Cinema e 1001 battute: di questa classifica francamente me ne infischio
– …era in un film, di quella ranocchia della Bette Davis. Uno dei soliti pol-
pettoni della Warner Bros!
– Martha, come pretendi che mi ricordi tutti i film della Warner Bros?
– Nessuno ti chiede di ricordarti tutti quegli schifosi film. Solo uno tra i tanti polpettoni, nient’altro!
(Elizabeth Taylor / Martha e Richard Burton / George in Chi ha paura di Virginia Woolf)
L’idea di questa antologia è nata dopo aver preso visione della scelta delle 100 battute più memorabili operata nel 2005 da oltre 1.500 cinefili americani su invito dell’associazione AFI (American Film Institute) – critici, artisti, o a qualsiasi titolo storici del cinema – qui riproposte nella prima sezione. Al primo posto si è classificata “Francamente, mia cara, me ne infischio” (Frankly, my dear, I don’t give a damn), detta da Clark Gable / Rhett Butler in Via col vento (1939). Fin qui, tutto bene.
Al secondo e al terzo posto sono state votate due battute pronunciate da Marlon Brando in due diversi film: “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” del mitico don Vito Corleone ne Il padrino (1972) e: “Non capisci! Potrei avere classe, potrei essere competitivo. Avrei potuto essere qualcuno, invece di un coglione, che è quello che sono”, una frase di Terry Malloy, in Fronte del porto (1954). Qui cominciano le perplessità.
A conferma che ogni scelta rimane opinabile e personale, tra le cento battute elette dalla critica americana – solo pellicole statunitensi, peraltro – sono numerose quelle che sollevano punti interrogativi. Certo non poteva mancare “Adrianaaaa!” di Rocky (solo ottantesima) né “E.T. telefono casa” (quindicesima). Ma che dire dell’undicesimo posto di “Quello che abbiamo ottenuto è la fine della comunicazione” (Strother Martin) di Nick Mano Fredda, (1967) o della presenza invadente nella classifica de Il mago di Oz (1939), con ben tre citazioni?
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Un citofono, vero simbolo del melting pot contemporaneo
Ricordate il divertente e ben scritto giallo a più voci Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Ahmara Lakhous? La storia era ambientata a Roma, dove piazza Vittorio è diventata un vero concentrato delle tante etnie e culture che affollano la città.
Con Il mondo in una piazza - Diario di un anno tra 55 etnie di Fiorenzo Oliva, ci trasferiamo a Torino, a Porta palazzo, dove nel cuore della città il panorama è molto simile a quello del quartiere Esquilino di Roma. E dove gli italiani sono solo ‘una minoranza’ come le tante altre che convivono in quel luogo
Qui si trasferisce il protagonista, italiano, per documentare con dati ed esperienze dirette, come si vive in un’area dove può capitare di convivere con condòmini di una decina di nazionalità diverse, nello stesso palazzo. Esplicativa e veramente azzeccata la foto di copertina: un citofono con tutte etichette diverse a rappresentare cognomi e nomi scritti in lingue di altri paesi.
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Libere, l’epopea delle radio italiane degli anni Settanta
Nella seconda metà degli anni Settanta si afferma un’epopea solo italiana: quella delle radio libere, private, locali, che da ogni angolo del Paese trasmettono di tutto. Parole e personaggi in libertà rivoluzionano la comunicazione per mettere in onda evasione, servizio e controinformazione.
Libere è il titolo di questo saggio appena uscito. Abbiamo incontrato l’autore Stefano Dark per farci raccontare tra inizi, peripezie e chiusure, come sono nati i cosiddetti “cento fiori…
Quali sono state le premesse che hanno portato a “bucare” il monopolio RAI in un periodo in cui ancora non vi era alcuna autorizzazione a farlo?
Molto è dovuto a quel movimento di opinione trasversale partito da alcuni settori del mondo del giornalismo, dell’imprenditoria, della cultura e della politica che riteneva l’offerta Rai insufficiente e che si poneva perciò il problema di aprire l’etere ad un sistema “misto“, in cui ci fosse spazio sia per il soggetto pubblico che per i privati. Poi i nuovi stimoli che giungevano dall’estero, ma soprattutto l’arrivo sul territorio italiano di segnali alternativi come quelli di Radio Monte Carlo e Radio Capodistria, oltre alla più lontana Radio Luxembourg. Nonché il sentimento diffuso, quasi popolare, di scavalcare forme e contenuti, direi ingessati, della radio di Stato e da una tradizione che non teneva conto abbastanza delle realtà del Paese. In più con la possibilità di sperimentare un nuovo fai-da-te, grazie anche alle nuove tecnologie dalle varie apparecchiature a buon mercato alle nuove possibilità tecniche che offriva la modulazione di frequenza.
