare al Senato prima del “tutti a casa”. L’accordo riesce e l’età fissata è a metà fra 12 e 14 anni: 13 anni. È il caso di dire che il Parlamento dà i numeri. Il testo passa alla Camera in una seduta lampo il 7 febbraio 1996. Votano contro, chiedendo la parola, Bandoli, Grignaffini e Chiaromonte.
Il gran finale è al Senato. L’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone (messo in croce da Camilla Cederna, negli anni settanta, per sospetto di ruberie) scrive ai giornali e dice che è un grave errore approvare questa legge così malfatta. L’ex presidente di un sacco di cose e capo dell’ex CAF, Giulio Andreotti, grande inquisito per indizi di associazione mafiosa, viene in aula e dal suo scranno di senatore a vita perora l’approvazione della legge. Gli ha scritto una insegnante di Teramo per dirgli che la legge è un buon compromesso, e lui recita in aula la lettera. Salvato e Scopelliti, fino all’ultimo, controemendano ma, naturalmente, di nuovo pèrdono. Nella tribuna parlamentare, al momento della distratta approvazione a stragrande maggioranza, Alessandra Mussolini alza le mani con l’indice e il medio a V in segno di vittoria. Accanto a lei sorride soddisfatta Anna De Simone.
I post precedenti
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- De Bello Fallico: donna-persona. Punto
- De Bello Fallico: il partito-delle-donne, la legge-delle-donne
- De Bello Fallico: “Florilegge” di Maria Virgilio, avvocata
De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale di Roberta Tatafiore
Collana Millelire
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