Lo specchio del calligrafo: in principio

Lo specchio del calligrafo di Shan SaEravamo cinque bambini chiusi in una grande aula. Il vecchio Maestro Zhan m’intrigò con la sua barbetta grigia e l’accento del sud. Quando srotolò davanti a noi la carta di riso, la Cina moderna scomparve. Il primo carattere disegnato: Eternità. A quanto pare la parola contiene tutti i movimenti del pennello: il punto, il tratto orizzontale, verticale, diagonale, verso sinistra, verso destra, l’uncino. Il maestro diceva che Leonardo da Vinci era diventato un grande pittore disegnando instancabilmente un uovo. Dopo aver scritto per centomila volte Eternità, noi saremmo diventati grandi calligrafi.

La trasmissione del sapere millenario sta in un mormorio, in un incantesimo. I banchi troppo alti ci obbligavano a stare inginocchiati sulla sedia. Avevamo mal di schiena, male alle braccia, crampi all’incavo della mano. All’improvviso spuntava il Maestro Zhan e di sorpresa ci strappava il pennello. Guai a chi non era capace di trattenerlo.

Un tempo, i principi erano anch’essi iniziati alla calligrafia con questo simbolo. Una volta diventati imperatori chiamavano il loro regno “Pace eterna”, “Prosperità eterna”, “Stabilità eterna”, “Gioia eterna”. Il supplizio dell’infanzia si trasformava in fiducia e illusione. Le dinastie sono scomparse ma l’arte dell’ideogramma si perpetua. La Cina rinasce ogni volta che un bambino diventa calligrafo. L’eternità è un fruscio. Al poeta viene lasciato il canto dell’Effimero.


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Che Guevara, risvolti di un amore politico proibito

L'altro Che di Mario La FerlaCelebrato come il personaggio più popolare del Novecento, Ernesto Guevara è riuscito ad approdare nel nuovo millennio con tutto il suo fascino, la sua suggestione e il ricchissimo significato politico e sociale. Del guerrigliero argentino è stato detto e scritto tutto e più di tutto: l’infanzia e giovinezza, la famiglia, i suoi amici, gli studi, le passioni sportive, l’impegno politico e la sua avventura a Cuba, la rivoluzione con i barbudos di Fidel Castro, i suoi viaggi intorno al mondo e la sua ultima missione in Bolivia. Infine della tragica morte e del rimpianto dei suoi ammiratori sparsi in tutto il mondo.

Ma davvero è stato detto e scritto tutto su di lui? Esistono zone d’ombra del guerrigliero argentino? Per molti anni la sua vita e la sua morte sono state raccontate soltanto nel tentativo di esaltarne il mito. Ma non è tutto. Anche la passione per il Che nasconde angoli non ancora esplorati. Fatti veri mai detti, neppure accennati. Non era possibile, non era soprattutto ‘conveniente’ indagare, andare oltre i luoghi comuni, oltre le cose già dette e ripetute. Troppe le certezze, troppe le verità esclusive, e troppe anche le tesi scolpite nel granito.

Esiste un altro aspetto dell’amore per Ernesto Guevara non del tutto inedito, però mai diffuso. L’amore a destra, quello dei giovani nazional-rivoluzionari, i fascisti rossi, che amavano il Che ancor prima della sua morte e che per loro è diventato mito e simbolo a partire dal ’68. Un amore di cui mai è stato scritto, mai riferito, mai detto, se non nei gruppi e nei circoli della destra radicale. La passione per Guevara a destra è un’eresia, una provocazione, un’appropriazione indebita mai perdonata.
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Voglia di radio libere, dalla Resistenza alla ricostruzione

Libere di Stefano DarkEIAR significa incremento per quantità e qualità della programmazione, anche a fronte di una più larga diffusione degli apparecchi, nei luoghi pubblici fino alle fasce rurali. Senza dimenticare il ruolo della Radio Vaticana, stazione della Santa Sede e formalmente estera, nata nel 1931, l’EIAR resta l’ente monopolista anche negli anni Quaranta, quando la polizia compila rapporti sulla proliferazione di antenne clandestine per l’ascolto di voci straniere. Si tratta di Radio Londra, britannica ma in lingua italiana, la voce non fascista più rilevante, e delle comuniste Radio Mosca e Radio Milano Libertà, che trasmettono dall’Urss. In quest’ultimo gradino di discesa del regime, l’ente radiofonico pratica con il massimo sforzo la propaganda.

