De Bello Fallico: emergenza in salsa femminista

De Bello FallicoL’iniziativa della riforma del Codice Rocco parte, è bene ricordarlo, «dalle femministe». Siamo nel 1979: crisi del “compromesso storico”, ma il PCI è ancora molto forte, e la DC pure. Il terrorismo impazza e l’emergenza pure. Anche in quel lontano 1979 il grimaldello per chiedere una nuova legge sullo stupro è la raccolta di firme. Se ne contano 300.000 in calce alla proposta di legge di iniziativa popolare siglata da due gruppi dell’allora movimento delle donne (il Movimento di Liberazione della Donna e il Collettivo romano di via Pompeo Magno) e dall’UDI, che in quegli anni è ancora una organizzazione di massa. Ma non tutte le femministe condividono quell’iniziativa. Anzi: il movimento politico delle donne si divide proprio per via della legge. Il Bello fallico è un’emergenza degli uomini ed è causa di sventura per le donne. Anche la punizione dello stupro è un affare di uomini, che lo regolano con i loro codici e i loro tribunali.

Alle donne non conviene supplire all’inerzia maschile, non conviene farsi promotrici di una legge. Questa è, immediatamente, la posizione della Libreria delle Donne di Milano e di molte altre femministe. Molte non firmano la proposta. Io stessa, per esempio.

Lo spirito del tempo di allora, va ricordato, è fortemente antistituzionale, nel femminismo e nei gruppi politici di sinistra. Ma la critica non deriva solo dalle tendenze anarcoidi. C’è una contraddizione che riguarda la soggettività femminile proprio nell’intenzione di “fare legge” sullo stupro. Le donne che vogliono scrivere la nuova legge antistupro vogliono punire meglio gli stupratori o tutelare meglio le vittime? Tutt’e due, è la risposta delle promotrici. Ma proprio qui sta la contraddizione che si rispecchia nella proposta elaborata.
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Gran Torino / 1

Sillogismi moderni - Foto di Fabrizio SoggettoPremessa. Scrivono Marco Philopat & Duka: “Questo racconto breve volevamo mandarlo ai quotidiani, poi abbiamo pensato che questa storia apparteneva al movimento ed era giusto spammarla in rete”. E così raccogliamo l’invito pubblicando Torino, lunga narrazione a quattro mani, da oggi e per altri due giovedì consecutivi.)

Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.

Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo la Temple Ball gli faceva attaccare storti gli adesivi. Questo lo spinse a riflettere sul perché anche quella volta si era fatto convincere di tornare a Torino. Malcolm doveva lasciare Roma al volo, un cupido lo aveva trafitto il mese prima, ma come al solito si trattava di un colpo di striscio, l’innamoramento era d’un tratto sparito. Eppoi, un amico gli aveva detto del G8 degli universitari. Da un po’ di tempo alla parola G8 gli veniva un strano tremolio al braccio, ma non capiva se era l’adrenalina o il primo sintomo dell’Alzheimer. Perciò aveva accettato di partire con un vecchio camper che gli aveva prestato suo cugino piccolo, un ravaiolo un po’ stanco di fare il traveller.
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Assalto alla Diaz: i fatti sono nudi

Assalto alla DiazÈ buio, quasi mezzanotte, quando dal fondo di via Cesare Battisti si sentono arrivare dei rumori. Rumori insoliti. Un uomo è in strada, dentro la scuola fa troppo caldo, d’altra parte siamo in luglio, in Italia. Forse, pensa l’uomo, è meglio l’estate inglese. Il rumore si avvicina, sembra quello di una marcia, l’uomo guarda verso la fine della strada e vede una colonna di persone. No, non sono semplici persone, sono poliziotti. L’istinto gli fa gridare all’amico accanto di scappare, ma lui non riesce, viene travolto (pag.9).