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Le tigri di Telecom: un libro che è quasi una “memoria storica”
Il v olume qui recensito, nonostante non coinvolga direttamente l’informatica giuridica in senso stretto, rientra in quel «filone» di lavori già apparsi sulla Net Jus Book Review volti a descrivere gli aspetti politici, informatici e giudiziari dell’affaire Telecom (si vedano anche i libri Spie di Boatti e Tavaroli, Ombre Asimmetriche di Ghioni e Preatoni e Il baco del Corriere di Mucchetti), una vicenda che comunque ha avuto risvolti informatico-giuridici correlati alla computer forensics, ai reati informatici, alla security, alle intercettazioni e al diritto in generale.
Il sottotitolo del libro è assai significativo: «dossier, investigazioni e assalti informatici – la sicurezza italiana e le sue deviazioni attraverso un eclatante scandalo mediatico»; la premessa è di Andrea Monti, difensore di Pompili nella vicenda.
Scrive Monti (pp. 5 – 6):
Con gli occhi di un “signor nessuno” […] questo libro racconta in modo semplice e coinvolgente una parte fondamentale della storia delle telecomunicazioni di questo Paese e la nascita di un “bisinèss” basato sul nulla: quello della sicurezza informatica. Intendiamoci, non che proteggere i computer sia una cosa semplice o poco importante, anzi. Ma quello che emerge chiaramente dalle pagine che state per leggere è che in realtà della sicurezza vera e propria nessuno si preoccupa veramente.
Pompili è un informatico di grande esperienza, che si è sempre occupato di sicurezza, di sviluppo software ed è autore di uno dei videogiochi più famosi; le pagine affrontano temi dei più vari e multiformi, dalla nascita del business della sicurezza informatica in Italia sino ai virus e agli attacchi ai sistemi, dalle attività del Tiger Team in Telecom alle vicende più strettamente processuali, dall’impatto di questi accadimenti sulla stampa alla varia umanità che ruota attorno al mondo della security nazionale ed internazionale.
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Srebrenica, ricordo di una strage
Con Processo agli scorpioni Jasmina Tešanovic, la scrittrice traduttrice e regista serba che vive tra l’Europa e gli Stati Uniti e che fa parte dell’associazione femminista e pacifista Donne in nero, scrive il resoconto di un processo legato alla strage di Srebrenica, la città della Bosnia orientale che - come scrive Luca Rastello nella prefazione, «fu letteralmente consegnata nelle mani dei macellai nazionalisti serbi comandati da Ratko Mladi?». Ottomila prigionieri assassinati a freddo.
A documentare un frammento di quella strage (uno «sterminio di civili compiuto dal terrorismo di Stato») comparve un filmato di pochi minuti che mostrava l’esecuzione di sei prigionieri musulmani da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate «Skorpion» (ecco il perché del titolo nella traduzione di Massimo Vassallo).
Il libro è appunto il diario del processo ai responsabili di quel frammento di genocidio. Non tanto un resoconto giudiziario, ma piuttosto un resoconto emotivo di ciò che accade nell’aula, la difficoltà a trovare il bandolo di una giustizia giusta, il groviglio di tensioni e di pressioni, le famiglie degli assassini e quelle delle vittime, la confusione dei ruoli, il nazionalismo agghiacciante che scavalca ogni ragione, la banalità del male (Hannah Arendt citata più volte), le dichiarazioni e le reazioni degli accusati, individui che possono sostenere di aver compiuto nient’altro che un dovere (è proprio il caso di ricordare con Samuel Johnson che «il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni»). Che dire, infine, della deludente sentenza ispirata a presumibili ragioni di «realpolitik»?