La Seconda guerra mondiale devasta il Paese e la sua radio, aprendo un intervallo di parziale liberazione, inteso come rinnovamento, subito prima della RAI. Le emittenti della Resistenza italiana sono piccole e diffuse sia in ambito nazifascista che tra le forze partigiane e alleate. Si trovano nella condizione di dover gestire una comunicazione radiofonica condizionata, sperimentale ma paradossalmente, in qualche caso, innovativa. Mentre i nazisti spostano al Nord il controllo EIAR, tra il 1942 e il 1945 nascono diverse stazioni emittenti con portata limitata. Dall’isola al “continente” c’è l’insigne Radio Sardegna, tra le principali della Liberazione; da Monaco propaga la radio della Repubblica sociale italiana; a Milano nasce la filofascista Radio Falco, indi Radio Tevere, che si finge voce non del regime repubblichino ma di antifascisti delusi, per dichiarare di trasmettere dall’estero disinformando con carattere parodistico e scanzonato il pubblico, in opposizione al clima di favore instaurato da partigiani ed esercito angloamericano. E ancora, nascono Radio Fante e Radio Soldato, entrambe dei nazifascisti.
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Le tigri di Telecom: oltre una fitta nebbia

Le tigri di TelecomAgli albori della telefonia italiana si pagava con una bolletta bimensile la Teti (Società tirrenica di comunicazione). Ora siamo già intorno agli anni 70 e la bolletta a dire il vero porta già il marchio Sip (già Società idroelettrica piemontese, poi successivamente Società italiana per lo sviluppo della Telecomunicazione). Allora i telefoni erano a rotella e mio padre minacciava continuamente di inserire un lucchetto per impedirmi di telefonare. Andrea Pompili usava qualche anno dopo il computer Commodore 64 con il quale prendeva confidenza con il mondo dell’informatica, da lì a poco sarà l’autore di uno dei primi videogiochi in circolazione Catalypse. Genio dell’informatica fin dagli albori, si definisce romanticamente un hacker. Ora della parte iniziale della propria vita l’autore dà solo vaghi cenni, un po’ nostalgici, forse romantici. Chissà se dalle mura di un carcere riflette sul proprio percorso professionale. Si perchè Andrea Pompili è da lì che scrive.

Ora, ricapitoliamo brevemente i fatti, arriviamo anche alla conclusione perché non si tratta di un romanzo noir. Tecnico informatico al G8 di Genova per conto di una nota ditta di telefonia mobile lavora per la sicurezza, conosce qui alcune persone che a vario titolo lo seguiranno fino al colosso delle telecomunicazioni italiane e internazionali della Telecom. Qui dopo che il controllo dell’ex ente pubblico è nelle mani della Pirelli diventa tra i protagonisti di un gruppo detto Tiger Team, gruppo di sicurezza per l’azienda in questione.

In realtà è la storia di una serie di scandali dovuti ad assalti informatici a gruppi nemici, schedature di clienti a scopo commerciale, rapporti con polizia e servizi segreti. Qualcuno ricorderà, Giuliano Tavaroli, l’attacco hacker al Corriere della Sera, le intercettazioni e le schedature per la polizia o i servizi segreti, il caso Abu Omar e altre amenità del genere che per un po’ hanno monopolizzato la cronaca italiana. Credo che in quel momento l’opinione pubblica abbia capito poco, anzi credo niente. Chissà se hanno capito i giudici, o i giornalisti che si occupavano del caso. Ma forse è giusto così visto che in fondo ora nessuno ne parla più.
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Eco Logo: cosa fare dopo Kyoto? / 1

Eco LogoNoi – la specie umana – siamo giunti ad un momento decisivo. È inaudito, e fa perfino ridere, pensare di poter davvero compiere delle scelte in quanto specie, ma è proprio questa la sfida che ci troviamo davanti. La nostra casa – la Terra – è in pericolo. Non è il pianeta a correre il rischio di essere distrutto, ma le condizioni che lo hanno reso un luogo accogliente per gli esseri umani.

Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni, abbiamo cominciato a riversare nel sottile involucro di aria che circonda il nostro mondo quantità di anidride carbonica tali da arrivare letteralmente ad alterare l’equilibrio termico tra la Terra e il Sole. Se non ci fermeremo, e in fretta, la temperatura media crescerà a livelli che gli esseri umani non hanno mai sperimentato fino ad ora, mettendo fine al propizio equilibrio climatico su cui poggia la nostra civiltà.