Ci sono eventi che più di altri si sbucciano, dove la realtà assume troppe facce perché occhi e mente umana le possano cogliere tutte, essendo poi in grado di ricostruire ’un intero’. I fatti spesso, sono il vero e unico problema. Riuscire a recuperarli, possibilmente ’interi’ appunto, e non mere schegge o parti rese soggettive dalle memorie individuali, le volontà, i credo politici ma anche religiosi o etici o morali e così via.

AgoraVoxCiò che accadde sabato 21 luglio 2001, a Genova, in occasione della riunione del G8, e più precisamente dentro la scuola Diaz nel corso della notte, fa parte di questo grappolo di non-eventi, quando gli accadimenti mutano forma e sostanza per volontà e parere individuale. Quando la gente fatica a capire, la stampa, i Tg e ogni altro mezzo di informazione non riesce a chiarire, né nel corso di quel fine luglio rovente, né negli anni successivi.

Ce ne sono voluti sette, di anni, per arrivare, il 13 novembre 2008, alla sentenza di primo grado. Eppure oggi, maggio 2009, se si ferma qualcuno per strada, non importa dove (nord, sud, centro, come volete) e non importa neanche ’chi’ è questa persona; se si chiede cos’è successo alla scuola Diaz nel 2001, cos’è l’assalto alla Diaz, ecco che le parole si confondono.
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”Peppino, un’esperienza forte da rivivere”

Onda pazza - Otto trasmissioni satirico-schizofrenicheA Cinisi Giovanni Impastato presenterà in anteprima il suo libro intervista che racconta tutta la storia sua e del fratello, Peppino, dal titolo “resistere a mafiopoli” edito da Stampa alternativa e che sarà in libreria da luglio. Ma oggi per Giovanni è il giorno del ricordo, di quello che successe trentuno anni fa e che ha segnato tutta la sua vita.

Cosa prova il nove maggio di ogni anno?

Per me è una grande emozione rivivere l’esperienza forte di Peppino. Lo ricordiamo nelle sue iniziative, nei cortei che organizzava, negli spettacoli teatrali. E la giornata di oggi è proprio fatta di queste cose, qui nel suo Paese. Noi così lo ricordiamo com’era realmente.

Giovanni ImpastatoGli sarebbe dunque piaciuto essere ricordato così?

Sicuramente. Noi stiamo cercando di cogliere la parte più rivoluzionaria di Peppino, quella che lo vedeva impegnato politicamente. Ma lui amava anche la cultura. Lo ricordo organizzare carnevali alternativi e lo ricordo nelle sue battaglie pacifiste. Amava la musica, il cinema e il teatro.

Quando parla di lui qual è la prima cosa che racconta al suo pubblico?

Parto dalla rottura storica che ha fatto separandosi da una famiglia di origine mafiosa. E’ stata una rottura soprattutto culturale e io e mia madre ne abbiamo portato avanti il significato. Quelli erano anni di lotta e tensione in famiglia, ma soprattutto di impegno.
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Radio Libere, anni ‘70: una storia italiana

Libere di Stefano DarkSi intitola Libere! ed è un bel saggio che racconta la storia delle radio italiane che hanno trasmesso per prime oltre i canali Rai. Il libro lo firma Stefano Dark ed è appena uscito per l’editore Stampa alternativa – Nuovi equilibri al prezzo di 15 €. Perché le emittenti si chiamavano libere e che cosa hanno rappresentato per la comunicazione e i media italiani lo si capisce proprio leggendo le circa 200 pagine di quest’ampia analisi. E rispetto alle radio italiane di ogni colore e località si assimilano anche concetti come “controinformazione”, “partecipazione” e il “Settantasette”. Una storia composita e corale, nutrita da così tante storie e tanti nomi da far quasi impressione. Un’esperienza complessa che culmina nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso e può essere letta sotto molti punti di vista. Primo tra tutti il valore della nuova “libertà” di trasmettere.

