De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale
Di recente è scomparsa Roberta Tatafiore, giornalista e scrittrice ma soprattutto voce importante del movimento femminista italiano. Per Stampa Alternativa, Roberta scrisse il Millelire dal titolo De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale, uscito nel 1996 e ora disponibile per il download integrale sul sito Libera Cultura. Violenza sessuale, il cardine intorno a cui ruotano le pagine di questo testo. Che da oggi e per le prossime settimane riprorremo in una serie di post il cui contenuto, a tredici anni di distanza, risulta ancora di stretta attualità. A dimostrazione che le emergenze, come quella sullo stupro, possono essere pretestuose e che sono reiterate.
Adesso vi racconto
23 maggio 1995, XII legislatura. Popularis legatio est divisa in partes tres. Ovvero: il Parlamento è diviso in tre parti. Settantaquattro deputate presentano la proposta di legge “Norme contro la violenza sessuale”. Trecentoventotto deputati aggiungono le loro firme. Cinque deputate, Fulvia Bandoli, Franca Chiaromonte del PDS, Giovanna Grignaffini eletta tra i progressisti, Tiziana Maiolo, di Forza Italia e presidente della commissione Giustizia, Gabriella Pistone di Rifondazione Comunista, non firmano la proposta. Le tre parti sono chiare: le donne tirano la volata, gli uomini si aggregano, le dissidenti si contano sulle dita.
14 febbraio 1996. Il Senato approva le “Norme contro la violenza sessuale”, legge numero 66. Qualche senatore si defila. Un paio vota contro. Contro votano compatti i senatori di Rifondazione Comunista dietro la capogruppo Ersilia Salvato. E anche la senatrice Francesca Scopelliti di Forza Italia si oppone all’approvazione del testo.
Da maggio ’95 a febbraio ’96, come cronista di Noi Donne, ho lavorato in sintonia con Bandoli, Chiaromonte, Grignaffini, Salvato e Scopelliti, condividendo le loro valutazioni sulle “Nuove norme” via via che si andavano precisando nell’iter parlamentare: pessime. Così, approvata la legge, ci siamo incontrate e abbiamo deciso che valesse la pena che io ricostruissi memoria, storia e attualità di questa vicenda.
Susan Brownmiller, femminista americana degli anni ruggenti, diceva che lo stupro è un atto di guerra degli uomini contro le donne. Un Bello fallico, una guerra sul territorio della sessualità. La legge, quella che c’era del Codice Rocco e quella nuova, è uno strumento per tenere sotto controllo la bellicosa sessualità maschile. Quando le donne si fanno irretire in questa guerra succedono cose strane, insensate. Nelle pagine che seguono, la cronaca.
Emergenza in carta patinata
Nel numero 5 del gennaio 1995, il settimanale femminile Anna rinuncia alla modella in copertina e la sostituisce con la scritta STUPRO. All’interno
un’inchiesta di denuncia e un appello al Parlamento perché discuta con urgenza le giacenti proposte di legge contro lo stupro. Alle prime firme illustri di Dacia Maraini, Maurizio Costanzo, Rosa e Francesco Alberoni, si aggiungono in breve tempo 200.000 firme, in maggioranza femminili, arrivate per fax, raccolte sui luoghi di lavoro e persino nei banchetti per strada organizzati da anonime volenterose.
L’iniziativa di Anna mobilita l’opinione pubblica e contemporaneamente la svia perché è tutta centrata sull’emergenza: gli stupri ci sono perché non c’è una legge antistupro. Tanto che a leggere le cronache e i commenti, a vedere i servizi TV, che si susseguiranno per mesi in una escalation, reale ed esaltata, sembra che nel nostro paese lo stupro sia impunito.
Una legge invece c’è: quella del Codice Rocco, un signore fascista e patriarcale degli anni trenta per il quale lo stupro è un reato contro la morale e il buon costume, suddiviso in «congiunzione carnale» e «atti di libidine violenti», puniti rispettivamente da tre a 10 e da due a otto anni. Per Rocco la vittima è una sorvegliata speciale del Codice e i minorenni sono sotto la patria potestà.
I rapporti sessuali con un minore di 14 anni sono reato, anche se consenzienti, e spetta alla famiglia attivare la denuncia. Questa è la legge in vigore quando Anna “scende in politica”. Oggi, per l’opinione pubblica contemporanea, la vittima di una violenza sessuale è una persona e per le donne quello che conta è la percezione dell’offesa. Le pene, poi, sono il punto dolente: il minimo di tre anni per lo stupratore riconosciuto, da quando nella giurisprudenza c’è il bilanciamento tra le attenuanti e le aggravanti, sembra poco per un delitto grave come lo stupro.
Ma il problema più grosso consiste nel fatto che da quando è in vigore il nuovo Codice di procedura penale (1989) è previsto il patteggiamento, che diminuisce la pena di un terzo. Quando il patteggiamento si collega alla sospensione condizionale della pena può succedere che lo stupratore, pur condannato, eviti il carcere, su decisione del giudice e con il consenso del pubblico ministero. Che cosa vuol dire? Che la vittima non ha voce in capitolo nel patteggiamento. Così, di fronte alla giustizia, si trova espropriata dalla procedura. Questo, però, non succede in tutti i casi e forse neanche nella maggioranza.
Ho detto «forse» perché la situazione delle sentenze, quando l’appello di Anna viene lanciato, nessuno la conosce con esattezza. Buonsenso vorrebbe che le e i parlamentari non cadano nel tranello dell’allarme sociale e del richiamo militante. Se proprio quell’appello li spinge all’azione, dovrebbero, per prima cosa, predisporre un’indagine sui processi per appurare dove e come le parti offese sono danneggiate. Invece c’è incuria dei parlamentari e fretta delle parlamentari: ecco l’occasione per chiudere un conto in sospeso tra donne e Parlamento da ben 17 anni, ecco l’occasione per fare la legge. Una delegazione di Anna, l’8 marzo del 1995, si reca dalla presidente della Camera, Pivetti, e le consegna le firme raccolte. «Le donne italiane vogliono la legge», conviene l’imbronciata presidente.
De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale di Roberta Tatafiore
Collana Millelire
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