Nell’ultimo secolo e mezzo, sempre più freneticamente, abbiamo estratto dal terreno quantità sempre maggiori di carbonio, principalmente sotto forma di petrolio e carbone, bruciandolo al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2 riversate ogni 24 ore nell’atmosfera terrestre. Le concentrazioni di anidride carbonica, che non erano mai salite oltre il livello di 300 parti per milione (ppm) da almeno un milione di anni a questa parte, sono cresciute dalle 280 ppm dell’inizio del boom del carbone fino alle 383 ppm di quest’anno.

La conseguenza diretta è che molti scienziati adesso ci avvertono che ci stiamo avvicinando a una serie di “punti di non ritorno”, che nel giro di 10 anni potrebbero metterci nell’impossibilità di evitare danni irreparabili all’abitabilità del pianeta per gli esseri umani. Negli ultimi mesi, nuovi studi hanno dimostrato che la calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si sta sciogliendo a ritmi quasi tre volte più veloci di quanto previsto dai più pessimistici tra i modelli elaborati al computer. Se non agiremo, nel giro di appena 35 anni, il ghiaccio potrebbe arrivare a scomparire completamente nei mesi estivi. All’altra estremità del pianeta, al Polo Sud, gli scienziati hanno scoperto nuove prove di scioglimento della neve in un’area dell’Antartide occidentale grande quanto la California.
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L’ultimo Jacovitti “sotto” le Forche Caudine

Zorrykid di Benito Jacovitti - a cura di Gianni BrunoroPraticamente tutti gli italiani alfabetizzati nati tra gli anni trenta e i settanta del secolo che ci siamo da poco messi alle spalle possono essere divisi in gruppi a seconda delle modalità con cui sono venuti in contatto con il lavoro di Benito Jacovitti. Personalmente faccio parte del gruppo del Diario Vitt, che mi ha reso più sopportabili parecchi anni scolastici, oltre a legarmi per sempre a Cocco Bill e a Jak Mandolino. Non conoscevo, invece, Zorry Kid, meritoriamente ristampato in tutto il suo splendore da Stampa Alternativa.

Saranno gli anni passati lontano dai salami, dai pettini e dalla prorompente energia di Jacovitti o la consuetudine con autori meno densi, ma la potenza di fuoco messa in campo per raccontare le gesta di questa variante italica dello spadaccino mascherato è impressionante. Non bastavano le tavole affollatissime, la moltitudine di personaggi, non i continui colpi di teatro, Jacovitti aggredisce (non trovo un termine migliore) i suoi lettori con il surreale misto di spagnolo maccheronico e veneto (e sto sicuramente dimenticando qualcosa) eletto a lingua ufficiale della California (o della “cosa” come spesso viene chiamata) che fa da sfondo alle vicende zorresche.

In tempi di narrazioni anemiche come i nostri queste dimostrazioni di esuberanza creativa riportano a un passato in cui forse le questioni di stile erano meno centrali e si era disposti a passare sopra a qualche ingenuità per avere in cambio l’energia e l’apparente naturalezza (intesa come disinvoltura) che Zorry Kid distribuisce con grande abbondanza. Lascio a voi la decisione se le cose fossero migliori allora o adesso, ammesso che abbiate voglia di cimentarvi, perché Perfidio Malandero sembra aver messo nel sacco Zorry e devo sapere che cosa sarà del Kid mascherato.
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La parola ai “Numeri” di Dario De Toffoli

Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De RosaDel libro Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De Rosa si era parlato qualche mese fa, al tempo della uscita, lo scorso autunno. Quella che proponiamo oggi è l’intervista fatta a uno degli autori, De Toffoli, a fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi realizzata da RadioAlzoZero diretta da Valerio Lo Monaco. Per raccontare che:

Numeri non è il solito libro di matematica ricreativa. Piuttosto è un incrocio fra un testo divulgativo e uno di giochi matematici, incentrato sui numeri, ma che li interpreta con gli originali e ludici occhi degli autori. Si comincia con le “divagazioni”, osservazioni, curiosità e interpretazioni sul mondo dei numeri. Si passa con leggerezza dagli insiemi numerici ai misteri dell’infinito (o degli infiniti), da Lost alla “prova del 9” che tutti conoscono ma di cui pochi comprendono il funzionamento. Si prosegue con un’ampia sezione dedicata al “calcolo mentale”, disciplina pressoché sconosciuta in Italia, grazie alla quale i lettori potranno scoprire i piaceri del calcolo, tecniche e scorciatoie per eseguire facilmente operazioni prima ritenute impossibili.

