Mille: quei ragazzi che andarono con Garibaldi
C’è una grande differenza tra il Bandi che scrive queste memorie e il Bandi che partecipa agli avvenimenti descritti. Quello è il padrone dell’informazione della città di Livorno: proprietario di uno dei due giornali e direttore dell’altro; questo è un giovane ventiseienne disposto a dare la vita per combattere i tiranni che ancora scorrazzano per quell’Italia che Giuseppe Mazzini ha prefigurato e Giuseppe Garibaldi vuol costruire in concreto.
In mezzo ci sono trentaquattro anni in cui la giovane testa calda fa in tempo a provare il carcere del Granduca, la seconda guerra d’indipendenza, una prima avventura con Garibaldi al fosso della Cattolica, pronto a schioppettare i “soldatelli del pionono”, la diserzione dall’esercito piemontese, l’avventura in Sicilia, la terza guerra d’indipendenza, la prigionia in Croazia. Poi – non ha ancora trentasei anni – la sua vita prende una piega diversa: imbocca la carriera giornalistica, diviene il monopolista dell’informazione livornese, e dai suoi giornali difende la borghesia e i suoi interessi; combatte contro i socialisti e gli anarchici, a tal punto che uno di questi lo uccide quando non ha ancora compiuto i sessant’anni.
La trasformazione pare inspiegabile, o forse no, è normale, capita a molti giovani, è la stessa che si ripeterà in infiniti casi, fino ai nostri giorni, tracciando la parabola di tanti uomini rivoluzionari a vent’anni e conservatori a quaranta, che a venti combattono con ogni arma a disposizione quella borghesia che a quaranta difenderanno con il loro lavoro.
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Rumeni. Romanzo di storie: Marja
Sorrise e apparve bella, sorprendente, più denti d’oro che bianchi. Mi avesse chiesto dei soldi, avrei potuto scherzare: “Sei ricca in bocca”. Invece io attraversavo il viale, mentre lei ai rossi prima questuava agli automobilisti, poi li mandava affanculo quando le macchine ripartivano.
Cosa le passò in mente? Si figurò un riconoscimento: sbagliando, come due chiodi nel muro fissò gli occhi sulla mia faccia, e dal cipiglio incazzoso della questua venne fuori quell’ampio sorriso da arte dei metalli. Era una zingaraccia sui trent’anni, scura, che mi disse “Ciao” di slancio in mezzo alle macchine; subito, però, pronta a ricadere anche con me nella solfa lamentosa dell’elemosina. Ma io in contropiede giocai al rilancio: “Ehi, ti ricordi di me?!”.
“Sì”. Non era vero niente, gli zingari volano facilmente sulle loro bugie, non gliene frega. Con gli occhi neri, uno spettinamento e una sciatteria generali, nel fantasioso entusiasmo di quell’amicizia inventata lì per lì, provava a chiedermi qualcosa per mangiare, per i bambini, ma non le veniva neanche bene. Si chiama Maria, ma immagino che si scriva Marja, e allora ce ne andiamo, Marja, andiamo a bere un caffè? Accetta e siamo già al tavolino, fuori da un bar piccolo, sulla perpendicolare sottile del disegno a quadretti che è questa parte di Milano. Il bar l’avevo già notato per la sua insegna, il Rè del panino, con l’accento.
Io prendo un caffè, lei vuole cappuccino e brioche, la brioche non c’è, allora arriva una tortina imbustata. La borsa di Marja si apre a fisarmonica: nera, sfondata sopra, da vecchia. La borsa è enorme, vuota. Si vedono solo delle cartacce. Ci mette la tortina paradiso: “Questa porto a mia bambina”.
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Cannabis, il Paese reale e il Paese ufficiale
Ha ragione Marcello Baraghini, esiste un Paese reale e uno ufficiale. La storia che sto per raccontare, ne è un chiaro esempio. Due anni di tragicomiche contraddizioni, nel mondo della legge italica. Consegno la mia storia a Stampa Alternativa, mossa da una duplice spinta: perché loro già sapevano e anzi mi avevano avvertita che l’Italia è così normalmente divisa e perché in forma anonima voglio dare diretta testimonianza e massima divulgazione a quanto mi è accaduto. Lungo quest’avventura, ho incontrato varie umanità che, vissuta la mia stessa esperienza, sarebbero disposte a renderne testimonianza, in anonimato anche loro, per i motivi che si capiranno in seguito.
Palermo, primavera 2007
Ci sono dei giorni di vacanza, vado a trovare un amica. Vado pure a fare una cosa buona, lei non la sta granché. Penso, me la porto in qualche bella isoletta, parliamo, ci fumiamo due canne, facciamo lunghe camminate in riva al mare. L’aiuterò. Atterro a Punta Raisi un po’ indaffarata, il cellulare appena riacceso trilla di continuo, mi chiamano per lavoro. Poi sms di mia figlia, la vicina di casa in campagna telefona per informazioni di servizio. Mi distraggo, in una parola.
