Le tigri di Telecom e l’acquisto del silenzio

Le tigri di TelecomIl 1° aprile 2009 è stato pubblicato un nuovo dispaccio della newsletter dell’agguerrito “Duke of Wellington”, pseudonimo di uno dei più attivi e agguerriti esploratori delle magagne di casa Telecom, personaggio che deve il suo nome proprio al controverso episodio legato al Top Manager Luca Luciani.

Tra le varie informative su ruberie, baronati e raccomandazioni una notizia interessante anche sul fronte del maxi-processo Telecom. L’argomento prende spunto da una lettera che è stata inviata ai circa 250 dipendenti citati tra le parti lese del processo (elenco ormai pubblico in quanto disponibile all’interno della sezione omonima del sito della Procura di Milano), una lettera di scuse per l’attività svolta ai loro danni da un manipolo di ex-dipendenti dell’azienda stessa (la connotazione “ex” ben specificata a lettere cubitali).

Tralasciando l’esemplificazione dell’avvenimento, che non tiene minimamente conto di un processo in atto e che ritiene quindi come assodati determinati fatti senza averne avuto alcuna visibilità, è invece interessante scoprire quello che sembrerebbe il vero motivo della missiva. Secondo il Duke, allegata a questa lettera di scuse e pacche sulle spalle, esisterebbe infatti un secondo foglio che potremmo definire un “contratto per il silenzio”, ossia un oscuro carteggio scritto in legalese stretto, il cui succo sarebbe “ti offriamo circa 3000 euro in cambio della rinuncia a costituirti parte civile al processo”.

Fermo restando che rimane il dubbio sul fatto che la somma sia netta o lorda, il gesto richiede una riflessione abbastanza profonda: perchè specificare prima la propria vicinanza al dipendente specificando di essere anch’essa parte lesa, e poi indirizzare il presunto malcapitato a non richiedere i danni?
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Cinema e battute: al via la grande abbuffata

Il cinema in 1001 battuteDopo le cento battute individuate dai critici americani questo libro ne propone altre novecento (novecento e una, per la precisione) accorpate per genere. I generi cinematografici sono numerosi, e anche su questo punto non c’è unanimità di vedute; il Morandini ne distingue addirittura 39 (tra i quali, per esempio, il fantastico, il fantacomico, il fantapolitico, la fantascienza e il fiabesco). Qui alcuni generi (o sottogeneri) sono stati riuniti; si è inoltre ritenuto di conferire autonomia alle battute del cinema italiano, che in senso stretto non rappresenta un ‘genere’.

Alcuni film – spesso proprio i capolavori – sono peraltro difficilmente classificabili: Arancia meccanica, per esempio, appartiene alla fantascienza o piuttosto al genere drammatico? E C’era una volta in America è un film di costume, un gangster-movie oppure drammatico? La scelta in questi casi è stata fatta seguendo la percezione della supremazia di contenuto. Entrambi musical, Chicago è stato considerato una commedia, mentre All That Jazz un film drammatico. Scelte criticabili, ma nessuno è perfetto.

Un altro problema è stato quello di limitare la presenza di personaggi che avrebbero monopolizzato alcune sezioni dell’antologia. Woody Allen è tra tutti il più ingombrante e difficile da gestire: è stata un’autentica impresa contenerlo… non so se ci sono riuscito. Anche Groucho Marx avrebbe desiderato espandersi, e che dire del nostro Totò? Fluviale, inarrestabile! Ugualmente il genere western ha rischiato di essere fagocitato da Sergio Leone: anche in questo caso mi chiedo se sono riuscito a trattenere le mie inclinazioni. Quien sabe?
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Ebbene sì, lo confesso. E oggi lavoro contro i raggiri finanziari

Sopra la banca il bancario campaEbbene sì, lo confesso, sono un ex-operatore di Borsa. A 18 anni sono entrato per la prima volta nel salone, austero ed elegante, della Borsa di Genova al fianco di mio padre, agente di cambio. Ho lavorato con lui dieci anni, ho imparato tante cose importanti, una in particolare: essere sempre onesto e dare consigli ai clienti senza mai forzare la mano per guadagnare più commissioni. Non me ne sono mai pentito. Purtroppo, per la crisi di Borsa ho dovuto cambiare mestiere.

Ebbene sì, lo confesso, sono un ex-dirigente di banca. A 28 anni sono entrato in una grande banca a Milano, ho fatto una bella carriera dirigendo agenzie, uffici marketing e uffici di Direzione Generale, imparando tante cose. Una in particolare: usare la mia testa senza dire sempre di sì a capi che a volte pensavano più al business che al cliente. Quando la situazione ha iniziato a diventare insostenibile, ho dato le dimissioni.

