Rasta Marley: il ritmo del Reggae è quello del cuore
Comincio con un’immagine recente: molti degli studenti che nei mesi scorsi hanno protestato contro la riforma Gelmini indossavano delle magliette con il ritratto di Bob Marley. E pensare che quei giovani non erano neanche nati quando il simbolo del Reggae conquistava con la sua voce, con il suo Reggae e con il suo messaggio lo scenario della musica internazionale. Quelle magliette hanno dimostrato ancora una volta quanto la figura di Marley sia passata da una generazione all’altra. Quanto le sue canzoni siano diventate una parte importante e fondamentale della musica popolare contemporanea, e quindi anche e soprattutto della nostra colonna sonora.
Recentemente, Chris Blackwell – il fondatore della casa discografica Island Records che giocò un ruolo decisivo nella travolgente ascesa del celebre artista giamaicano – ha dichiarato:
Marley è ancora tremendamente attuale ed è molto più popolare oggi di quanto lo fosse quando era in vita. Questo dimostra in maniera incontestabile il trionfo del suo talento. Il suo è un messaggio universale che ha superato di slancio qualsiasi differenza, qualsiasi barriera. Marley è stato unico. È unico.
Ha ragione, Chris Blackwell. Prima non c’era stato uno come Marley. E probabilmente non ci sarà più un altro come lui. Un piccolo uomo che guardava tutti negli occhi. Un musicista in grado di immaginare e comporre canzoni che conquistano fin dal primo istante, fin dalla prima battuta. Un uomo semplice e diretto. Un lavoratore infaticabile. Uno che aveva conosciuto la povertà, la miseria e la paura. Un ribelle che si scagliò contro il razzismo. Un mistico che sognò un trionfale ritorno a casa, in Africa, in Etiopia, per tutta la sua gente.
Continua
Resistere a Mafiopoli: oggi a Cinisi
Giovanni parla di Cinisi degli ultimi anni e parla di mafia. Non sono più i tempi d’oro del traffico di droga diretto da Badalamenti ma non è affatto vero che a Cinisi e dintorni la mafia non ci sia più e si sia imboccata la strada della legalità. (A proposito: legalità è un termine ampiamente abusato, non solo nelle attività all’interno delle scuole, e che rischia di essere un alibi e un bluff se ci si ferma al solo aspetto formale: anche le leggi razziste di Hitler e Mussolini erano legalità e lo sono anche le leggi ad personam di Berlusconi. Se proprio non si vuole cambiar termine, bisognerebbe almeno aggiungervi “democratica”, a sottolineare la prevalenza dei contenuti sulle forme, la rispondenza delle leggi ai principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge).
Dopo gli arresti dei Lo Piccolo e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, il quadro risulta chiaro: la mafia da quelle parti c’è sempre e la rete di collusioni e di complicità è abbastanza fitta ed estesa. E ci sono nomi nuovi ma pure vecchi, come i Lipari di cui parlava Peppino. Il guaio è che con la morte di Peppino e le riflessioni di alcuni compagni subito dopo, l’attività che una volta si diceva di “controinformazione” si è data alla latitanza. Lì, come altrove.
Fa bene Giovanni a riprendere un discorso in larga parte interrotto, ma il quadro in questi trent’anni è profondamente mutato. Se Cosa nostra, l’ala propriamente criminale della mafia, dopo il delitto Dalla Chiesa e dopo le stragi del ’92 e ’93, ha ricevuto dei colpi abbastanza duri, il modello mafioso che lega crimine, accumulazione e potere, il sistema di rapporti, su cui si fonda un blocco sociale egemonizzato dai soggetti illegali e legali che formano la borghesia mafiosa, gode di ampio consenso. Il voto per personaggi come Cuffaro e dell’Utri, nonostante le condanne che hanno avuto anche se solo in primo grado, lo dimostra e getta un ponte dalla Sicilia alla Lombardia. La responsabilità politica di cui parlava una relazione della Commissione antimafia del 1993, a ridosso delle stragi, è rimasta sulla carta e le forze politiche si sono ben guardate dal darsi dei codici di autoregolamentazione.
