Resistere a Mafiopoli: si iniziò alzando un pugno ai funerali di Peppino

Resistere a Mafiopoli di Giovanni Impastato e Franco VassiaHo incontrato Giovanni Impastato per la prima volta alcuni giorni dopo l’assassinio di suo fratello. Il 10 maggio, al funerale, l’avevo visto alzare il pugno come a rispondere al coro dei compagni, quasi tutti accorsi dai paesi vicini e da Palermo, che seguivano la bara con i frammenti del corpo di Peppino. Più che un funerale era una manifestazione, un corteo in cui il dolore si animava di rabbia e di voglia di continuare, nonostante tutto.

Il 1978 veniva dopo un ’77 in cui si erano incrociate varie anime: creative, trasgressive, dissacranti. Un anno durissimo, con i morti come Francesco Lorusso a Bologna, Giorgiana Masi e Walter Rossi a Roma, le cariche della polizia, le vittime sempre più numerose delle Brigate rosse. A qualcuno sembrava un nuovo inizio, ma per molti era l’inizio della fine della stagione apertasi nel ’68. Gridare “Peppino è vivo e lotta insieme a noi” era insieme un atto di fede di una religione laica, la condivisione di un dolore e la profezia di una resistenza. Giovanni, accanto alla fidanzata Felicetta, alla madre Felicia e alla zia Fara, rispondeva con il pugno alzato, a manifestare un assenso, una sintonia.

Il giorno dopo c’è stata l’assemblea a Palermo, la presentazione di un esposto alla procura da parte del Centro siciliano di documentazione, nato l’anno prima, e di altri e nel pomeriggio c’è stato il comizio a Cinisi, che doveva concludere la campagna elettorale. Il comizio che doveva fare Peppino con un dirigente nazionale di Democrazia proletaria. Ricordo che a Palermo qualche compagno disse che non era il caso di andarci. La cosiddetta Nuova sinistra era agli sgoccioli, ma certi vizi non avevano nessuna voglia di morire.

Era bastato andare al funerale, condividere un lutto, il comizio invece era un fatto interno a Dp. Anna e io abbiamo deciso di andare, proprio per quello che qualcuno del luogo ci aveva fatto notare durante il funerale: la scarsa presenza di persone di Cinisi e del paese vicino, Terrasini. Pensavamo: se al funerale erano così pochi, al comizio saranno ancora meno. Almeno saremo due in più. E infatti, sotto il palchetto sul corso c’erano pochissime persone. Sul marciapiede di fronte, davanti al bar, c’era un altro gruppetto. Seduti o in piedi, curiosi o soltanto gli sfaccendati del paese che guardavano il passeggio.

Un comizio alle finestre chiuse

Chi farà il comizio? Un compagno di Peppino dirà qualche parola, il compagno di Milano, Franco Calamida, che la mattina aveva partecipato all’assemblea di Palermo, parlerà della situazione politica. Ma chi parlerà di mafia? Mi si avvicina una compagna, anche lei milanese ma da anni in Sicilia, assieme al marito, il perugino Carlo Baioletti, che avevo conosciuto nel mio anno di militanza ad Avanguardia operaia. Si chiama Maria, e solo da poco qualcuno mi ha ricordato il suo cognome, Cuomo. Sa che da anni mi occupo di mafia, che il Centro appena nato vuole occuparsi in particolare di mafia e mi chiede se posso parlare. Dico di sì, mi avvicino ad alcuni compagni di Peppino, chiedo loro cosa pensano che debba dire. Mi dicono: è un omicidio, è stata la mafia, i mafiosi di Cinisi sono arcinoti, il loro capo è Badalamenti, è lui che Peppino attaccava nei comizi, nei volantini, a Radio Aut.

Sono le cose che dirò nel comizio, rivolgendomi a una fila interminabile di finestre chiuse allineate sul lunghissimo corso del paese. E rivolgendomi alle persone che, essendo nato anch’io in un paese siciliano, immagino che siano presenti dietro le imposte sbarrate, dico: se queste finestre non si apriranno, tutta l’attività di Peppino, che avete sentito parlare cento volte da questo palchetto, rischia di essere inutile. Le finestre non si sono aperte. Ma da quel comizio, non previsto, nascerà una storia che ha una parte decisiva nella vita mia, di Anna, del Centro.

Il 16 maggio la madre di Peppino e il fratello Giovanni presentano un loro esposto alla procura in cui dicono che si tratta di un omicidio e fanno il nome di Badalamenti. La madre l’hanno convinta due avvocati e fino ad allora non avevo incontrato né lei né Giovanni. Tutto comincia da quella scelta di rottura con la parentela mafiosa (lo scoprivo solo allora che Peppino era di famiglia mafiosa) e da quel giorno a batterci per salvare la memoria di Peppino dalla montatura che lo voleva terrorista e suicida, per ottenere giustizia, saremo in tre: i familiari, i compagni di Peppino, noi di Palermo. Ai primi di luglio il Comitato di controinformazione costituitosi presso il Centro pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, in cui ricostruiamo la vicenda umana e politica di Peppino, riproduciamo la seconda stesura della lettera in cui manifesta la sua disperazione e dice di voler abbandonare la politica (stralci della prima stesura li aveva pubblicati il “Giornale di Sicilia” e le espressioni, impietosamente crude, usate da Peppino che scriveva di volere abbandonare la politica e la vita, hanno avallato la tesi ufficiale del suicidio), apriamo il dibattito sulla mafia, più concretamente sulla borghesia mafiosa, finora poco frequentato dalla Nuova sinistra, se si tolgono noi del circolo Lenin prima e del Manifesto dopo, cresciuti alla scuola di Mario Mineo.

Lanciamo l’idea di una manifestazione nazionale contro la mafia, che si terrà il 9 maggio del 1979, nel primo anniversario dell’assassinio di Peppino. Andiamo in giro per l’Italia per prepararla, con il solo sostegno di Democrazia proletaria, e più volte abbiamo incontrato facce che esprimevano insieme solidarietà umana e incomprensione culturale e politica: la mafia, ma c’è ancora, e non è solo un fatto vostro, siciliano, perché una manifestazione nazionale? Comunque vennero in duemila e per noi fu un successo, anche se non ne parlò la televisione (la mafia farà notizia solo dopo il delitto Dalla Chiesa e le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino) e non ne parlarono neppure “l’Unità” e “il Manifesto”.


Resistere a Mafiopoli – La storia di mio fratello Peppino Impastato di Giovanni Impastato e Franco Vassia
Collana Eretica Speciale
176 pagine
ISBN: 978-88-6222-086-6

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