EUMagazine.itQuesto saggio è come un viaggio a tappe: si parte dalla nascita della radio in Italia e dalle sue caratteristiche stataliste e di monopolio, tipiche del broadcasting europeo. Si attraversano velocemente fascismo, guerra e ricostruzione per arrivare ai primi successi che segnano una stagione di svecchiamento per la Rai (Per Voi Giovani, Bandiera Gialla, Supersonic, Hit Parade e Alto Gradimento). Già, il modello dell’ente radiotelevisivo di Stato - mamma Rai - e i suoi limiti sempre più evidenti a tutti, specie ai più giovani, di lì a poco protagonisti sulle scene. Limiti sia sui contenuti sia sulle forme, ad esempio con la terribile censura e con il veto sulle dediche in onda.
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De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale

De Bello FallicoDi recente è scomparsa Roberta Tatafiore, giornalista e scrittrice ma soprattutto voce importante del movimento femminista italiano. Per Stampa Alternativa, Roberta scrisse il Millelire dal titolo De Bello Fallico. Cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale, uscito nel 1996 e ora disponibile per il download integrale sul sito Libera Cultura. Violenza sessuale, il cardine intorno a cui ruotano le pagine di questo testo. Che da oggi e per le prossime settimane riprorremo in una serie di post il cui contenuto, a tredici anni di distanza, risulta ancora di stretta attualità. A dimostrazione che le emergenze, come quella sullo stupro, possono essere pretestuose e che sono reiterate.

Adesso vi racconto

23 maggio 1995, XII legislatura. Popularis legatio est divisa in partes tres. Ovvero: il Parlamento è diviso in tre parti. Settantaquattro deputate presentano la proposta di legge “Norme contro la violenza sessuale”. Trecentoventotto deputati aggiungono le loro firme. Cinque deputate, Fulvia Bandoli, Franca Chiaromonte del PDS, Giovanna Grignaffini eletta tra i progressisti, Tiziana Maiolo, di Forza Italia e presidente della commissione Giustizia, Gabriella Pistone di Rifondazione Comunista, non firmano la proposta. Le tre parti sono chiare: le donne tirano la volata, gli uomini si aggregano, le dissidenti si contano sulle dita.

14 febbraio 1996. Il Senato approva le “Norme contro la violenza sessuale”, legge numero 66. Qualche senatore si defila. Un paio vota contro. Contro votano compatti i senatori di Rifondazione Comunista dietro la capogruppo Ersilia Salvato. E anche la senatrice Francesca Scopelliti di Forza Italia si oppone all’approvazione del testo.
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Geografia sacra: alla ricerca del centro

Geografia SacraAl di là del valore documentario, delle ipotesi pro o contro una tesi archeologica, di questo o quel racconto venato di miti, il significato di Geografia Sacra, il libro di Giovanni Feo, sta nella ricerca del paesaggio. Impresa che necessita di due elementi: un territorio e un orecchio affinato per captarne la voce.

Dietro il sipario, prima che la scena si illumini, è generalmente il suono ad offrire in anticipo il tema, a predisporre lo spettatore di fronte alla storia. Ed è sempre un racconto, l’ordine scelto per concatenare indizi e ricordi, la persistenza e la seduzione di un nuovo punto di partenza, a metterci sulla via.

Teatro NaturaleOltre i cambiamenti, i pensieri e le azioni che un territorio comanda o subisce nel corso dei secoli, spesso rimane qualcosa di remoto che, in sé e per sé, prima dell’evidenza di un rudere, risuoni in chi ha voglia di ascoltarne l’eco. È probabile che ciò avvenga quando la mente si allinea al corpo e il sapere alla percezione del passato, quando le cose intorno iniziano a parlare un altro linguaggio. Forse, si tratta, innanzitutto, di uno stato d’animo, l’aver smosso un velo sulla natura.

Anche se molto resta ancora da dimostrare con la pallida ed esigente precisione della scienza, è iniziato un processo di arricchimento del mondo circostante, una lievitazione di significati: il territorio si è trasformato in paesaggio, in corpo visibile. Ed appena appare una forma ecco che tende ad affiorare il suo messaggio.