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L’omicidio impunito di Anna Politkovskaja

Mauro Biani“Anna è stata uccisa a causa del suo lavoro. Non vedo altre motivazioni possibili per questo efferato delitto”. Così diceva Vitaly Yaroshevsky, vice-direttore della “Novaya Gazeta”, subito dopo l’omicidio a sangue freddo di Anna Politkovskaja con cinque colpi di pistola alla testa e al petto. Uccisa nell’ascensore di casa sua il 7 ottobre 2006 a Mosca, Anna è la giornalista che nei suoi libri e sulle pagine della “Novaya” ha descritto meglio di chiunque altro la violenza della guerra in Cecenia e il rapporto di questa violenza con gli interessi di Vladimir Putin e del suo regime di oligarchi.

Di fronte ai mille interrogativi di questa esecuzione, la giustizia russa non è riuscita a fornire risposte, e il 19 febbraio scorso l’attività di due anni e quattro mesi di indagini, quattro mesi di processo e tre ore di camera di consiglio si è conclusa con un nulla di fatto. I 12 giurati della corte militare di Mosca, presieduta dal giudice Yevgeny Zubov, hanno assolto per insufficienza di prove con verdetto unanime i quattro imputati del processo.

Si tratta dell’ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhikurbanov, accusato di essere l’organizzatore del delitto per conto di un mandante non precisato; dei fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, che secondo l’accusa avrebbero seguito e pedinato la giornalista; dell’ex colonnello dei servizi segreti Pavel Riaguzov, che ha dovuto rispondere assieme a Khadzhkurbanov dell’accusa di abuso d’ufficio ed estorsione per aver fornito al gruppo ceceno l’indirizzo della giornalista. Tutti assolti. Rustan, il terzo dei fratelli Makhmudov, rimane ricercato all’estero come presunto killer della Politkovskaja, ma c’è da scommettere che anche lui avrà festeggiato questa sentenza.
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Musica errante: klezmer e la canzone yiddish

Musica erranteIl suono ha, nel mondo ebraico, un ruolo primigenio: nel Capodanno ebraico si soffia nello shofar per ricordare che la creazione del mondo fu annunciata dalla sonorità dirompente di un corno d’ariete; e tutto il multiforme universo mistico e filosofico degli ebrei è intriso di rimandi alla preminenza del suono, della voce, del canto nel rapporto tra Dio e gli uomini. Il suono è elemento fondante della liturgia che per molti secoli è stata l’unica forma d’arte ebraica. In base all’interpretazione musicologica tradizionale, l’importanza che la cultura ebraica attribuisce alla musica discenderebbe dal divieto religioso di raffigurare immagini sacre, per evitare il rischio di idolatria.

L’impossibilità di dedicarsi alle arti figurative avrebbe spinto gli ebrei a concentrare il proprio genio artistico sulla musica. Ne discende una fondamentale peculiarità nella concezione estetica della musica presso gli ebrei, che identifica il bello con ciò che è buono e giusto. La musica diviene così componente essenziale della preghiera, di ogni momento comunitario rivolto a Dio. Esemplare a questo proposito è il momento della cantillazione: un particolare modo di leggere la prosa biblica, che si pone a un livello intermedio fra la declamazione e il canto vero e proprio. L’attitudine alla lettura intonata si è estesa allo studio e alla recitazione di tutti i testi sacri, in pubblico e in privato. In relazione inscindibile con la parola, la musica è dunque canale privilegiato nel rapporto con la divinità.

Come esposto da Enrico Fubini, nel suo insuperato saggio La musica nella tradizione ebraica, la religione e la filosofia ebraiche attribuiscono al tempo una funzione predominante rispetto alla categoria spaziale. Dice Fubini:

Tutta la vita ebraica è scandita da ritmi ben precisi che ne costituiscono in qualche modo l’essenza, l’anima, il suo significato più profondo […] e anche la musica è essenzialmente temporalità, memoria, ritmo […]. Tra la musica e l’ebraismo c’è un’affinità profonda che va al di là della vaga metafora! Si potrebbe affermare che tutto l’ebraismo, la sua stessa essenza, è una musica, o meglio una forma di musica, o, in altre parole, un tentativo di imporre una forma al tempo.

