Rumeni. Romanzo di storie: Stefan

Rumeni. Romanzo di storie di Anna Lamberti-BocconiIl sole e il sonno venivano dalla stessa matrice, una meridiana in mezzo alla fronte, l’ultima eco di una campana sul viale alberato che imitava gli Champs Elisées. Scivolavo avanti per inerzia, lo sguardo a terra che seguiva la primavera, qualche ranuncolo fra le macchine parcheggiate, qualche ciuffo d’erba più folto in quella prateria di città. Non c’era motivo per alzare la faccia ma a un certo punto mi capitò, forse per sperimentare un cambiamento di stato.

La visione fu angelica, picaresca, straniante. Due asinelli al pascolo legati per una corda macchiavano la strada di grigio latteo, quasi immobili, come fantasticati di qua di là dalle macchine, nel midollo del viale. Da tanta stupefazione non osavo staccare gli occhi, ma poi dovetti, anche a costo di infrangere la magia, per vedere se il resto del mondo fosse rimasto al suo posto. Accarezzai un asino, guardai oltre. Nella fuga prospettica del giardino, dopo me e i due animali adesso c’era anche una roulotte, di quelle vecchie, bombate. Vidi il portello che lentamente si apriva, d’improvviso ebbi paura, mi immaginai Mangiafuoco. Voce d’uomo dietro la latta. “Ecco è finita, ora mi fa fuori”, pensai.

“Cerchi qualcosa?”.

“No, ho visto gli asini…”.

“Sono miei”, e ora la roulotte è aperta, il tipo è in piedi nel rettangolo smateriato. Accidenti, è James Dean!

Si chiamava Stefan Popescu e aveva un bel po’ di ruoli in un piccolissimo circo di cui gli asini costituivano tutto il serraglio. Io gli dissi che ero poetessa. Mi piaceva molto. Tornai a trovarlo il giorno dopo.

“Sei venuta per farmi innamorare?”.

“Sei tu che sei troppo bello”.

Mi fece vedere le foto della Romania, mi provò il naso rosso da pagliaccio, mi amò dolcemente e ardentemente, mentre la roulotte si sfuocava come una stanza d’albergo, una cabina di nave.

Il giorno dopo ancora andai allo spettacolo del circo. La tenda rossa e gialla invitava a entrare, mentre gli asinelli tutti bardati giravano nell’arena. Stefan vestito da pagliaccio faceva accomodare gli spettatori sulle panche di legno disposte a semiesagono, e io mi ricordai di tempi lontani, le recite delle scuole… C’era molta finezza di modi in quel ragazzo dal fisico olimpico, una spontaneità pulita che lo accomunava ai bambini presenti e nello stesso tempo lo elevava, per l’aura misteriosa di acrobata, clown, padrone degli animali.

Stefan si produsse in un po’ di buffonerie insieme a un cagnolino in tutù, poi attaccò con acrobazie e piroette, per finire al galoppo in cavalcata cheyenne sotto la pancia di un asino. Alla fine di questi numeri venne fuori il socio, che invece era alto e smilzo, italiano, coi capelli di paglia lisci come una scopa. Vestito di nero, faceva il burbero lasciando intendere che scherzava, ma ugualmente portò in alto un certo pathos tirando fuori un pugnale e sfidando il pubblico al lancio dei coltelli. “Chi ha il coraggio di venire? Niente paura, vediamo chi ha del fegato!”. Brusio fra i bambini, forza di gravità, tutti gli adulti zitti e ben incollati alle panche. “Va bene, vuol dire che se nessuno ha il coraggio vi vengo a prendere io”.

Un bambino in prima fila riuscì a strattonare via il braccio dalla presa della madre e lo alzò: “Io, io!”.

“No, i bambini no, è pericoloso. Comunque complimenti per il coraggio, ragazzo!”.

Ancora un po’ di silenzio, poi uno sguardo sprezzante sul pubblico e il Nero si volse a Stefan e con la testa gli indicò di andare lui all’asse dei coltelli. In quel momento si levò dalle panche una piccola figura anch’essa tutta nera, un uccelletto sacrificale.

“Suora, che fa?”.

Con mite sorriso la suora maestra attraversò le file pietrificate, andò a poggiarsi di schiena contro la tavola dei lanci. I bambini della sua classe tremarono fra orgoglio e terrore. Stefan la dispose a braccia e gambe un po’ larghe, la veste ormai sembrava la proiezione di un’ombra. Silenzio e rullo di tamburi, il Nero prese la mira, giocò di polso con il pugnale, la luce infranta sulla lama. Il braccio alto, lento, il sibilo del metallo, lo schianto nel legno a una spanna dal ginocchio della suora. E ora un altro tiro, un altro pugnale preso dal vassoio che Stefan gli reggeva: e ancora la sospensione, il fischio, il colpo secco. E così via, finché la suora fu contornata di pugnali come una sagoma di gesso.

Il Nero respirò a fondo, si terse il sudore dalla fronte. Poi si girò verso il pubblico in un’esclamazione liberatoria: “E adesso, per favore un applauso! Suora, ci siamo? Anche alla nostra suora che se l’è meritato!”. Applausi e voci scrosciarono e saltellarono come caldarroste in una padella, la suora era ancora inchiodata all’asse finché Stefan, porgendole gentilmente la mano, la aiutò a uscire dalla sua gabbia di lame. Si accingeva a riaccompagnarla alle panche, quando il Nero trafelato la richiamò: “Ehilà! Fermi! Col sangue freddo che ha dimostrato, la nostra suora ha vinto un bel premio! Ecco qui… non si offende vero suora, dopo i dieci minuti che ha passato…” e spiritoso tirò fuori da dietro la schiena un gran rotolo di carta igienica. Tutti risero e applaudirono, anche la suorina fantasiosa che disse: “Lo useremo a scuola” e tornò al suo posto, con il rotolo in mano.