Continua
De Bello Fallico: “Florilegge” di Maria Virgilio, avvocata
(Ovvero il florilegio della legge: parliamo di tecnica legislativa e verifichiamo se la legge nuova è migliore della precedente)
- Condiviso da tutte/i l’inserimento delle norme contro la violenza sessuale tra i delitti contro la persona. Ma non c’era di meglio che collocare le norme dopo il reato «perquisizione e ispezione personali arbitrarie» nel capo che tutela la libertà personale, intesa nel senso di corporeità fisica?
- L’accorpamento in un’unica figura (discutibile e poco chiara) di «atti sessuali» della vecchia «congiunzione carnale» e degli «atti di libidine violenti» mira a evitare le domande penose per la parte offesa; ma spingono in senso contrario sia la troppo ampia forbice di pena offerta alla discrezionalità punitiva del giudice (da 20 mesi a 10 anni) sia la previsione dell’accertamento anti-Aids che è obbligatorio in tutti i casi in cui le modalità del fatto possono prospettare un rischio di trasmissione della patologia, e dunque obbliga il giudice a una accurata indagine sulle modalità del fatto.
- A parte l’accorpamento, la definizione della violenza sessuale non si discosta da quella del Codice Rocco: resta ancora impostata sulla modalità della violenza e minaccia, nonostante le diverse sollecitazioni a superare quella definizione a favore della mancanza di consenso. Il verbo usato per descrivere la condotta del reato era, nel Codice Rocco, «costringere» (a congiunzione carnale) o «commettere (atti di libidine) su». Oggi solo «chi costringe o induce ad atti sessuali». Così si è aperto un vuoto di tutela ove il vecchio regime puniva l’abuso sessuale di persona già incosciente per cause indipendenti dal fatto dell’attore. E adesso? Come potrà dirsi che vi sia induzione – e dunque reato – nel fatto del sanitario che abusi sessualmente di un paziente in coma? Né è stata colmata la lacuna, presente nel Codice Rocco, di chi tragga in inganno la persona offesa, non sostituendosi ad altra persona, ma attribuendosi un falso stato o false qualità: per esempio fingendosi medico.
Nefertiti: senza di lei era un re morto, senza Verità né Bellezza
Era seduta sul greto del fiume Nilo come una contadina qualsiasi. I piedi immersi nell’acqua, le braccia affusolate nude, assorbiva il sole di un freddo giorno invernale. I suoi pensieri vagavano in mille direzioni.
La sua vita era giunta a una svolta, non per sua scelta né per la situazione: aveva dovuto reagire. Le donne odiano quel tipo di compulsione, quando si trovano ad agire in modo innaturale, contro i normali tempi e ritmi della vita, ma agiscono lo stesso, con efficienza, spesso senza possibilità di ritorno. Per tutto l’arco del suo regno, la sua vita era stata in pericolo ogni giorno, protesa in ogni istante della sua azione di governo contro lo status quo del mondo. Dopo anni di lenta reazione contro il Potere del Sole, l’equilibro delle forze si era rovesciato.
Aveva donato alla dinastia sei figlie. Con la nascita della terza, pensava a un potere di sole donne: senza padri né mariti né figli maschi. Generò altre tre figlie e nemmeno nel suo intimo più segreto sapeva chi fossero i loro padri. Semplicemente, rifiutava di saperlo. Oggi non si curava più del passare dei giorni. La sua vita era stata ricca e appagante; non nutriva più speranze né aspettative. Il suo futuro sarebbe stato un ininterrotto sforzo a non lasciarsi andare. Una vita senza un erede maschio su cui contare, ma con molti uomini da temere. Un’altra anomalia da sommare alle tante del suo destino.
Continua
I Mille: da Genova a Marsala
Vuoi tu, dunque, amico caro, ch’io ti racconti quel che videro i miei occhi ed udirono i miei orecchi nell’avventurosa corsa che facemmo da Genova a Marsala ne’ primi giorni di maggio del 1860, quando saltò in testa a Garibaldi il ticchio di fare quella che parve da principio una gran pazzia, e fu giudicata di poi opera egregia e principalissima tra le sue più belle?
