Gran Torino / 1
Premessa. Scrivono Marco Philopat & Duka: “Questo racconto breve volevamo mandarlo ai quotidiani, poi abbiamo pensato che questa storia apparteneva al movimento ed era giusto spammarla in rete”. E così raccogliamo l’invito pubblicando Torino, lunga narrazione a quattro mani, da oggi e per altri due giovedì consecutivi.)
Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.
Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo la Temple Ball gli faceva attaccare storti gli adesivi. Questo lo spinse a riflettere sul perché anche quella volta si era fatto convincere di tornare a Torino. Malcolm doveva lasciare Roma al volo, un cupido lo aveva trafitto il mese prima, ma come al solito si trattava di un colpo di striscio, l’innamoramento era d’un tratto sparito. Eppoi, un amico gli aveva detto del G8 degli universitari. Da un po’ di tempo alla parola G8 gli veniva un strano tremolio al braccio, ma non capiva se era l’adrenalina o il primo sintomo dell’Alzheimer. Perciò aveva accettato di partire con un vecchio camper che gli aveva prestato suo cugino piccolo, un ravaiolo un po’ stanco di fare il traveller.
Come molti amici e colleghi, Malcolm faceva parte di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista. Il suo editore era una brava persona, gli aveva pubblicato due libri da lui scritti che erano andati anche benino, poi però l’aveva coinvolto in tutto il resto… Da 8 anni si faceva un mazzo bestiale per 6 giorni senza quasi mai dormire. Montare il mercoledì, stand aperto il giovedì. Poi 14 ore filate a vendere, o meglio a tentare. Poi c’era l’obbligo di andare a tutte le feste già dalla prima notte, d’altronde al giovedì sono importanti i contatti, quando si è ancora freschi. Imperativo: essere disinibiti dall’alcol ma non permettersi di biascicare e fare il simpatico con tutti i giornalisti che potrebbero recensire i tuoi libri. A letto ore 4.00, sveglia ore 8.00. Venerdì era il giorno più importante, dove si inizia a sbattersi sul serio. Invece… Che palle! Erano appena le 15.00 doveva fare ancora otto ore di lavoro. Uscendo dal camper si era ricordato che doveva passare allo stand di A Est dell’Equatore, per prendere una copia di Milingo contro tutti, il romanzo più burroghsiano del momento, scritto da Filippo Anniballi. Qualche testo buono c’era ancora per fortuna. Ma intorno a lui sembrava un solo lamento, si vendeva meno, i conti non tornavano, i piccoli imprenditori inseguivano i propri creditori nel tentativo di sfuggire ai loro debiti. L’editoria era un settore nella merda e la vita di Malcom affondava sempre più nello sterco. Quella notte avrebbe dovuto presenziare alla festa della Minimun Fax, la solita affollatissima sala da ballo dove tutti confluivano alle due di notte. Era là che quelli reduci dal raduno d’elite all’Einaudi incrociavano i destini degli sfigati, tra questi gli scrittori/standisti come lui. Non aveva pranzato quindi doveva stare attento pure all’ora, alle 17 in punto, come ogni anno, scattava il buffet offerto dalla regione Umbria. Era una delle poche occasioni per mangiare qualcosa… L’effetto dello spinellone durò più del previsto, poi il vino dei diversi aperitivi aveva fatto il suo dovere portandolo in uno stato di apatia fino alla chiusura. Tutto come da programmi, senza nemmeno un’illusione.
Il sabato era scorso veloce al ritmo di un cannone fumato per ogni due libri venduti. Allo stand arrivavano le notizie sulla manifestazione degli operai della Fiat e la presunta aggressione a Rinaldini da parte dei Cobas. Pensando al G8 di martedì, un po’ di elettricità aveva scosso i nervi di Malcolm. A mezzanotte era passato dal campeggio degli studenti, lo Sherwood camp, per vedere che aria tirava. Aveva bevuto un bicchiere di vino biologico, a 50 centesimi e 50 di cauzione per il bicchiere di plastica, sentendosi un po’ meglio. Era una location della madonna. Il campeggio a impatto zero si trovava in un boschetto sulla riva del Po, dall’altra sponda poteva vedere il molo dei Murazzi pieno di locali e la gente che si divertiva. Stava seduto con un paio di amici su panchette di legno autocostruite in mezzo al bar gestito da giovani universitari troskisti e da qualche pink. Malcom aveva cercato l’assemblea per capire le loro intenzioni, ma quegli attivisti sembravano ancora molto impegnati a capire se stessi, poi si faceva tardi e quella notte aveva ancora la testa nell’editoria. Allora via di corsa alla festa di Fandango, dove si era pure divertito, ma sul più bello, quando le danze e le birre gratuite si erano diffuse come un morbo e Malcolm stava scatenandosi in pista con la sua amica Cristina, proprio nel momento in cui stava per battergli i pezzi, gli organizzatori avevano spento la musica e acceso delle orrende luci al neon. Solo un istante prima si sentiva in forma e famoso come Bret Easton Ellis, subito dopo erano affiorati i visi, dei presenti, già segnati dalla stanchezza e dalla dura realtà. La crisi… E chi la paga? Cristina, una giornalista del quotidiano locale di Cremona che una volta gli aveva scritto una bella recensione, gli offrì un passaggio in auto. Giunti davanti al parcheggio del lingotto, non trovando migliore battuta per fare lo splendido, gli disse che il suo look gli ricordava Jane Fonda durante le lezioni di aerobica. Cristina non l’aveva presa troppo bene, ma forse era davvero molto stanca anche lei.
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