Uscirono ancora gli asinelli, fecero qualche giro nell’arena per dare il tempo di cambiare le scene. L’ultima esibizione era tutta per Stefan: il mangiatore di fuoco. A torso nudo, perfetto nelle proporzioni e nell’incarnato, il ragazzo sorrise al pubblico e si inchinò leggermente con le braccia aperte, come uno yogi; all’indiana aveva anche dei pantaloni bianchi di tela leggera. In una mano gli comparve una torcia accesa, l’altra mano se la portò davanti alla bocca muovendola un po’ come a farsi aria, e poi il braccio che teneva aperto, quello con la torcia, si richiuse lentamente verso il petto, lasciando al pubblico l’effetto di un lungo saluto infuocato.

Stefan aveva il fuoco sul viso, aprì la bocca e la fiaccola accesa vi entrò lunga senza scatti, completando il movimento. Dopo un secondo la estrasse spenta, e lì se ne vide bene la capocchia di stracci, grigiastra, oleosa, smunta, ma docile e pronta a trasfigurarsi in pira seguendo la volontà del suo giocoliere. La metamorfosi infatti si ripeté, e Stefan mangiò il fuoco ancora qualche volta. Poi si fermò, raccolse gli applausi del pubblico incitato dal capocirco. “Ora silenzio!” intimò infine il Nero. “Silenzio e attenzione. Rùllino i tamburi!”. Stefan, ormai annerito e sudato come un macchinista, continuando a sorridere e a tenere la torcia accesa in mano raccolse da terra una fiaschetta avvolta da un panno, con gesto ampio se la portò alle labbra, rovesciò un poco la testa indietro, se ne versò uno, due sorsi in gola. Poi riabbassò il viso dritto davanti alla fiamma, la fronteggiò quasi guardandola negli occhi. Il fuoco e Stefan si sfidavano, si rispettavano con timore reciproco, ma il fuoco era piccolo, e Stefan allora si fece drago, perché si accostò ancora di più alla torcia ma questa volta non la mangiò: ci soffiò sopra e dalla bocca gli uscì una prima vampata enorme, poi ancora una più piccola, un globo di fuoco che svanì nell’aria, e poi un’ultima nell’arena surriscaldata, come una bolla di sapone arancio vivo, un frutto in fiamme, un piccolo sole che rotolò quasi fino al viso di un bambino della prima fila. Stefan sorrise, posò la torcia, raccolse gli applausi. Lo guardavamo tutti incantati.

Con eleganza il ragazzo si inchinò un’ultima volta, e con una piroetta uscì dalla scena. Lo spettacolo era finito. Agli applausi ritmati del pubblico sulle note di una marcetta trionfale tutta la squadra tornò fuori allegramente a compiere un giro di saluto: quel Nero segaligno coi capelli di stoppa, i due asinelli impavesati, il mio bellissimo Stefan a piedi nudi e il piccolo cagnetto vestito da ballerina. Ognuno col suo passo, con le sue zampe: prima camminando, poi prendendo velocità in un giro di corsa, poi ancora camminando e salutando i bambini. E tra quelli c’ero io. Quando Stefan mi fu davanti e mi strinse velocemente le mani bisbigliando “per ricordo”, un po’ di fuoco salì alle orecchie anche a me. Mi guardai nel pugno: era fiorito un fiocco candido di cotone che odorava di benzina, il mangiatore mi aveva regalato il seme del fuoco.

Lo tornai a trovare ancora una volta, il giorno dopo, nella roulotte accogliente. Seppi che era stanco del circo, che avrebbe desiderato comprare un furgone, fare famiglia, dedicarsi ai piccoli trasporti. Io non avevo molta voglia di parlare, temendo la rottura dell’incantesimo. Gli avevo portato anch’io un regalo per ricordo, un piccolo libro che istoriai, lì sul suo letto, con una serie innumerevole di cuoricini.

Rimasi a lungo, poi dovetti andare. Ci baciammo. Da quella sera stessa la mia vita stanziale mi riprese in tutt’altro circo, e dovevo tener duro dall’alba al tramonto. Non riuscii più ad andare da Stefan. Quando poi, molti giorni dopo, ripassai dal viale, mi pare ovvio che il tendone non ci fosse più.

E ciao.


Rumeni. Romanzo di storie di Anna Lamberti-Bocconi
Collana Eretica
120 pagine
ISBN: 978-88-6222-082-8

Commenti

3 commenti to “Rumeni. Romanzo di storie: Stefan”

  1. Barbara X on Giugno 25th, 2009 06:58

    Finalmente sono riuscita a leggere quest’altro brano del tuo lavoro, Anna. Anche stavolta sei riuscita a catturarmi con le atmosfere che descrivi, con questa umanità costretta ai margini ma sempre in cerca di un gancio per approdare a un posto al sole.

  2. lambertibocconi on Giugno 27th, 2009 16:28

    Grazie! Se ti va prendi il libro, così lo leggi tutto insieme. E non lo dico per aumentare di una copia le vendite, ma perché ci tengo che emerga la compattezza del lavoro, che non è una raccolta di racconti, ma proprio, come dice il sottotitolo, un “romanzo di storie”. Ciao Barbara!

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