Resistere a Mafiopoli: oggi a Cinisi
Giovanni parla di Cinisi degli ultimi anni e parla di mafia. Non sono più i tempi d’oro del traffico di droga diretto da Badalamenti ma non è affatto vero che a Cinisi e dintorni la mafia non ci sia più e si sia imboccata la strada della legalità. (A proposito: legalità è un termine ampiamente abusato, non solo nelle attività all’interno delle scuole, e che rischia di essere un alibi e un bluff se ci si ferma al solo aspetto formale: anche le leggi razziste di Hitler e Mussolini erano legalità e lo sono anche le leggi ad personam di Berlusconi. Se proprio non si vuole cambiar termine, bisognerebbe almeno aggiungervi “democratica”, a sottolineare la prevalenza dei contenuti sulle forme, la rispondenza delle leggi ai principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge).
Dopo gli arresti dei Lo Piccolo e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, il quadro risulta chiaro: la mafia da quelle parti c’è sempre e la rete di collusioni e di complicità è abbastanza fitta ed estesa. E ci sono nomi nuovi ma pure vecchi, come i Lipari di cui parlava Peppino. Il guaio è che con la morte di Peppino e le riflessioni di alcuni compagni subito dopo, l’attività che una volta si diceva di “controinformazione” si è data alla latitanza. Lì, come altrove.
Fa bene Giovanni a riprendere un discorso in larga parte interrotto, ma il quadro in questi trent’anni è profondamente mutato. Se Cosa nostra, l’ala propriamente criminale della mafia, dopo il delitto Dalla Chiesa e dopo le stragi del ’92 e ’93, ha ricevuto dei colpi abbastanza duri, il modello mafioso che lega crimine, accumulazione e potere, il sistema di rapporti, su cui si fonda un blocco sociale egemonizzato dai soggetti illegali e legali che formano la borghesia mafiosa, gode di ampio consenso. Il voto per personaggi come Cuffaro e dell’Utri, nonostante le condanne che hanno avuto anche se solo in primo grado, lo dimostra e getta un ponte dalla Sicilia alla Lombardia. La responsabilità politica di cui parlava una relazione della Commissione antimafia del 1993, a ridosso delle stragi, è rimasta sulla carta e le forze politiche si sono ben guardate dal darsi dei codici di autoregolamentazione.
Da anni la Democrazia cristiana, che Peppino e noi con lui indicavamo come il partito più compromesso con la mafia, ha ceduto il passo a Berlusconi che ha introdotto un sistema di potere fondato sulla legalizzazione dell’illegalità e sulla garanzia dell’impunità. Il programma della P2 si è realizzato, anzi è stato scavalcato. E nonostante l’evidente appropriazione del potere a fini di interesse personale il consenso non è mancato, e continua a crescere. Evidentemente la maggioranza degli elettori si specchia in quel modello e considera le regole un intralcio e la Costituzione un ferrovecchio.
Le destre italiane mancano della più elementare cultura liberal-democratica, la Lega è una centrale di barbarie razzista e a sinistra c’è aria di smobilitazione e di svendita. Le grandi narrazioni hanno lasciato solo macerie. Il movimento noglobal raccoglie un dissenso diffuso ma non riesce a spostare di un millimetro le politiche dominanti che hanno diviso il pianeta in due: un supermercato di iperconsumo per pochi, una fabbrica di emarginazione per tutti gli altri. In questo contesto proliferano le mafie e guerre e terrorismi si fronteggiano come facce di un’unica medaglia coniata dal fanatismo identitario e dalla violenza. La crisi finanziaria ha svelato tutti i vizi del mercato e fatto riscoprire lo Stato. Cioè: i profitti sono privati e le perdite si socializzano.
Oggi un personaggio come Peppino si troverebbe ancora più spaesato di quanto lo era al suo tempo, in cui c’erano ancora scampoli di certezze e si progettavano strategie di mutamento. Quel che ci rimane è la sua volontà di farcela anche quando le difficoltà rischiano di sommergerci. E l’interesse che suscita la sua storia, che è la storia di Giovanni, di sua madre, di sua moglie, dei suoi compagni, la nostra storia, sta a dimostrare che la lucidità dell’analisi può andare a braccetto con la pratica quotidiana in una prospettiva di resistenza.
Resistere a Mafiopoli - La storia di mio fratello Peppino Impastato di Giovanni Impastato e Franco Vassia
Collana Eretica Speciale
176 pagine
ISBN: 978-88-6222-086-6
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