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Eco Logo: l’industria italiana difende o distrugge l’ambiente?

2Nei prossimi decenni la temperatura della Terra aumenterà di uno, di due, di quattro o di sei gradi? Potrebbe apparire una discussione accademica. Teorica. E invece stiamo parlando del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Stiamo parlando del destino che potrebbe farci assistere, da anziani, alle inondazioni delle nostre città causate dallo scioglimento dei ghiacciai e dall’innalzamento dei mari.

Secondo tutte le previsioni, se l’umanità intera sarà così brava da azzerare le emissioni di anidride carbonica tanto da contenere l’aumento della temperatura globale di “solo” due gradi, avremo comunque sconvolgimenti ambientali e sociali non indifferenti. Con questo scenario “ottimistico” potremmo assistere non all’estinzione del genere umano, bensì all’inondazione di Venezia, del centro di Londra, di Miami e Manhattan, con tutte le coste mediterranee, incluse quelle italiane, ridotte a deserti aridi.

Con l’aumento di un grado centigrado della temperatura globale scompaiono i piccoli ghiacciai, aumentano malaria e altre malattie tropicali, si scioglie il permafrost, scompaiono l’80% delle barriere coralline e si affievolisce la corrente del Golfo. Sarebbe solo l’inizio di una serie di eventi drammatici a catena. Con l’aumento di due gradi, l’acqua potabile diminuirebbe del 20-30%, la resa agricola si abbatterebbe del 10%, avremmo 60 milioni di nuovi casi di malaria in Africa, le alluvioni lungo le coste interesserebbero 10 milioni di persone in più e il ghiaccio della Groenlandia si scioglierebbe definitivamente.

Con più quattro gradi centigradi la disponibilità di acqua potabile diminuirebbe del 30-50% nell’area mediterranea, scomparirebbero i ghiacci dell’Himalaya e si prosciugherebbero i fiumi di India e Cina, favorendo migrazioni bibliche. La malaria arriverebbe in pianta stabile in Europa e le rese agricole diminuirebbero del 15-35%. La pesca diventerebbe quasi un lontano ricordo. Trecento milioni di persone in più sarebbero esposte alle alluvioni, sarebbe distrutta la foresta amazzonica e le tundre con la liberazione di gas metano e altri gas ad effetto serra che farebbero aumentare ancor di più la temperatura. Il livello del mare si innalzerebbe di 7 metri, sommergendo intere città costiere.
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Il bullo da un milione di dollari

Miladin KovacevicIn questi giorni la Serbia è famosa a livello globale grazie a giovani star del tennis e vecchi criminali di guerra. E anche per un giovane bullo, un giocatore di basket attaccabrighe che di recente ha dato in escandescenze in un bar americano e ha pestato un compagno di bevute fino a ridurlo in coma. Invece di essere arrestato e imprigionato negli Stati Uniti, dove vive, questo tipo si è rifugiato nell’ambasciata serba a Washington, ha arraffato una falsa identità ed è scappato in Serbia. Al sicuro in madrepatria, si proclama vittima del sentimento anti-serbo. Chiede aiuto all’ala nazionalista della Destra serba, da sempre ostile alle grandi potenze, senonché si dà il caso che la grande potenza sia un atleta di 300 libbre che ha picchiato un nemico americano di 135. Il governo americano chiede l’estradizione. I funzionari serbi la rifiutano sprezzanti, simulando un processo spettacolo a Belgrado, che molto opportunamente evapora nel nulla.

Il nostro giovane bullo è sulle prime pagine dei tabloid, in compagnia delle nostre star del tennis: sua madre abbraccia il suo enorme bambino, a torto considerato di carattere cattivo, dice, con le lacrime agli occhi: “Il mio Milorad è molto emotivo, ma non è colpevole”. Il punching-ball americano nel frattempo si risveglia dal coma. La sua famiglia reclama giustizia - non dal suo assalitore, ma un risarcimento dal proprio governo. Le autorità serbe ammettono che l’indiziato è già fuori su cauzione, ma è pronta a risolvere il problema.

