Rasta Marley: il ritmo del Reggae è quello del cuore

Rasta Marley di Lorenzo MazzoniComincio con un’immagine recente: molti degli studenti che nei mesi scorsi hanno protestato contro la riforma Gelmini indossavano delle magliette con il ritratto di Bob Marley. E pensare che quei giovani non erano neanche nati quando il simbolo del Reggae conquistava con la sua voce, con il suo Reggae e con il suo messaggio lo scenario della musica internazionale. Quelle magliette hanno dimostrato ancora una volta quanto la figura di Marley sia passata da una generazione all’altra. Quanto le sue canzoni siano diventate una parte importante e fondamentale della musica popolare contemporanea, e quindi anche e soprattutto della nostra colonna sonora.

Recentemente, Chris Blackwell – il fondatore della casa discografica Island Records che giocò un ruolo decisivo nella travolgente ascesa del celebre artista giamaicano – ha dichiarato:

Marley è ancora tremendamente attuale ed è molto più popolare oggi di quanto lo fosse quando era in vita. Questo dimostra in maniera incontestabile il trionfo del suo talento. Il suo è un messaggio universale che ha superato di slancio qualsiasi differenza, qualsiasi barriera. Marley è stato unico. È unico.

Ha ragione, Chris Blackwell. Prima non c’era stato uno come Marley. E probabilmente non ci sarà più un altro come lui. Un piccolo uomo che guardava tutti negli occhi. Un musicista in grado di immaginare e comporre canzoni che conquistano fin dal primo istante, fin dalla prima battuta. Un uomo semplice e diretto. Un lavoratore infaticabile. Uno che aveva conosciuto la povertà, la miseria e la paura. Un ribelle che si scagliò contro il razzismo. Un mistico che sognò un trionfale ritorno a casa, in Africa, in Etiopia, per tutta la sua gente.

Uno che dichiarò più volte di non essere minimamente interessato alla fama e alla ricchezza. Uno che amava le donne, il calcio e la ganja e che quando saliva sul palco si trasformava completamente. Uno che quando gli chiedevano di definire, di spiegare la sua musica, rispondeva così:

Il ritmo del Reggae è quello del cuore.

Continuo con un’immagine molto più lontana nel tempo, anzi lontanissima. Seconda metà degli anni Settanta: una notte, credo nel 1976, da una piccola radio all’improvviso arrivò una canzone che aveva un ritmo strano, rallentato, quasi sbilenco. Poi, quel beat, continuo e ipnotico, prese corpo e colore grazie ad una voce persuasiva e coinvolgente. “E questo chi è?”, mi chiesi mentre quella canzone sembrava, per fortuna, non finire mai. Credo che molti della mia generazione, quella del ’77, per intenderci, abbiano scoperto così Bob Marley e il Reggae. E sono convinto che abbiano avuto la mia stessa sensazione: quel ritmo era davvero strano e quella voce unica.

In quel periodo non era certo facile conoscere in profondità un nuovo artista o un nuovo genere musicale. Non c’erano strumenti come la Rete, non c’erano social network e trovare certi dischi era una vera e propria impresa. Tutto era fondato sul passaparola, su poche trasmissioni radiofoniche e su un numero ancora più esiguo di giornali specializzati.

Eppure, nonostante tutto questo, o forse proprio per tutto questo, per molti la scoperta, casuale e benedetta, di Marley e degli altri grandi protagonisti del Roots Reggae fu un’esperienza decisiva, una di quelle che non puoi, non vuoi, non devi dimenticare. Altri ancora si avvicinarono alla musica giamaicana grazie a Eric Clapton che portò in cima alle classifiche internazionali I Shot The Sheriff, uno dei brani più infuocati di Marley, o attraverso i Clash – soprattutto grazie alla loro versione di Police & Thieves, il classico prodotto da Lee Perry e interpretato da Junior Murvin – oppure, qualche tempo dopo, sulla scia dell’esplosione dei Police di Sting. Un percorso, questo, simile a quello intrapreso molti anni prima da tutti quelli che erano partiti dai Rolling Stones o da John Mayall per arrivare poi a Muddy Waters e agli altri maestri del Blues. Già, in fondo, l’influenza del Reggae (e quindi di Marley) sulla musica degli anni ’70 fu vicina, molto vicina, a quella esercitata dal Blues e dal grande cuore pulsante del Soul e della Black Music sul Rock del decennio precedente. E tanto per chiudere il cerchio, Ruth Brown, potente cantante di Rhythm’n’Blues e Soul, ha recentemente dichiarato:

Quando è arrivato Elvis Presley, abbiamo scoperto che la nostra musica si chiamava Rock’n’Roll…

La generazione del Soul, lo stile african american nato dall’incontro audace e tremendamente terreno tra il Gospel – la musica della fede – e il Rhythm’n’Blues, il suono del peccato, della sensualità. La generazione di artisti quali Sam Cooke, Ray Charles, James Brown e Curtis Mayfield, gli stessi che accesero la fantasia e l’immaginazione del giovane Robert Nesta Marley. Furono questi i suoi maestri per la musica, proprio come i vecchi e saggi Rasta (gli elders) di Trench Town, il ghetto di Kingston, o quelli che vivevano sulle colline giamaicane furono i maestri della sua anima. E ancora, la visione di Marcus Garvey, il sogno di Martin Luther King, la consapevolezza spirituale di Malcolm X, la rabbia delle Black Panthers: furono questi i riferimenti del giovane Marley.

Nel libro che state per leggere troverete tutto questo. E molto altro ancora. Non è l’ennesima biografia dedicata al “profeta del Reggae”. Con il rigore dello studioso, ma anche con la sincerità e la semplicità dell’appassionato, Lorenzo Mazzoni traccia un ritratto fedele e completo di Marley. Analizza in profondità il suo linguaggio, il suo messaggio spirituale e alcune delle sue canzoni più riuscite e popolari. Racconta la storia della Giamaica e del movimento Rastafari. Affronta con rispetto un patrimonio tanto imponente quanto prezioso. È un libro per tutti quelli che hanno indossato, indossano o indosseranno una maglietta con il ritratto di un uomo libero e orgoglioso: Robert Nesta Marley.

Rasta Marley - Le radici del Reggae di Lorenzo Mazzoni
Collana Sconcerto (nuova serie)
240 pagine
ISBN: 978-88-6222-085-9

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