Io, pel bene che ti voglio, non ho il cuore di risponderti: no; ma t’ammonisco di non pretendere da me più che non possa darti un modesto gregario di quella schiera; il quale ascriverà a sua ventura se per la grande dimestichezza in cui lo tenne a que’ giorni (per sua benevolenza) il duce dei Mille, potrà narrarti qualche coserella, che non si trova nelle moltissime storie che de’ suoi casi si scrissero e si scrivono oggi più che mai.
Però non aspettarti da me se non una semplice e breve narrazione, senza ombra di pretesa e senza nugole di filosofia; racconto a te come racconterei a’ miei figlioletti, nel cantuccio del focolare, in quelle serate d’inverno, nelle quali si novella patriarcalmente, more majorum. Né ti dorrai se il mio racconto ti parrà smilzo, perché faccio proposito di non raccontare se non quel che vidi ed udii; e tu capirai bene che io non potevo aver occhi ed orecchi per vedere ed udir tutto. Ma sii certo che io non aggiungerò una frangia alla nuda e santa verità, e mi guarderò scrupolosamente dallo spigolare le storie vecchie e nuove; per la qual cosa, non ti mettere in capo d’aver da me un briciolo di più di quel che sta scritto fra gli scarabocchi del mio taccuino, che han già passati gli anni della coscrizione.
Questa avvertenza che faccio a te, la faccio ancora ai lettori, alla carità de’ quali mi raccomando quanto so e posso, ed ai quali pure io rivolgo questo timido esordio, acciò non s’abbiano a ripromettere da me grandi cose e magnifiche, che non si trovano nella mia bisaccia.
Continua
Rumeni. Romanzo di storie: Stefan
Il sole e il sonno venivano dalla stessa matrice, una meridiana in mezzo alla fronte, l’ultima eco di una campana sul viale alberato che imitava gli Champs Elisées. Scivolavo avanti per inerzia, lo sguardo a terra che seguiva la primavera, qualche ranuncolo fra le macchine parcheggiate, qualche ciuffo d’erba più folto in quella prateria di città. Non c’era motivo per alzare la faccia ma a un certo punto mi capitò, forse per sperimentare un cambiamento di stato.
La visione fu angelica, picaresca, straniante. Due asinelli al pascolo legati per una corda macchiavano la strada di grigio latteo, quasi immobili, come fantasticati di qua di là dalle macchine, nel midollo del viale. Da tanta stupefazione non osavo staccare gli occhi, ma poi dovetti, anche a costo di infrangere la magia, per vedere se il resto del mondo fosse rimasto al suo posto. Accarezzai un asino, guardai oltre. Nella fuga prospettica del giardino, dopo me e i due animali adesso c’era anche una roulotte, di quelle vecchie, bombate. Vidi il portello che lentamente si apriva, d’improvviso ebbi paura, mi immaginai Mangiafuoco. Voce d’uomo dietro la latta. “Ecco è finita, ora mi fa fuori”, pensai.
“Cerchi qualcosa?”.
“No, ho visto gli asini…”.
“Sono miei”, e ora la roulotte è aperta, il tipo è in piedi nel rettangolo smateriato. Accidenti, è James Dean!
Si chiamava Stefan Popescu e aveva un bel po’ di ruoli in un piccolissimo circo di cui gli asini costituivano tutto il serraglio. Io gli dissi che ero poetessa. Mi piaceva molto. Tornai a trovarlo il giorno dopo.
Continua
Resistere a Mafiopoli: salvare una memoria e pretendere giustizia
Con Felicia, con Giovanni, con Felicetta sua moglie, con i compagni di Peppino, quelli rimasti in piedi e sul posto (altri presero la via dell’emigrazione, come Vito Lo Duca, il compagno edile che ci ha lasciato da alcuni anni, come pure ci ha lasciato Fanny Vitale; altri scelsero altre strade, qualcuno adesso è a Forza Italia), si era stabilito un rapporto quasi quotidiano. E sarà un rapporto fruttuoso, anche se i frutti tarderanno a venire.