Da lontano vedo un bellissimo pastore tedesco, anch’io ho una bella femmina della stessa razza. Ne sono attratta, ci guadiamo e poi sento una mano che mi sfiora una spalla. “Signora, per favore, ci vuole seguire”. Cazzo, è la Guardia di Finanza e io ho, per l’appunto, qualche grammo di hashish con me. Non ci avevo pensato. È la prima volta che mi viene in mente la distinzione tra Paese reale e ufficiale.
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De Bello Fallico: insabbiamenti e slittamenti
1980-1981, 1984-1986, 1988-1989: per tre volte il Parlamento ci prova. La legge antistupro che il Parlamento ogni volta si accinge, ma non riesce, ad approvare si differenzia ogni volta in peggio rispetto all’iniziale proposta cosiddetta del movimento. Nel 1980 la deputata comunista Angela Bottari è relatrice, in commissione e poi in aula. Il PCI, inizialmente a favore della querela di parte, cambia posizione sotto la pressione del movimento delle donne (ovvero quella parte del movimento che al partito fa comodo riconoscere).
La legge che arriva in aula contiene infatti la procedibilità d’ufficio. Inoltre prevede l’unificazione del reato e introduce lo stupro di gruppo (fattispecie, come tutti i reati associativi, sommamente invisa ai garantisti, per lo meno fino a che non si tratterà dei reati di mafia). In aula però si scatena l’opposizione della DC e del prode Carlo Casini (Movimento per la Vita): non vuole spostare il titolo del reato. Casini propone che lo stupro sia delitto contro il “pudore”. Il suo emendamento ottiene la maggioranza. La relatrice si dimette. Sinistra e laici fanno blocco e non si arriva a votare un altro emendamento di Casini, sostenuto da democristiani e fascisti (di allora! Di allora! Oggi sono tutti post), che vuole stabilire un nesso esplicito tra pornografia e violenza sessuale.
1984-1986. Angela Bottari ci riprova. Il testo che esce dalla commissione, e che verrà approvato in aula perché la DC si è ammansita, contiene l’orrore del “doppio regime”: procedibilità d’ufficio per lo stupro “di strada”, querela per quello tra coniugi e conviventi. Altra novità è la regolazione della sessualità tra minori, con presunta violenza per i rapporti tra minorenni, più o meno come nel Codice Rocco. Il che scatena reazioni, fuori del Parlamento, in chiunque abbia un briciolo di buon senso. C’è poi una norma, che passa quasi inosservata, che consiste nel reato specifico di «atti sessuali commessi in presenza di minori». Siamo alla regolazione della sessualità tout court.
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Gran Torino / 2
Il bioritmo professionale imponeva quattro ore di sonno. La domenica ci si aspettava il pienone, Malcolm si addormentò pensando alle vendite del suo libro. Ma in fiera, inspiegabilmente, c’era poca gente. Gli editori che contavano su quell’unico giorno per andare a pari con le spese, avevano la bava alla bocca. Gli standisti in paranoia nera. “Qui non ci scappa manco la paga giornaliera…” Alle quattro del pomeriggio, chiese il cambio per due ore e si spostò alla manifestazione fluffy, in macchina con la sua amica Antonella che lavorava come ufficio stampa per un’altra casa editrice. Si congiunsero al piccolo corteo che era appena partito. C’erano solo trecento studenti, più o meno il numero dei campeggiatori.
Una delusione, malgrado la trentina di pagliacci della Clown Army che con un ariete di polistirolo tentavano di sfondare gli scudi della polizia, Malcolm aveva capito che bisognava aspettare la manifestazione spiky… Fluffy e spiky, ancora quelle parole assurde inventate da Alex Foti sul libro appena letto. Dopo poco decisero di riprendere l’automobile per tornare ai rispettivi stand. Passando per piazza San Carlo capirono perché al salone c’erano così pochi visitatori. Decine e decine di migliaia di persone invadevano la piazza per le selezioni del Grande Fratello. Il reality televisivo vinceva sulla letteratura e spazzava via saggistica e narrativa, nemmeno il fumetto di Watchmen reggeva al violento impatto, la moltitudine dei teledipendenti aveva disertato il salone del libro. La domenica sera andò a dormire presto nel suo triste camper, le feste erano finite, l’indomani si era preso la mattinata libera per andare al secondo appuntamento anti G8 dell’università.
Le iniziative del lunedì erano state indette dai collettivi universitari autonomi, l’asse portante dell’onda torinese. Alla mattina presto Malcolm uscì dal camper per raggiungere un centinaio di manifestanti che stavano effettuando un blocco stradale davanti la stazione di Porta Nuova. Gli studenti, prima dell’arrivo di Malcolm, erano stati caricati dalla celere comandata da Mortola, uno dei macellai messicani della Diaz. Le guardie avevano ordinato di levare il blocco perché il traffico era paralizzato da più di un’ora. I manifestanti per non subire fermi e per non prendere altre manganellate avevano deciso di mollare il colpo.