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Cronache di una società annunciata: un’altra notte a Saint-Denis
Sono ancora ai piedi del mio Baobab di cemento, non sono entrato. Il vento caldo continua a soffiarmi sulla schiena. Guardo in alto, ma le gocce di pioggia m’impediscono di aprire gli occhi e di scorgere la finestra. Quindi mi volto e decido di sedermi giù dalla scaletta che dà su un piccolo parco che, da due mesi, è costantemente vuoto. Rimango lì, sul bordo dei gradini, senza muovermi per ore. Seduto a contare le rare macchine che passano e a contemplare i passeri che becchettano nel parchetto abbandonato.
La mia tristezza abbraccia lo scenario e lo stringe con gli occhi. Il dolore e la solitudine mi uccidono ogni giorno e ad ogni crepuscolo muoio. Non sopporto più di vivere da solo la malinconia di questo villaggio di pietra. La miseria è più sopportabile quando si è in tanti. Il Mali, l’Algeria, il Senegal, il Marocco, la Mauritania, la Tunisia, la Turchia e il Portogallo del mio quartiere mi mancano da morire. Mi mancano tutti. Vi supplico, non lasciatemi più qui da solo.
Il fatto di pensare a loro, di immaginarli nel loro paese mentre io sto qui, a trascinare la mia carcassa sotto i palazzi, mi scalda il cuore. La vista si appanna, gemo un po’ come se piangessi, sospiro sul punto di versare una lacrima sulle mie scarpe bucate. Ma mi alzo prima di farlo. Mi volto e salgo con passo pesante i gradini che precedono l’atrio, passo la grossa porta arrugginita ed entro infine nell’ingresso. Mi fermo un momento voltandomi verso la porta dalla quale sono appena entrato. Guardo fuori.
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Palchi rock: gli U2 e il PopMart Tour
Un grande primato caratterizza questo tour: ha portato in giro per il mondo il più grande schermo video di tutti i tempi (56m x 28m) composto unicamente da LED. Altri elementi arricchivano la scena dello spettacolo: una gigantesca oliva illuminata dall’interno infilzata da uno stuzzicadenti alto più di 30m; un limone, ricoperto da un mosaico di specchi semovente, di 10m d’altezza.
Anche se provvisto di tali stupefacenti elementi scenici, dire che è stato il design del suono a fare da pilastro a tutto il tour non è il solito luogo comune che accompagna qualsiasi concerto rock. Il “PopMart” è stato il primo tour da stadio in cui i tradizionali gruppi di casse poste ai lati del palco sono stati riuniti e fusi in una grande ed unica struttura di colore arancione posta centralmente e sorretta da un arco giallo di circa 30m d’altezza.
Per capire come sia stata abbandonata la convenzionale disposizione laterale delle casse e come si sia cristallizzata questa disposizione innovativa, dobbiamo risalire all’ottobre del 1996 quando il direttore del tour Willie Williams e l’architetto Mark Fisher stavano presentando delle immagini per il palco al gruppo. Williams aveva iniziato l’estenuante processo di progettazione nell’inverno del 1995 – molto prima che il gruppo cominciasse la registrazione del nuovo album – e per contestualizzare la scena del palcoscenico chiamò in aiuto Fisher. E spiega:
A quel tempo giravamo tutti come pazzi cercando di pensare alla soluzione più adatta dato che tutte le volte che presentavamo qualcosa alla band quello che ci rispondevano era ‘Non sembra abbastanza diverso dal solito. È sempre la stessa zuppa’. La ragione per cui tutti gli spettacoli rock tendono ad assomigliarsi dal punto di vista scenico è che la diffusione stereo richiede il posizionamento delle casse ai lati del palco. L’area richiesta dagli altoparlanti occupa circa il 30% del fronte del palco – cioè ciò che vede il pubblico. Devi per forza cambiare la rigidità di questa architettura se vuoi che il tutto appaia come qualcosa di diverso.
“Qui muore Puccini” e il misterioso finale della Turandot
Ci sono libri che accompagnano i viaggi, i pomeriggi, le vacanze e le notti. Preferisco decisamente questi ultimi, immersa nel silenzio la lettura è intensa ed intima, è dolce la compagnia di un libro che non ti permette di staccare gli occhi dalle pagine. A questa sensazione si è legato Qui muore Puccini, la seconda opera di Stefano Cecchi per la collana Eretica Speciale di Stampa Alternativa.