Per anni a ricordare Peppino saremo in pochissimi, ma la sua memoria sarà salvata e sarà collegata all’attività di analisi e di ricerca del Centro, che scava dentro il fenomeno mafioso e ricostruisce una storia dell’antimafia sconosciuta e dimenticata. Nel 1986 pubblicheremo la storia di vita di Felicia nel libro “La mafia in casa mia”, che farà riaprire l’inchiesta; Salvo Vitale scriverà una biografia di Peppino che è storia di quella stagione, riusciremo a portare Badalamenti e il suo vice al processo e saranno condannati. E quello che non siamo riusciti ad ottenere in sede giudiziaria, lo otterremo con una relazione della Commissione parlamentare antimafia che è un fatto storico: per la prima volta si dice che rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura hanno depistato le indagini e coperto i mafiosi.
Non era mai accaduto. Proporremo che si faccia la stessa cosa per le stragi impunite, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana e alla stazione di Bologna, ma la proposta non sarà accolta. E su questa strada incontreremo magistrati come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Renato Grillo, Gian Carlo Caselli, Franca Imbergamo, politici come Giovanni Russo Spena, che ha presieduto il Comitato sul caso Impastato, come Beppe Lumia che presiedeva la Commissione antimafia, e pochi altri. Oggi possiamo dirlo: quella per Peppino Impastato è una battaglia vinta, un caso più unico che raro per quei tempi e per come si erano messe le cose poche ore dopo il delitto.
Continua
De Bello Fallico: il partito-delle-donne, la legge-delle-donne
Secondo il quotidiano La Repubblica, il “partito” nasce il giorno in cui, sotto i riflettori della TV, una sfilata di deputate annuncia di aver elaborato un progetto unitario. Il partito si presenta nel suo nucleo d’acciaio: Alessandra Mussolini di AN, Giovanna Melandri, progressista, Carla Mazzuca del Patto Segni, Rita Comiso di Rifondazione Comunista, Tina Lagostena Bassi di Forza Italia, Rosa Russo Jervolino dei Popolari, le pidiessine Anna Finocchiaro, Alberta De Simone, Carol Beebe Tarantelli, Livia Turco e altre.
Di lì a pochi giorni si aggiungeranno altre ancora e si arriverà al “gruppone” delle 74 sostenitrici della legge-delle-donne. Il testo inizierà il suo iter, con procedura d’urgenza, nella commissione Giustizia con funzione redigente. Vuol dire che il testo che uscirà da quella sede non potrà essere emendato in aula ma solo approvato, o bocciato, articolo per articolo, e poi complessivamente. Bella mossa. Il partito-delle-donne sa che la legge-delle-donne deve partire e procedere blindata. È il modo, per le deputate, di garantirsi la supremazia nella commissione redigente e di assicurarsi che non si verifichino, nel momento in cui il testo andrà in aula, quei tumulti e trabocchetti che sempre, alla fine, hanno insabbiato la riforma del Codice Rocco.
E per affrontare le trappole al Senato, si affideranno a un pressing ben organizzato. Infatti il testo presentato alla stampa il 23 maggio 1995 è quasi uguale a quello che, dopo l’estate, uscirà dalla commissione redigente e che, sei mesi dopo, verrà approvato definitivamente dal Senato. Questo testo, vedremo, susciterà molte perplessità tra deputati e senatori. Qui ve lo presento, nella versione approvata e nei punti essenziali. Senza commenti. Perché li lascio a Maria Virgilio, avvocata in Bologna.
Continua
I Mille e un uomo del destino venuto da un altro mondo
Questo libro, il racconto delle avventure dei mille ragazzi che si imbarcarono a Quarto con Garibaldi e andarono a liberare la Sicilia e l’Italia meridionale, un giorno capita tra le mani di Luciano Bianciardi bambino: glielo dà il padre Atide, timido ed oscuro cassiere di banca, ma mazziniano e patriota nell’animo. Forse questo è l’unico libro di Luciano che non subisce la sorte che tocca agli altri libri non scolastici, quella di essere chiusi a chiave dalla madre maestra Adele, all’inizio dell’anno scolastico e sottratti così a ciò che possa diventare fonte di distrazione per il povero figliuolo.
Luciano legge e rilegge le imprese del suo conterraneo Bandi, lo ammira e sogna di essere anche lui un garibaldino. Non può sognare Salgari, Verne o Dumas, chiusi nell’armadio ed allora i garibaldini e Garibaldi sono i suoi eroi, che non lo abbandoneranno mai. Eroi che non si stanca di ritrovare in tutti i luoghi ove mette i piedi, anche nell’esilio di Nesci-Rapallo ove ogni mattina calpesta la quarzite di Sanfront, proprio quel Sanfront che il Savoia mandò a fermare il Bandi e Garibaldi sul fosso della Cattolica perché non “schioppettassero il pionono”.