Da Bush a Obama, da Condoleezza Rice a Hillary Clinton: gli americani chiedono sempre l’uomo o i soldi, mentre i serbi sono disposti a farsi bombardare pur di non cedere. Una volta ancora, un’impasse pericolosa. Così, un paio di giorni fa, il nuovo Borba Daily serbo diffonde la notizia che Hillary Clinton e il governo serbo hanno raggiunto un sereno accordo: un milione di dollari per mettere a tacere la faccenda. Il denaro è destinato a risarcire la famiglia della vittima. La Serbia si tiene il suo pupo bullo, libero di giocare a basket in patria. Come se niente fosse accaduto.
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Il mondo in una piazza: non tutto è come sembra

Il mondo in una piazzaNel centro di Torino, non lontano dal Duomo e da Palazzo Reale, sorge un piccolo quartiere di nome Borgo Dora. Il suo nucleo è piazza della Repubblica, dove ha sede il mercato di “Porta Palazzo”, uno dei più grandi d’Europa. Ogni torinese può raccontare vicende notturne ambientate tra queste strade. Si tratta sempre di narrazioni avvincenti, ai confini tra realtà e fantasia. Automobilisti solitari fermi ai semafori rossi, a cui vengono tagliate le gomme: tempo di accorgersene, di scendere dall’auto e prendere il cric nel bagagliaio, che qualcuno entra in macchina rubando quel che può.

Se il ladro non trova né portafoglio, né soldi, né cellulare, tanti saluti all’automobile. Si mormora di altri automobilisti circondati e derubati di ogni avere. Le televisioni parlano di bande in guerra tra loro che in qualche seminterrato organizzano le loro lotte fratricide. Ma Porta Palazzo non è solo questo: è profumo di frutta e verdura, colori vivaci, vociare straniero mescolato agli svariati dialetti italiani, contatto con popoli lontani. A Porta Palazzo vivono, si incontrano e si scontrano l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Ruben e io, per ragioni diverse, speravamo da tempo di trovare alloggio in quella zona, la cui realtà cruda e autentica ci incuriosiva e ci imprimeva una vaga sete di avventura. Ruben è un ragazzo brillante e intelligente, di poco più grande di me. Si presenta molto bene, ha mille interessi e la battuta sempre pronta. Porta avanti dei progetti di cooperazione internazionale in alcuni Paesi africani per un’associazione torinese ed è appassionato e innamorato del suo lavoro. Pensava che la vita di Porta Palazzo fosse un’occasione di comprensione e consapevolezza sociale.
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Gli Yes e lo sviluppo del dialogo con il pubblico

Fragile di Chris WelchPiù passa il tempo e più mi sembra che le stagioni della psichedelia e del progressive assomiglino a una grande festa mascherata. Penso a opere come Papillon e Carnaval di Schumann, nelle quali la semplice forma del valzer assume aspetti sempre nuovi e cangianti. Oppure mi viene in mente un bel racconto di Gianni Rodari, “La torta in cielo”: durante un esperimento nucleare dell’esercito, per fortuna fallito, un semplice pasticcino, sfuggito ai vassoi del rinfresco e risucchiato dalla bomba, si trasforma in un’enorme torta volante con, al suo interno, foreste di zucchero filato, paludi di marmellata, fiumi di cioccolato, miniere di canditi. In quegli anni è avvenuta la stessa cosa, anche se i pasticcini, nel nostro caso, sono le canzoni dei Beatles, i giri blues, i riff dei Rolling Stones e degli Who.

Basta ascoltare Yours Is No Disgrace e il suo naturale, elaboratissimo seguito, cioè Roundabout: alla base di entrambe ci sono riff secchi, incisivi, ossessivi, più essenziali ancora, forse, di quello di Satisfaction o della Crossroads dei Cream. Ma poi ci sono le fermate brusche e inattese, i pianissimo improvvisi, le sortite melodiche inarrestabili del basso di Squire, gli armonici della limpida chitarra di Howe, il gioco sofisticato della batteria di Bruford. Tutto è attraversato da una leggerezza che sa essere sempre sferzante e tagliente e che diventerà uno dei tratti distintivi degli Yes. E ancora: i cori, impetuosi e gioiosi, molto simili a quelli di Crosby, Stills & Nash. Basta ascoltare la versione unplugged di Roundabout sul bel video Yes Acoustics per rendersi conto di quanto gli Yes, con i piedi ben piantati nella Londra della psichedelia, avessero comunque ben presenti le armonie vocali dei californiani.