Ho potuto sentire la pioggia di un temporale notturno, la paura, la corsa, l’amore, le lacrime di un’Italia anni ‘20 che consumano una tragedia umana, privata e altamente politica. Quella stessa notte l’ispirazione e la coscienza della gioventù finita irrompono nella vita del grande compositore Giacomo Puccini. Una grande amicizia, l’Italia rinovellata dal fascismo, il mistero che avvelena quella notte e che vuole giustizia, il finale della Turandot che non si trova e l’incedere della malattia del Maestro. Ecco tutti gli elementi di un romanzo intessuto con mano decisa, poetica e capace di dispiegare l’animo umano nelle sue evoluzioni, dando spessore a luoghi e persone affrescati con pochi ma essenziali gesti.
“Qui muore Puccini” è la frase che Arturo Toscanini pronunziò sul podio il 25 aprile del 1926, il giorno della “Prima” della Turandot, che rimase senza una finale. Un finale misterioso di cui solo i lettori sembrano saperne di più, testimoni e complici tanto di quegli applausi che di quel silenzio.
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Cronaca di due leggi vergogna
Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti.In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il maratoneta (ed. Stampa Alternativa).
Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali.
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Da Telecom a Genchi: chi vince e chi perde
Il 23 marzo 2009 Gioacchino Genchi è stato sospeso dal servizio della Polizia di Stato. Il 25 marzo successivo le maggiori testate giornalistiche titolavano delle oltre 13 milioni di utenze ritrovate con sorpresa nell’archivio segreto del consulente. Giocchino Genchi è condannato prima ancora di potersi difendere, anzi, non deve potersi difendere e per questa ragione si parla confusamente di “utenze” e non di “righe conteneti telefonate effettuate dalle utenze sotto controllo”, si parla di “intercettazioni” e non di semplici tabulati telefonici. L’intenzione è ovvia: screditare e sotterrare.
L’uomo della strada legge il titolo e pensa: “Diamine, 13 milioni di intercettati, ossia il 20% della popolazione italiana, ossia 1 italiano su cinque, ossia anche io!”. Perché, se la famiglia media è composta da 4 elementi, è molto probabile che uno dei componenti sia dentro l’archivio del cattivo Genchi. Attenzione: in realtà non è la legittimità che ci interessa, nè la professionalità del consulente in questione, ma la storia nella sua accezione assoluta, che vista insieme ad altre storie simili basate su altri consulenti informatici dello steso rango, lascia trasparire una domanda: perchè lui ha un problema e gli altri, no?
Genchi non è l’unico consulente, e neanche l’unico che tratta tabulati e dati così sensibili. Sono persone che mettono le loro competenze al servizio di una macchina che, inevitabilmente, deve trattare tabulati telefonici, contenuti di dischi informatici, intestatari di linee telefoniche, ecc. ecc.
E, visto che mi interessa da vicino, anche il caso Telecom ha i suoi consulenti, persone che hanno visto migliaia di dati, molti dei quali tabulati telefonici, che hanno sbirciato in computer e sistemi di aziende e professionisti, siano essi parti lese o parti in causa, che hanno puntato il dito, ipotizzato e certificato qualcosa che sarà poi oggetto di dibattimento in Tribunale.
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Per una cultura di vera attenzione per l’infanzia
Due settimane ho ricevuto un libro, speditomi direttamente dall’autore che mi chiedeva un parere al riguardo. L’ho lasciato sulla scrivania un paio di giorni, poi distrattamente una sera l’ho sfogliato, ho cominciato a leggerlo e non sono più riuscito a smettere fino a quando non l’ho finito.
Il libro è un romanzo sulla pedofilia in ambito familiare, e la particolarità sta nel fatto che è scritto col punto di vista del bambino e descrive benissimo lo stato d’animo della vittima. I suoi silenzi dopo l’abuso, le sue paure, le parole che vorrebbe sentirsi dire dai genitori ma che non riceve, e tanto tanto altro. Con un finale da thriller…. al cardiopalma. In esclusiva per il vostro blog, ho intervistato l’autore, Alessandro Chiarelli.
D: Innanzitutto vuoi presentarti agli amici del nostro blog e spiegare che lavoro fai?
R: Coordino l’ufficio minori di una questura. Mi occupo di minori abusati, di minori maltrattati.
D: Perché hai deciso di scrivere un romanzo e perché proprio sulla pedofilia?