Così Luciano ha una visione di Garibaldi eroica, rivoluzionaria, giovanilista, forse addirittura fumettistica, che lo permea di sé; una visione che mal si adatta alla storiografia ufficiale del suo tempo, ed anche del nostro, che vuol assegnare a Garibaldi e ai suoi ragazzi un ruolo e una missione che li inquadri nella storia e nelle vicende politiche italiane, prima come antesignani di color che marciarono su Roma, e poi i padri spirituali di coloro che dalle montagne spararono sui tedeschi inferociti e sugli ultimi irriducibili fascisti sbandati, quei garibaldini che avevano già la camicia rossa e quindi dovevano per forza appartenere a una parte politica ben definita.
Continua
Nefertiti: la bella è qui
Jasmina Tesanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa del Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti. Avendo io sposato Jasmina, l’ho vista scrivere questo libro. Mi sono accorto che è stata costretta a farlo, forse perfino segretamente ossessionata da un bisogno irresistibile.
Potrei fornire tante spiegazioni sul perché l’abbia scritto quest’opera, ma ne esiste una, credo, che ha molto senso per il pubblico italiano. Jasmina è nata nella ex Yugoslavia: in uno stato comunista eretico, un’utopia fallita. Mentre il comunismo italiano è tuttora molto vivo – a Torino, la mia città preferita, lo constato tutti i giorni – la Yugoslavia scomparsa è uguale all’antico Egitto. La Yugoslavia di Tito una volta mandò una bambina, Jasmina Tesanovic, a vivere nell’antica terra d’Egitto. La Yugoslavia e l’Egitto una volta erano amici per la pelle.
Oggi qui, nel Ventunesimo secolo, abbiamo dimenticato che una volta lì c’era il secondo Terzo Mondo. Il Primo Mondo era la Nato coi suoi satelliti. Il Secondo Mondo era il Comintern, il Patto di Varsavia. Il Terzo Mondo era la povertà del Sud, “le nazioni in via di sviluppo”, ma una volta c’era un Terzo Mondo diverso. Questo mondo era il Movimento dei Non Allineati, che comprendeva Egitto, Yugoslavia, India, Ghana e Indonesia. Questo gruppo di nazioni non accettava la bipolarità bianco-nero della Guerra Fredda. Erano testimoni infelici della corsa all’armamento nucleare, dei gulag, della “Coca-Colonizzazione” e rifiutavano apertamente tutto ciò.
Continua
Rumeni. Romanzo di storie: Kostel
Non pensavo che un ragazzo così bello facesse cilecca a letto. Venuto da un vicolo sul Mar Nero a una birreria di qui portando un sorriso che apre tutte le porte, chi sei dentro, Kostel, quanta paura hai? Mi sono incapricciata di te da quei tavoli della noia e della birra, non la mia noia e la mia birra: ma quella di tutti, che ognuno va a bere nel tardo pomeriggio, fra il primo e il secondo tempo del proprio horror. Fra il giorno e la sera per molti c’è in mezzo il bar.
Mi piacevano il tuo viso e il modo svelto con cui mi davi il bicchiere, soprattutto quando uscivi dal bancone per portarmelo. Ho gioito quando scherzando mi hai tenuto le mani e poi mi hai chiesto il numero di telefono, ed eri più sincero che sfacciato, mi è parso.
Allora questa sera esco con il barista rumeno. E poi ci baciamo. E poi viene a casa mia. Nell’urgenza che ha di spogliarmi si intuisce già la sua corsa. La bocca è virile ma l’animo è di un ragazzino, you kiss just a-like a man. A me convince la tua bellezza e commuove l’affermazione di vita, ma tu che cosa cerchi? Mi bruci addosso perché sai che bisogna scopare o perché non hai più una madre, un amico, né tantomeno hai mai avuto una donna intera? Per tutto ciò mi stringi come un assetato, mi guardi timido e pazzo, e metti il preservativo quasi con sollievo, così ti stacchi un attimo, come se fossi in autostrada, a guidare un camion, come se fossi padrone di te stesso.
