Una figura che De Bortoli ci/si poteva risparmiare

La casta dei giornaliFerruccio De Bortoli - uno dei più dignitosi direttori di giornali italiani - avrebbe fatto meglio a non prestarsi all’indecente trasmissione televisiva di martedì, messa da Bruno Vespa al servizio di Silvio Berlusconi. Il neo ed ex direttore del Corriere della Sera, vale a dire della più importante testata giornalistica italiana, sapeva benissimo che questa volta non si sarebbe trattato solo dell’ennesima replica di un monologo propagandistico, auto-incensatorio e anti-sinistra, senza contraddittorio e con opportuni, inessenziali e funzionali inserimenti di due “mastini della democrazia” come il morbidissimo direttore del Messaggero e l’autosufficiente giornalista bertinottiano.

De Bortoli sapeva perfettamente che quella trasmissione, stavolta, era stata commissionata e preparata - ed è stata, al solito, abilmente condotta - rigorosamente “su misura” dell’emergenza mediatica e pre-giudiziaria del premier, per consentirgli nientemeno che di rispondere alla denuncia morale e alla richiesta di divorzio di sua moglie Veronica Lario. Queste cose non si dovrebbero fare, in un Paese e in un giornalismo minimamente civili. E, quando ci sta qualcuno che ha la spudoratezza di farlo, in un Paese nel quale la democrazia e il giornalismo sono umiliati come sono oggi umiliati in Italia, di solito si procede promuovendo alla visibilità nel teatrino mediatico “cronisti politici” e “opinionisti” di seconda o di terza fascia. Non il direttore del Corriere della Sera.

De Bortoli, almeno per evitare la situazione di imbarazzo e di disagio nella quale si sarebbe inevitabilmente trovato (e in cui, a suo stesso dire, si è effettivamente trovato), avrebbe dovuto declinare l’invito di Vespa per un altro, congruo motivo: l’essere stato riammesso appena un paio di settimane fa alla direzione di via Solferino - dopo esserne stato allontanato anni fa proprio su pressione di Berlusconi, anche allora presidente del Consiglio, insofferente di un Corriere corretto e autonomo sulla “questione morale” e sul conflitto di interessi - sulla base di un accordo all’interno del salotto bancario-finanziario al quale fa capo la Rcs che aveva visto fra i protagonisti gli amici del Cavaliere (e in particolare il suo banchiere di fiducia, Cesare Geronzi).

Ovviamente, De Bortoli non risulta essersi improvvisamente convertito al berlusconismo, ma Berlusconi ha acconsentito e, in definitiva, consentito la sua nuova direzione, anche se presumibilmente senza grandi salti di gioia.

E difatti Berlusconi glielo ha subito ricordato, in apertura di trasmissione, enfatizzando la sua correttezza e serietà a confronto delle “gazzette della sinistra” e in particolare di Repubblica, indicate come covi di falsificatori e diffamatori. De Bortoli ha cercato, molto timidamente, di difendere la categoria, accennando con garbo al fatto che anche lui avrebbe pubblicato la lettera della Lario, salvo consentire a Berlusconi di precisare che non si riferiva alla lettera ma alle “falsificazioni” che l’avrebbero generata e che il Corriere di De Bortoli non avrebbe certamente pubblicato e infatti non ha pubblicato… Anche perché De Bortoli “è un gentiluomo”, cinguettavano insieme Berlusconi e Vespa (mentre gli altri…). E poi, a chiudere il cerchio dell’arte della captatio benevolantiae e della seduzione nella quale eccelle il Cavaliere, giù i ringraziamenti e il riconoscimento dell’equilibrio e della correttezza mostrata da De Bortoli nel confezionare e nel mettere in pagina l’intervista esclusiva concessa qualche giorno fa dal marito reprobo a soli due giornali, diretti ambedue da direttori freschi di nomina in pieno regime berlusconiano: appunto il Corriere e La Stampa.

Risultato: Vespa, con l’assistenza e la regia del fedele Paolo Bonaiuti e della fedelissima Mity Simonetto, è riuscito a regalare a Berlusconi un vero capolavoro di indisturbato monologo propagandistico mediatico e pre-giudiziario. E il povero De Bortoli si è visto costretto in un format in cui non ha potuto sviluppare il suo dignitoso equilibrio e le sue notorie doti di pur garbato polemista. Anzi, si è dichiarato a disagio, si è mostrato in evidente imbarazzo, ha quasi balbettato…

E infine, come capita a tutti coloro che fanno qualcosa in cui non credono, ha commesso una gaffe colossale, dando peraltro involontariamente al Cavaliere la possibilità, inaspettata e provvidenziale, di un colpo d’ala retorico che ha elevato il livello di godibilità della trasmissione, sino ad allora noiosa e complessivamente imbarazzata. De Bortoli, ad un certo punto, gli ha improvvidamente suggerito, in quanto figura istituzionale, di non partecipare a «certe feste, dove c’era qualcuno con la maglietta Song’ ‘e Napoli». Quel marpione del Cavaliere ha colto la palla al balzo, dando il meglio di sé. Ha infatti rigettato - senza dirlo, ma calcando la mano - l’impostazione un po’ classista e radical-chic dell’osservazione debortoliana, difendendo il proprio stile e la propria cifra populista. «Non sarei me stesso, vado tra la gente, parlo con tutti, i cuochi e i tassisti». Anche i telespettatori anti-berlusconiani, a quel punto, non hanno potuto non convenire: qui ha ragione lui e torto De Bortoli…

Insomma, quella partecipazione televisiva De Bortoli se la doveva risparmiare, risparmiandola anche a chi lo annovera nel meglio - in dignità e autonomia - che lo stato dell’informazione italiana ci riserva in questa sedicente Seconda Repubblica.

(Questo editoriale è stato pubblicato sul sito Infodem lo scorso 6 maggio)

Commenti

2 commenti to “Una figura che De Bortoli ci/si poteva risparmiare”

  1. Sonia on Maggio 14th, 2009 08:09

    Completamente d’accordo su tutta la linea

Lascia un commento