Dal territorio al paesaggio

Di questo scrive Giovanni Feo, di una geografia sacra, ma sarebbe più giusto dire consacrata, che potrebbe riappropriarsi di tutti i segni che altri uomini vi opposero per capire qualcosa della scena che si svolgeva contemporaneamente dentro e fuori di sé.
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Il sogno dei bancari sotto stress da budget

Sopra la banca il bancario campaEcco il budget formato terzo millennio nei suoi dettagli. Il CEO si prende un bonus di 5 milioni di euro in aggiunta ai 3,5 milioni di stipendio se raggiunge una serie di obiettivi, come ad esempio l’incremento dell’utile, l’aumento complessivo dei depositi e dei fidi, l’acquisto di tre banche estere e di due banche italiane, la firma di un accordo di collaborazione in joint venture con una compagnia di assicurazione.

Il direttore centrale responsabile delle Filiali italiane si prende un bonus di 500.000 euro, oltre allo stipendio fisso di 350.000 euro, se apre 50 nuove Filiali, incrementa la raccolta dalla clientela del 10% in un anno, colloca almeno 1 miliardo di polizze unit linked. Il direttore della Filiale di Milano si prende un bonus di 100.000 euro, oltre allo stipendio di 100.000 euro, se apre 2.000 nuovi conti correnti, trova 5.000 nuovi clienti che
sottoscrivono fondi del Gruppo, incrementa i fidi alle aziende del 10%, stipula 500 contratti di leasing e 500 mutui a tasso variabile e non assume nuovo personale per far fronte alla crescita delle attività.

E così via, fino all’addetto del borsino della Filiale di Savona, che otterrà 5.000 euro se farà “lavorare” di più i clienti in Borsa, stimolando acquisti e vendite e facendo incassare più commissioni alla banca. Qualcuno penserà che uno solo di questi soggetti stia placido a fare il suo mestiere, che si preoccupi delle esigenze dei clienti, che studi il mercato e cerchi di capire se la Borsa andrà su o giù nei prossimi mesi?

Noooo.
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Si ricorda Peppino Impastato, ma il paese dov’è?

Onda pazza - Otto trasmissioni satirico-schizofrenicheSono passati ormai 31 anni da quel lontano 9 maggio 1978, in cui furono ritrovati in un’alba tersa i poveri resti di Peppino Impastato, militante di sinistra e uomo di cultura e impegno civile, ucciso dalla mafia del luogo che aveva fretta di tappargli la bocca. A pochi giorni di distanza si dovevano tenere le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e Peppino minacciava di diventare una vera spina nel fianco per i mafiosi e i loro complici istituzionali. I killer mandati da Tano Badalamenti legarono il suo corpo ridotto in fin di vita sui binari della ferrovia, perché si potesse accreditare il depistaggio fin dalle prime ore dal ritrovamento: un attentato finito male, una bomba esplosa nelle mani del vile attentatore, questa la prima spiegazione data alla tragedia. Una tragedia che si aveva fretta di liquidare anche perché concomitante con il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse.

Ci sono voluti più di due decenni di impegno civile della famiglia e dei compagni di Peppino perché gli fosse restituito pienamente l’onore che tocca al militante caduto in battaglia e la verità scomoda fosse finalmente accertata prime nelle aule parlamentari e poi in quelle di tribunale: Impastato venne ucciso perché aveva ben chiaro i meccanismi di infiltrazione mafiosa in quel territorio e aveva dimostrato in passato, con la sua variegata attività di impegno politico e civile, di saper denunciare gli interessi delle cosche senza guardare in faccia a nessuno.