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Come pubblicare e promuovere un libro. Passo dopo passo
Se siete arrivati su questo post probabilmente starete conservando gelosamente un vostro manoscritto nel cassetto. Ce l’avete già pronto da tempo e non vedete l’ora di trovare qualche casa editrice che lo pubblichi. Bene, armatevi di pazienza e di determinazione, il vostro lavoro è appena iniziato. Se avete Internet state pronti ad usarlo, passerete giornate intere su google. Altrimenti parlate con il vostro libraio di fiducia, o cercate informazioni utilizzando i canali in cui siete più pratici.
Dovete fare un’abile ricerca di case editrici, per poi decidere quali contattare per spedire il vostro bel manoscritto. Ogni libro pubblicato sta all’interno di una precisa collana della casa editrice quindi, se posso darvi un consiglio, cercate le case editrici che pubblicano collane con libri simili al vostro e alla vostra storia. In pratica, se inviate un manoscritto a una casa editrice che vi piace tanto ma pubblica solo noir e libri gialli e voi avete scritto un romanzo storico, può anche essere il manoscritto più bello del mondo che vincerà 40 premi internazionali, ma non c’è speranza che venga pubblicato. Quindi la vostra ricerca di una casa editrice deve essere “pensata” e “organizzata”.
A quel punto siete pronti per l’invio del manoscritto. La maggior parte delle case editrici richiedono una copia in cartaceo del testo, da spedire via posta. Qualcuno accetta anche un pdf via internet, ma è un caso piuttosto raro. Magari preparatevi anche un riassunto del libro di poche righe (e, visto che è una sorta di “presentazione” preparatelo bene!) da inviare in allegato al testo.
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La Resistenza continua, per Peppino e per tutti
A Cinisi il Forum sociale antimafia è stato organizzato dal Centro siciliano di documentazione intitolato a Peppino Impastato. Pubblichiamo l’introduzione di Umberto Santino al libro «Resistere a Mafiopoli» di Giovanni Impastato con il giornalista Franco Vassia, edito da Stampa Alternativa.
Ho incontrato Giovanni Impastato per la prima volta alcuni giorni dopo l’assassinio di suo fratello. Il 10 maggio, al funerale, l’avevo visto alzare il pugno come a rispondere al coro dei compagni, quasi tutti accorsi dai paesi vicini e da Palermo, che accompagnavano la bara con i frammenti del corpo di Peppino. Più che un funerale era una manifestazione, un corteo in cui il dolore si animava di rabbia e di voglia di continuare, nonostante tutto. Il 1978 veniva dopo un ’77 in cui si erano incrociate varie anime: creative, trasgressive, dissacranti. Un anno durissimo, con i morti come Francesco Lorusso a Bologna, Giorgiana Masi e Walter Rossi a Roma, le cariche della polizia, le vittime sempre più numerose delle Brigate rosse. A qualcuno sembrava un nuovo inizio, ma per molti era l’inizio della fine della stagione apertasi nel ’68. Gridare «Peppino è vivo e lotta insieme a noi» era insieme un atto di fede di una religione laica, la condivisione di un dolore e la profezia di una resistenza. Giovanni, accanto alla fidanzata Felicetta, alla madre Felicia e alla zia Fara, rispondeva con il pugno alzato, a manifestare un assenso, una sintonia.
Il giorno dopo c’è stata l’assemblea a Palermo, la presentazione di un esposto alla Procura da parte del Centro siciliano di documentazione, nato l’anno prima, e di altri e nel pomeriggio c’è stato il comizio a Cinisi, che doveva concludere la campagna elettorale. Il comizio di Peppino con un dirigente nazionale di Democrazia proletaria. Ricordo che a Palermo qualche compagno disse che non era il caso di andarci. La cosiddetta Nuova sinistra era agli sgoccioli, ma certi vizi non avevano nessuna voglia di morire. Era bastato andare al funerale, condividere un lutto, il comizio invece era un fatto interno a Dp. Anna e io abbiamo deciso di andare, proprio per quello che qualcuno del luogo ci aveva fatto notare durante il funerale: la scarsa presenza di persone di Cinisi e del paese vicino, Terrasini. Pensavamo: se al funerale erano così pochi, al comizio saranno ancora meno. Almeno saremo due in più. E infatti, sotto il palchetto sul corso c’erano pochissime persone. Sul marciapiede di fronte, davanti al bar, c’era un altro gruppetto. Seduti o in piedi, curiosi o soltanto gli sfaccendati del paese che guardavano il passeggio.
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