Mille: quei ragazzi che andarono con Garibaldi

Mille. Quei ragazzi che andarono con Garibaldi di Giuseppe BandiC’è una grande differenza tra il Bandi che scrive queste memorie e il Bandi che partecipa agli avvenimenti descritti. Quello è il padrone dell’informazione della città di Livorno: proprietario di uno dei due giornali e direttore dell’altro; questo è un giovane ventiseienne disposto a dare la vita per combattere i tiranni che ancora scorrazzano per quell’Italia che Giuseppe Mazzini ha prefigurato e Giuseppe Garibaldi vuol costruire in concreto.

In mezzo ci sono trentaquattro anni in cui la giovane testa calda fa in tempo a provare il carcere del Granduca, la seconda guerra d’indipendenza, una prima avventura con Garibaldi al fosso della Cattolica, pronto a schioppettare i “soldatelli del pionono”, la diserzione dall’esercito piemontese, l’avventura in Sicilia, la terza guerra d’indipendenza, la prigionia in Croazia. Poi – non ha ancora trentasei anni – la sua vita prende una piega diversa: imbocca la carriera giornalistica, diviene il monopolista dell’informazione livornese, e dai suoi giornali difende la borghesia e i suoi interessi; combatte contro i socialisti e gli anarchici, a tal punto che uno di questi lo uccide quando non ha ancora compiuto i sessant’anni.

La trasformazione pare inspiegabile, o forse no, è normale, capita a molti giovani, è la stessa che si ripeterà in infiniti casi, fino ai nostri giorni, tracciando la parabola di tanti uomini rivoluzionari a vent’anni e conservatori a quaranta, che a venti combattono con ogni arma a disposizione quella borghesia che a quaranta difenderanno con il loro lavoro.

Ma chi è questo Giuseppe Bandi, ventiseienne tenente dell’Armata Sarda, che, ripromettendosi di scrivere personalmente al re le ragioni della sua momentanea diserzione, con la sua divisa turchina sale sul Piemonte assieme a Garibaldi ed a altri mille giovani, ognuno con una divisa diversa, ma tutti come lui decisi a liberare dal tiranno Borbone la Sicilia e l’Italia meridionale? Che cosa hanno in testa? Quali sono le motivazioni che li spingono? Hanno degli ideali politici? Si possono in qualche modo definire “di sinistra”? Oppure “di destra”? Sono forse i nonni dei partigiani della seconda guerra mondiale o forse i padri degli avanguardisti che marceranno su Roma nel ventidue? La domanda, apparentemente provocatoria, non lo è affatto, visto che ambedue le parti invocheranno i garibaldini come loro esempio di ideali e di azione, e se è vero, come Mario La Ferla ha mostrato in un recente saggio, che Ernesto Che Guevara ha avuto e ha tuttora ammiratori anche nelle file della destra estrema e fascista.

Ma perché si erano messi in testa proprio di liberare la Sicilia? Sapevano almeno dove fosse? Ed erano sicuri che i siciliani patissero il giogo della tirannia del Borbone? Era quella una vera tirannia? Sapeva il Bandi che tipo di sovrano fosse Francesco II, due anni più giovane di lui, un ragazzino, che infatti chiamavano Franceschiello? Era un tiranno? O magari era più simile all’ultimo granduca, a Leopoldo II, detto “Canapone”, appena cacciato dai Toscani, dimentichi, almeno a suo dire, delle buone cose che aveva fatto, come le bonifiche in Maremma? Solo pochi garibaldini istruiti hanno una qualche conoscenza della Sicilia, ma è conoscenza scolastica, fatta di luoghi comuni e di stereotipi, come racconta un altro giovane garibaldino, Giuseppe Cesare Abba:

Per la maggior parte delle camicie rosse la Sicilia è: i prigionieri di Nicia liberati dai Siracusani, dopo che questi ebbero sentito cantare i cori greci … la piazza di Palermo, dove fu fatto l’autodafè di fra Romualdo e di suor Gertrude … l’anno della fame, 1’11, quando la gente si nutriva di certe mandorle grosse come un pollice, portate di lontano… di lontano… dalla Sicilia … una terra che brucia in mezzo al mare.

Se seguiamo molti di loro, dopo l’avventura in Sicilia, li troviamo in giro per il mondo, a cercare furiosamente altri tiranni da combattere, ed altri
popoli da liberare, come per esempio Francesco Nullo che combatterà nella lontanissima Polonia per liberarla dal giogo russo, e morirà trafitto da un proiettile cosacco.

Allora io credo che se vogliamo trovare una vera e autentica motivazione di questi giovani che presero il mare con Garibaldi e riscontrare le affinità
con altri giovani, che prima e dopo di loro vissero simili vicende e provarono simili entusiasmi, dobbiamo limitarci – ma è solo un modo di dire – alla loro incredibile e irrefrenabile voglia di menar le mani, di rivoltare l’ordine costituito, di proclamarsi possessori delle loro vite, fondatori di nuove nazioni che dovrebbero nascere, e che li avrebbero rappresentati prima di tutto per quell’animo nobile e valoroso che li contraddistingue e li separa dalla borghesia vecchia, antiquata, ottusamente legata ai propri benefici e privilegi, una classe inutile e dannosa che va sconfitta e tolta di mezzo.

Non sembri poco ciò, perché per queste ragioni quei giovani furono pronti a morire. Pronti a morire saranno altri giovani, di tutti i tempi e di tutte le nazioni, uniti da quella voglia di menare le mani e buttare tutto all’aria che spesso verrà chiamata rivoluzione, ma che quasi mai produrrà effetti duraturi se non sarà accompagnata dal consenso, dall’appoggio di quella borghesia che sembrava il nemico da combattere. Senza quest’ultimo contributo, la rivoluzione termina presto, si affievolisce e quei giovani sono ricondotti negli alvei tranquilli dalla patria, del rispetto, dell’amore, dell’opportunità e della sopportazione, in una parola entro le categorie più care alla borghesia.

Ma almeno questa voglia di rivoluzione costituisce un’esperienza straordinaria ed insostituibile per i giovani, che senza di essa giovani non potranno dire di esser stati e che con essa potranno affrontare con entusiasmo e passione la loro maturità.

Altrimenti non si spiega come un Bandi ormai quasi sessantenne ritrovi lo spirito giovanile e, invece «di riposarmi e di trascorrere in panciolle, sotto la bell’ombra de’ tendoni di queste liete spiagge livornesi, gli atroci giorni di sollione», si metta a scrivere questo libro, che è un’incredibile ed ancora freschissima cronaca quotidiana di quella bella avventura.


Mille. Quei ragazzi che andarono con Garibaldi di Giuseppe Bandi
Con note di Luciano Bianciardi
Collana Eretica Speciale
400 pagine
ISBN: 978-88-6222-083-5

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