Raggiunta la verità storica – che una volta tanto è coincidente con quella ottenuta in sede giudiziaria ed è questo un fatto davvero degno di rilevanza in un paese come il nostro – oggi, a distanza di oltre trent’anni, si rinnova ancora il ricordo con il Forum sociale antimafia che, come ogni anno, si celebra a Cinisi, il paese dove Peppino si spese e dove trovò la morte. Dibattiti e approfondimenti che, a partire dalle riflessioni elaborate da Impastato, hanno l’obiettivo ambizioso di allargarsi alla proposta per rafforzare il versante del contrasto alle mafie.
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Diaz: l’assalto diventerà un film prodotto dalla Fandango

Assalto alla DiazDopo avere prodotto Gomorra la Fandango di Domenico Procacci sta preparando Diaz per ricostruire - e ricordare - ciò che accadde nella scuola di Genova nella notte del 21 luglio 2001. “E’ una decisione che ho preso a novembre, quando è uscita la sentenza di primo grado, quando ho sentito le grida ‘vergogna, vergogna’, quando ho letto su Repubblica l’intervento di Antonio Manganelli, oggi capo della polizia. Diceva che il Paese aveva ‘bisogno di spiegazioni su quello che accadde realmente a Genova’ e garantiva che si sarebbe mosso ’senza alcuna riserva’ pur di arrivare alla verità. E si sarebbe mosso nelle sedi istituzionali e costituzionali’. Gli chiederò un incontro e gli proporrò di collaborare”, dice Procacci.

Non sembrerà una provocazione?

No, perché Diaz non è un film a tesi né contro la polizia, non vogliamo dimostrare niente, non sta a noi identificare i colpevoli. Vogliamo raccontare i fatti e come si è arrivati a quella notte. Penso che l’atteggiamento omertoso durante il processo, con tutte le persone di alto rango che si sono avvalse della facoltà di non rispondere come fossero ladri di polli, faccia male alle stesse forze dell’ordine.

Chi sarà il regista?

Daniele Vicari, che sta scrivendo la sceneggiatura con Laura Paolucci. Daniele è la persona giusta, sia perché nei confronti dei fatti di Genova prova la stessa mia indignazione, sia perché ne ha un’ottima conoscenza visto che gira Edo, la storia dell’amico di Carlo Giuliani. Su Giuliani, sull’impossibilità di arrivare a un processo equo, sto preparando un altro film. Ora produrrò il film di Muccino e quello di Ozbetek, ma il successo di Gomorra e di Il Divo è incoraggiante per tornare al cinema civile che si faceva in Italia.
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Il verbo vuoto: guadagnare di più, vendere di più

Sopra la banca il bancario campa

Quest’anno il ROE dovrà raggiungere il 20%, dovremo
incrementare gli asset del 15% senza window dressing, aumentare il wealth management e sviluppare il corporate anche con il massiccio ricorso agli interest rate swap”.

La voce dell’amministratore delegato di Banca Unica era ferma, fredda, precisa. L’intervento alla mega convention dei manager era basata su colorate slide che non lasciavano spazio ai dubbi: tutte rigorosamente in inglese. “Perché l’italiano ormai è destinato ad essere un dialetto, in tempi di globalization”, amava ripetere Alessandro Odore, detto “Chanel Numéro 5” dai dipendenti di Banca Unica.

Era la fine del secondo millennio, nella grande sala si stava celebrando la fine del sistema bancario tradizionale e si festeggiava l’inizio della nuova era, quella della crescita infinita, dello sviluppo finanziario senza limiti guidato dalle banche. Quello che, dieci anni dopo, avrebbe portato al grande crack. Perché oggi le banche sono quasi tutte in difficoltà? Perché le banche hanno bisogno della garanzia statale per sopravvivere?

Perché le obbligazioni bancarie sono crollate a prezzi da figurine Panini? A queste e a tante altre domande cercheremo di dare una risposta. Per ora partiamo dall’origine di tutti i problemi sul tappeto, dalla “madre di tutte le bancarotte”. Partiamo dal budget. In banca, per millenni, l’attività è stata basata su alcuni pilastri: solidità degli investimenti di base (immobili), professionalità del personale (competenza) e consapevolezza del ruolo svolto (interesse pubblico). Ma dal giorno in cui alla convention di Banca Unica l’amministratore delegato, il CEO (chief executive officier) ha parlato ai manager, si è voltato pagina.
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Una figura che De Bortoli ci/si poteva risparmiare

La casta dei giornaliFerruccio De Bortoli - uno dei più dignitosi direttori di giornali italiani - avrebbe fatto meglio a non prestarsi all’indecente trasmissione televisiva di martedì, messa da Bruno Vespa al servizio di Silvio Berlusconi. Il neo ed ex direttore del Corriere della Sera, vale a dire della più importante testata giornalistica italiana, sapeva benissimo che questa volta non si sarebbe trattato solo dell’ennesima replica di un monologo propagandistico, auto-incensatorio e anti-sinistra, senza contraddittorio e con opportuni, inessenziali e funzionali inserimenti di due “mastini della democrazia” come il morbidissimo direttore del Messaggero e l’autosufficiente giornalista bertinottiano.