“Piano Kostel, sei bello, ecco, così mi piaci…”. Non faccio fatica ad amarti nel minuto che dura questo lampo, questo quadratino di cioccolata liquefatto all’istante su una lampada accesa.
Kostel viene, ed è talmente cinto d’alloro dagli dèi del bello che non suda, non arrossisce, non si inturgidisce sul collo. Però è mortificato dalla brevità dell’atto, si arrabbia da solo, reagisce male. Offeso si gira, credo che finga di addormentarsi, oppure dorme davvero, per rabbia, per la fine troppo ansiosa del suo momento di riscatto.
Continua
Resistere a Mafiopoli: si iniziò alzando un pugno ai funerali di Peppino
Ho incontrato Giovanni Impastato per la prima volta alcuni giorni dopo l’assassinio di suo fratello. Il 10 maggio, al funerale, l’avevo visto alzare il pugno come a rispondere al coro dei compagni, quasi tutti accorsi dai paesi vicini e da Palermo, che seguivano la bara con i frammenti del corpo di Peppino. Più che un funerale era una manifestazione, un corteo in cui il dolore si animava di rabbia e di voglia di continuare, nonostante tutto.
Il 1978 veniva dopo un ’77 in cui si erano incrociate varie anime: creative, trasgressive, dissacranti. Un anno durissimo, con i morti come Francesco Lorusso a Bologna, Giorgiana Masi e Walter Rossi a Roma, le cariche della polizia, le vittime sempre più numerose delle Brigate rosse. A qualcuno sembrava un nuovo inizio, ma per molti era l’inizio della fine della stagione apertasi nel ’68. Gridare “Peppino è vivo e lotta insieme a noi” era insieme un atto di fede di una religione laica, la condivisione di un dolore e la profezia di una resistenza. Giovanni, accanto alla fidanzata Felicetta, alla madre Felicia e alla zia Fara, rispondeva con il pugno alzato, a manifestare un assenso, una sintonia.
Il giorno dopo c’è stata l’assemblea a Palermo, la presentazione di un esposto alla procura da parte del Centro siciliano di documentazione, nato l’anno prima, e di altri e nel pomeriggio c’è stato il comizio a Cinisi, che doveva concludere la campagna elettorale. Il comizio che doveva fare Peppino con un dirigente nazionale di Democrazia proletaria. Ricordo che a Palermo qualche compagno disse che non era il caso di andarci. La cosiddetta Nuova sinistra era agli sgoccioli, ma certi vizi non avevano nessuna voglia di morire.
Continua
De Bello Fallico: donna-persona. Punto
Nella XII legislatura, quella iniziata con “l’era Berlusconi”, proseguita con il “ribaltone” dei perdenti alle elezioni del ’94, con il governo del tecnico Dini e con i tentativi di “governissimo”, il risveglio. Le proposte che vengono presentate, a inizio legislatura, sono prevalentemente di iniziativa femminile e hanno due punti in comune. Il primo è scontato: spostano il reato sotto il titolo dei delitti alla persona. Il secondo è una novità: a fronte dell’unificazione del reato (sparisce la differenza tra «congiunzione carnale» e «atti di libidine violenti») aumentano il minimo e il massimo delle pene. Il record va alla proposta di Giovanna Melandri e Sesa Amici (sinistra): da otto a 13.
Mentre la proposta firmata da Tina Lagostena Bassi (la famosa “avvocato delle donne”, passata a destra) prevede da quattro a 13, aumentabile di un terzo con le aggravanti. Il super record però va a Carla Mazzuca (Patto Segni) con l’ergastolo per il violentatore di un minore di 10 anni. L’aria che tira è “punire è bello” e chi non la pensa così rischia di passare per un residuo organico della cultura permissiva.