R: È stata una necessità più che una scelta. È nato da sé, il libro, in poco tempo, e chiude il cerchio su una lunga serie di vissuti di questo lavoro. A me è servito come catarsi, come superamento delle frustrazioni e delle difficoltà connesse a questo lavoro.
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Palchi rock: non solo simulacro musicale
Un concerto di musica rock, come qualunque manifestazione o evento, musicale e non, che presupponga un pubblico, assume complesse valenze sociali e psicologiche. Senza voler analizzare dal punto di vista semiotico il momento spettacolare e la straordinaria fusione di aspetti musicali, commerciali e culturali, è il caso di sottolineare le ragioni che spingono i giovani a riempire un locale, affollare un’arena, uno stadio, una piazza per ascoltare un cantante o un gruppo. Cosa c’è in un concerto che convince a volte decine di migliaia di persone a convenire nello stesso luogo?
Di norma, durante un concerto rock, gli artisti tendono a inscenare uno spettacolo in cui riproporre musica già nota al pubblico tramite la produzione discografica. Generalmente questa riproposizione, dal punto di vista della qualità musicale e dell’esecuzione tecnica, resta inferiore a quanto è possibile ascoltare sul supporto discografico. Eppure molti giovani, magari a prezzo di sacrifici e spesso pagando un salato biglietto d’ingresso, raggiungono i luoghi dove la manifestazione ha luogo e lottano per accaparrarsi un buon posto d’osservazione. E allora cosa spinge tutti ad aspettare il concerto come un evento immancabile?
Rispondere a queste domande significa indagare la dimensione spettacolare di un linguaggio non riducibile al simulacro discografico-musicale. Eppure il medium al quale il rock è sempre stato legato, più ancora di tutto il resto della musica di consumo, è il disco. Lo stesso percorso storico del rock è scandito dall’evoluzione tecnica e commerciale del supporto divulgativo: dal disco a 78 giri, al formato long playing a 33 giri, al fortunatissimo 45 giri, dalla compact cassette al compact disc, è il supporto, assieme alla trasmissione radiofonica, che ha permesso una capillare diffusione della musica a partire dagli anni Trenta.
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Collaboratori di una giustizia stranamente vulnerabile
L’ingegnere Carlo Saronio è il rampollo di una facoltosa famiglia della borghesia di Milano, ma forse per un senso di colpa prodotto dalla sua agiata posizione sociale, nutre simpatie politiche per l’ambiente extraparlamentare di sinistra e intrattiene frequentazioni con alcuni dei suoi esponenti. La notte del 14 aprile 1975, all’età di 26 anni, esce di casa senza farvi più ritorno. La mattina successiva i familiari ricevono alcune telefonate, dalle quali vengono informati che Carlo è stato rapito e che per il suo rilascio dovranno corrispondere una cifra di cinque miliardi di lire. In quegli anni i sequestri di persona a scopo d’estorsione sono all’ordine del giorno; ma le modalità di questo rapimento, condotto in maniera maldestra e dilettantesca, risultano fin da principio fortemente anomale.
La banda dei sequestratori, talmente inesperti e sprovveduti da causare perfino la morte dell’ostaggio, risulterà infatti costituita da un variegato insieme di delinquenti comuni e di personaggi riconducibili all’eversione politica, in particolare a Potere Operaio. Leader del gruppo e ideatore del rapimento è Carlo Fioroni, amico personale di Saronio. Si tratta di un personaggio che, collegato a vario titolo alle principali associazioni terroristiche del periodo, ha alle proprie spalle un curriculum di gravi trascorsi giudiziari. Ma le autorità inquirenti lo ritengono un “pentito” affidabile e rivelano un inspiegabile propensione a percorrere piste infondate sulla base delle sue rivelazioni…
Di sicuro c’è solo che Carlo Saronio è morto nel corso di un rapimento apparso da subito assai anomalo. Ovviamente si tratta solo di una delle tante incongruenze che caratterizzano una lunga teoria di misteri, nella storia della nostra Repubblica, tutt’ora irrisolti.
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Canto latino: un secolo e mezzo di evoluzione artistica
Io pensavo di conoscerla, la musica brasiliana. Perché ascoltavo Ernesto Nazareth e Noel Rosa, Pixinguinha e Adoniram Barbosa, Paulinho Da Viola e Virginia Rodriguez, Joyce e Leny Andrade, e Tom Zé, e il Quarteto em Cy, Moacir Santos, Rosa Passos, Guinga e Marisa Monte, e poi Hermeto Pascoal, Egberto Gismonti, Daniela Mercury, Rita Lee. Pensavo: altro che i soliti (seppur grandissimi) Jobim e Joao Gilberto e Caetano Veloso e Jorge Ben e Chico Buarque. La lettura di questo libro è stata una salutare doccia fredda.