Come contorno c’è poi il repertorio classico, quasi mai studiato nei conservatori o coltivato nelle sale da concerto. Si trattava piuttosto dei classici che si potevano trovare nella piccola discoteca di famiglia, magari nelle collane tipo “I grandi musicisti”: Cajkovskij e Dvorák, il Bolero di Ravel e la sonata Al chiaro di Luna. E poi ancora il Bach di Glenn Gould, nonché quello già metabolizzato dai Procol Harum o, per andare avanti, quello delle pionieristiche avventure di Wendy Carlos e del suo sintetizzatore. Gli artisti del progressive non si limitavano a copiare o a rielaborare i classici.
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Musica errante: dall’antico testamento al folk e al jazz

Musica erranteLa globalizzazione porta con sé trasformazioni sociali e politiche che tendono a omologare, ma genera simultaneamente un abbattimento di confini e barriere che dà vita a un’apertura di orizzonti foriera di grandi prospettive per le relazioni umane. Le differenti culture cessano di essere percepite come causa di separazione e appaiono come opportunità di conoscenza reciproca, ed entro certi limiti perfino di mutua appartenenza. La musica guida questa tendenza grazie alla libertà dalle lingue territoriali. Il diffondersi di una world music è la prova di questa vocazione universale.

Il travolgente successo, anche da noi, di un fenomeno musicale come il klezmer è segno di una pulsione epocale. Il patrimonio del genio creativo della diaspora ebraica dell’Est europeo entra a far parte del nostro paesaggio culturale e si rende disponibile a un vasto pubblico. È entusiasmante pensare che, caduti gli orpelli nazionalistici e le arroganze eurocentriche dei retaggi coloniali, i centri metropolitani si aprano alle alterità. L’ingresso in una relazione di interiorità/anteriorità ci fa sentire comune il nostro destino/cammino di esseri umani.

Il linguaggio dell’anima si mette in gioco contro il linguaggio del potere. Questo appassionante scenario contiene tuttavia in sé un controscenario allarmante, il quale prevede una deriva mercantile di ogni potenzialità artistica. È necessario pertanto diffidare dall’utilizzo strumentale e a buon mercato delle emozioni che le specifiche culture tradizionali hanno saputo creare in un travaglio lungo generazioni e generazioni, nell’alterno mutare dei contesti storici. È facile, anche animati dalle migliori intenzioni, depredare una cultura spogliandola delle proprie origini fino a ridurla a una stucchevole caricatura di se stessa. Il miglior rimedio contro la banalità corrosiva è la conoscenza.
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Una competizione positiva: la corsa per salvare il pianeta

Eco LogoEco Logo squarcia il velo della pubblicità con l’ambizione di scoprire, tra i vari settori dell’industria quali, in realtà, hanno comportamenti ambientalmente corretti e responsabili e quali no. Trovo affascinante l’idea di mettere a confronto, con tutte le cautele del caso, le prestazioni ambientali delle diverse squadre produttive italiane, segnalando i giocatori industriali che hanno la minore impronta ecologica sul campo della sostenibilità.

Le imprese intelligenti oggi risparmiano l’ambiente perché questo fa risparmiare i loro budget. Per le aziende che hanno un brand, un logo, anzi un Eco Logo, da difendere sul mercato consumer, è fondamentale promuovere una immagine linda e sensibile ai problemi del pianeta. I consumatori-cittadini, infatti, sono sempre più attenti a ciò che acquistano: secondo uno studio del 20071, negli ultimi due anni, il 50% dei consumatori ha preferito prodotti rispettosi dell’ambiente in termini di packaging, di ingredienti utilizzati o di relativi messaggi pubblicitari.

Le imprese che hanno puntato sull’efficienza energetica, su “zero rifiuti”, sulla riduzione dei consumi di acqua, hanno avuto significativi risparmi economici nelle bollette. Altre aziende hanno addirittura deciso di produrre l’energia autonomamente, con fonti rinnovabili e in co-generazione. Il gioco delle patenti ambientali alle imprese e ai comparti industriali, lanciato da questo volume, mi sembra, oltre che divertente, interessante perché stimola una competizione in positivo tra le imprese a fare sempre di più per ridurre i propri impatti e sempre meglio nell’efficienza energetica e nella sostenibilità.
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