Il fatto è che alzare le pene, a fronte di una definizione di reato che consiste nel nominare gli «atti sessuali» estorti con minaccia o abuso, è una scelta irresponsabile. Ho già detto di aver cambiato idea sull’unificazione del reato, cardine della proposta della legge di iniziativa popolare. Allora ero d’accordo, per ragioni di gusto e sensibilità. A nessuna fa piacere immaginare un giudice che, per comminare una pena, deve appurare se c’è stata «congiunzione carnale» o no, il pene è entrato o non è entrato, se costringere una/uno a eseguire un rapporto sessuale orale è un atto di libidine o di più. Per sdegno politico, per ragioni ideologiche, di ideologia femminista, pensavo anch’io, tanti anni fa, che spetti solo alla vittima la definizione di ciò che ha subìto.
Continua
Gran Torino / 3
Il corteo si mosse e si snodò per le vie della città, fino a giungere in via Marconi. Davanti iniziava la zona rossa, con le sue barriere e i suoi cani in difesa del Palazzo del Valentino, la sede del G8 dell’università. Davanti a tenerlo unito c’erano i cordoni del servizio d’ordine con il compito di compattare. Due file di compagni avanzavano, frontali verso la celere, mentre altre due squadre chiudevano le strade laterali fronteggiando polizia e carabinieri. Malcolm stava nei dintorni a guardare.
Lo scontro iniziò furioso. Fumogeni, gas lacrimogeni, manganellate, estintorate, ma soprattutto volavano pietre. A lanciarle ragazze e ragazzi, lui era già mezzo intossicato, lo sguardo gli finì proprio sopra un bel mucchietto di sampietrini che sembravamo messi lì apposta. Tra i conati di vomito e il respiro che mancava, Malcolm ne aveva raccolti due, erano perfetti. Il cuore batteva a tremila, il lanciò fu come liberarsi dall’ossessione di voler diventare un nuovo Lucarelli. Che cazzo! È qui la vera paura… Dopo il tentativo di sfondamento i cordoni d’attacco avevano ripiegato dove si era attestato il corteo, che composto li aspettava. La sassaiola non si fermava, nessuno la poteva fermare, si trovavano sassi ovunque e tutti li raccoglievano e li lanciavano, non esistevano più buoni e cattivi, le pietre piovevano sulla polizia.
I celerini provarono a entrare dal lato destro, ma non furono abbastanza decisi, arretrarono e infine si ritirarono. I manifestanti si resero conto che non erano imbattibili, li caricarono e quelli fuggirono sotto i colpi dei sassi. La sindrome di Genova era guarita. L’onda li aveva travolti, una mareggiata li aveva spazzati via.
Continua
Due: addio a Daniele Turchi e Angelo Quattrocchi
Se ne sono andati in due, a distanza di qualche ora. In posti diversi. Loro non si conoscevano. Io li conoscevo bene e ho conservato per loro, ben oltre le diverse strade che abbiamo imboccato per le nostre attività pubbliche, un affetto profondo, oltre a stima enorme.
Uno è Daniele Turchi. In anni lontani, quei favolosi anni Settanta, Daniele assieme a Silvano e a Marina, nel loro affollato studiolo sopra la fermata Cavour del metro romano, avevano dato la prima impronta visiva a Stampa Alternativa: il primo logo, quello dell’enorme foglia di marijuana esibita dal braccio “Stampa Alternativa”. Con Daniele complottammo per realizzare libri memorabili. Per tutti ricordo L’Astrolabio che, per descriverlo, dovrei scrivere a mia volta un libro (cosa che mai farò, naturalmente). E poi la rivista “CART”, CART per cartolina, per parlare della storia e della cultura delle cartoline. E poi non posso non ricordare Farsi un libro, realizzato grazie anche alla sua preziosa collaborazione e intelligenza.
L’altro è quel furetto, egocentrico, ma anche visionario e generoso, di Angelo Quattrocchi. Con lui, sempre nei primi anni Settanta, anni furiosi per creatività e fantasia, giornali, campagne e feste di piazza, fino a quella provocante LISTA HIPPY, con lo slogan “Hippy vince perché ride”, alle elezioni politiche. A un certo punto gli prese male, forse temendo che gli facessi ombra (non m’ha sfiorato mai l’idea). Varie volte ci siamo poi incrociati con il sorriso tra le labbra, riappacificati.
Se ne vanno, per malattia estrema, giganti della cultura e comunicazione che hanno segnato, ognuno in maniera diversa e particolare, anni straordinari.
Ciao Daniele. Ciao Angelo.