In meno di 300 pagine Mei riesce a tracciare un panorama della MPB (Musica Popular Brasileira) allo stesso tempo dettagliato e agile. Dopo una rapida scorsa alla storia del Brasile dal XVI al XIX secolo, il libro prende le mosse dalla metà dell’Ottocento, quando cominciano a nascere i primi stili autoctoni (lundu, modinha, serestas, choro, tango brasilero) e si spinge fino alla fine degli anni ‘90, con la scena elettronica, i cantautori dell’ultima generazione come Lenine e Bebel Gilberto, il successo internazionale dei Tribalistas. Oltre un secolo e mezzo di evoluzione artistica, che ha prodotto una delle culture musicali più ricche, complesse ed entusiasmanti del mondo.
Decine di stili e centinaia di nomi sfilano davanti al lettore, che alla fine del libro trova anche una discografia accurata ma non eccessivamente voluminosa. Utile a chi si avvicini per la prima volta all’universo musicale brasiliano, ma anche per chi, come il sottoscritto, di quell’universo ha - o crede di avere - una qualche conoscenza. Al libro è allegato un cd che contiene dieci brani tratti da “Gafieira moderna”, uno dei più bei dischi della cantautrice Joyce.
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Endrigo: quanto mi dai se mi sparo?
Nato da famiglia polesana, costretto all’esilio dopo l’atroce mutilazione territoriale dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, appena adolescente, Sergio Endrigo crebbe tra Brindisi – in un collegio per i nostri fratelli profughi, presto abbandonato – e Venezia. Appassionato di musica sin dall’infanzia, dopo lunga gavetta tra night e balere incise i primi dischi tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Fu un cantautore elegante, sentimentale, di almeno discreto successo nazionale, protagonista di diverse tournée all’estero. Attorno agli anni Ottanta cominciò il lento declino: quando scrisse questo romanzo, polemico nei confronti dell’industria discografica, nemmeno l’industria del libro gli diede ascolto; “Quanto mi dai se mi sparo?” venne così stampato in Svizzera nel 1995, per un piccolo editore, dopo anni di tentativi caduti nel vuoto.
Soltanto nel 2004, per merito di Stampa Alternativa, il romanzo ha iniziato a circolare a dovere in Italia. È stata una delle ultime, meritate soddisfazioni del malinconico ragazzo di Pola, morto nel 2005. Il romanzo ha assunto il valore di un testamento spirituale: uno sganassone all’industria discografica, a chi ha fatto diventiere un mestiere artigianale un lavoro, sporcando la musica col marketing, e con la menzogna della centralità dell’immagine. È il libro di un vecchio artista che non si riconosceva più in niente, e si sentiva solo. Va letto e interiorizzato con rispetto: è diventato il romanzo di una vita, e della fine di un’epoca. È diventato – è bene rimarcarlo – uno degli ultimi libri pubblicati da artisti istriani italiani, scritto da un istriano nato prima che il comunismo decidesse che gli italiani in Istria non dovevano più esistere, o giù di lì. È un pezzo di Novecento italiano, un piccolo tesoro sporco di polvere, e di sangue.
Giovanni Birillieri, in arte Joe Birillo, ha cinquant’anni e tanta nostalgia del passato: la sua carriera di musicista è entrata in crisi, il pubblico non risponde più. Da dieci anni vende pochi dischi, è finito. Si sente vecchio, “vecchio di cuore”, e inadatto a un mondo con pochi ricchi e milioni di frustrati, che si illudono di possedere in esclusiva un vestito o un gadget hi-tech e per quel possesso in esclusiva si mostrano avidi di denaro, a qualsiasi costo.
Joe è gentile, ma la sua gentilezza viene scambiata per debolezza. Si ritrova a suonare nelle discoteche – a volte, vuote: otto spettatori – e si guarda intorno domandandosi cosa sia andato a fare. È preda del Gatto e la Volpe: non disonesti, ma perplessi; con Joe stanno perdendo denaro per la prima volta in vita loro.
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