De Bortoli sapeva perfettamente che quella trasmissione, stavolta, era stata commissionata e preparata - ed è stata, al solito, abilmente condotta - rigorosamente “su misura” dell’emergenza mediatica e pre-giudiziaria del premier, per consentirgli nientemeno che di rispondere alla denuncia morale e alla richiesta di divorzio di sua moglie Veronica Lario. Queste cose non si dovrebbero fare, in un Paese e in un giornalismo minimamente civili. E, quando ci sta qualcuno che ha la spudoratezza di farlo, in un Paese nel quale la democrazia e il giornalismo sono umiliati come sono oggi umiliati in Italia, di solito si procede promuovendo alla visibilità nel teatrino mediatico “cronisti politici” e “opinionisti” di seconda o di terza fascia. Non il direttore del Corriere della Sera.
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Stampa Alternativa alla Fiera di Torino con i suoi libri e i suoi autori

Sta per iniziare la Fiera del libro di Torino, la quattro giorni che ci vedrà presenti fino al 18 maggio allo stand C25 del padiglione 1. E due sono gli eventi che riguardano direttamente i nostri libri:

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Avventuriero anticapitale. Il “Che” piaceva a destra

L'altro Che di Mario La FerlaErnesto Guevara della Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file audio o semplicemente di uno scherzo. Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della CGIL sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, DVD…

Casi per niente isolati

Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante in libreria in questi giorni.

Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Perón, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.
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Assalto alla Diaz: la storia del luglio dalle voci del processo

Assalto alla DiazQuesto libro è la ricostruzione di quanto è avvenuto all’interno della scuola Diaz attraverso la requisitoria dei pubblici ministeri Francesco Cardona Albini ed Enrico Zucca e le motivazioni della sentenza del giudice Gabrio Barone. L’intenzione è di non lasciarmi trasportare dall’emotività, ma di riportare tre anni di udienze e la conclusione del tribunale. Quella descritta nelle pagine che seguono non è tutta la polizia. Non è quella polizia dentro la quale lavoro da venti anni, quella in cui credo.

Vi saranno riportate numerose deposizioni. Per la loro lettura è bene tenere presente quanto il presidente della Ia sezione del Tribunale di Genova scrive al riguardo:

Per una corretta valutazione delle deposizioni assunte deve in primo luogo tenersi presente che, come è noto, i testi sono di norma, anche inconsciamente ed in perfetta buona fede, portati a ricordare, riferire, sottolineare ed anche ampliare, prevalentemente i fatti e le circostanze favorevoli ai loro amici, conoscenti, colleghi o affini ideologicamente e che con il trascorrere del tempo tale situazione si cristallizza sempre più, determinando spesso la convinzione di aver assistito esclusivamente a tali fatti.

Le trascrizioni delle deposizioni dei testi sono state riportate esattamente nella forma originale.

È buio, quasi mezzanotte, quando dal fondo di via Cesare Battisti si sentono arrivare dei rumori. Rumori insoliti. Un uomo è in strada, dentro la scuola fa troppo caldo, d’altra parte siamo in luglio, in Italia. Forse, pensa l’uomo, è meglio l’estate inglese. Il rumore si avvicina, sembra quello di una marcia, l’uomo guarda verso la fine della strada e vede una colonna di persone. No, non sono semplici persone, sono poliziotti. L’istinto gli fa gridare all’amico accanto di scappare, ma lui non ci riesce, viene travolto.
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