Ebbene sì, lo confesso, sono un ex-dirigente di una società di fondi comuni d’investimento. A 44 anni sono entrato in una grande società che gestiva i soldi dei clienti, imparando tante cose. Una in particolare: il miglior gestore non potrà mai battere il mercato e meritarsi le commissioni che addebita ai clienti. Quando l’ho capito, ho dato le dimissioni.

Ebbene sì, lo confesso, sono un ex-dirigente di una società di vendita di prodotti finanziari. A 46 anni ho contribuito a creare da zero e lanciare una rete di promotori finanziari, imparando tante cose. Una in particolare: l’interesse dei clienti è difficilmente compatibile con quello dei venditori. Quando l’ho capito, ho dato le dimissioni. Qualcuno potrebbe dire che sono un bancario pentito, un dirigente di fondi pentito, un dirigente di rete di vendita pentito.
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La provincia, culla delle forme di “radiolibertà”

Libere di Stefano DarkPer quanti, come me, sono nati alla fine degli anni Settanta, il fenomeno tutto italiano delle radio libere è quello cantato e mitizzato dal cinema in film come “I cento passi” di Giordana o “Radiofreccia” di Ligabue. Cosa hanno rappresentato? Il primo, la dimostrazione delle potenzialità politiche e di controinformazione della radio, in quel periodo; il secondo, l’espressione delle potenzialità estetiche, amatoriali solo ab origine, di una programmazione “altra” rispetto a quella dell’allora monopolio di Stato. Una era la radio libera “politica”, l’altro la radio libera “estetica”: la prima ha perduto peso, negli anni, preferendo la politica altre strategie di comunicazione, con poche, radicali eccezioni; la seconda ha plasmato il fenomeno delle radio private commerciali. Dark – l’autore di questo saggio – mi insegna a prendere coscienza della coincidenza dell’origine “provinciale” di entrambi i fenomeni: a suggerire, senza eccessive difficoltà, che la provincia, poco rappresentata dai media d’antan (come oggi, forse: e chissà che Internet non abbia definitivamente riequilibrato le cose), poteva cullare entrambe le forme di “radiolibertà”.

Quanti, tra i lettori – e gli ascoltatori – sentono il bisogno di un libro capace di raccontare, tecnicamente e organicamente, tutto sul fenomeno delle radio libere, possono con tranquillità rivolgersi a questo “Libere! L’epopea delle radio italiane negli anni Settanta” (Stampa Alternativa, 2009). Andrà a completare la vostra biblioteca di comunicazione di massa e, chissà, suggerirà qualche nuova idea. Magari da applicare al web. Male non potrà farvi.
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Assalto alla Diaz: un libro civile per una storia brutale

Assalto alla DiazLa lettura di un libro è un’esperienza assolutamente soggettiva. Che, arrivati all’ultima pagina, consegna normalmente quel che si è appena letto alle categorie del “bello” o, al contrario, del “brutto”, del “mediocre”. Dell’“appassionante”, o del “deludente”. Qualche volta – raramente a voler essere sinceri – accade invece che il nostro canone estetico o emotivo appaiano del tutto inservibili, inadeguati. Che quel che si stringe tra le mani, nella sua essenzialità, si riveli semplicemente “utile”. “Necessario”. “Civile”.

Ecco, Assalto alla Diaz di Simona Mammano è un libro “utile”, “necessario”, “civile”. E “coraggioso”, va aggiunto. Per il mestiere – il poliziotto – di chi ne è l’autrice. Per la voglia di riaprire o, se si preferisce, di impedire che la notte della Diaz, lo scempio fisico e morale di decine di innocenti per mano di uomini in uniforme, vengano consegnati agli archivi del nostro Paese per quello in cui, alla fine, si sono ridotti.

Vale a dire una interminabile vicenda giudiziaria che, nel suo esito contraddittorio e logicamente monco, non ha soddisfatto proprio nessuno. Vittime e asseriti carnefici. Condannati che si professano innocenti e innocenti che chiedono i nomi dei “veri responsabili”. E non ultima, l’opinione pubblica tutta. Non solo italiana. Nella colpevole e non certo nuova disattenzione dei media al momento pubblico del processo (di ogni processo), nella dilatazione dei tempi del dibattimento (6 luglio 2005-5 novembre 2008), nella scelta cinica del Parlamento di non farne oggetto di una commissione di inchiesta, i fatti della Diaz non hanno fatto eccezione al canovaccio che ha infelicemente segnato altri momenti chiave della storia della nostra Repubblica.
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