Fragile: gli Yes e la maestà della musica

Fragile di Chris Welch

La terza facciata delle quattro che compongono l’album [TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS] racconta degli Antichi Giganti sotto il sole, che sono “intonati alla maestà della musica”. In conclusione, se qualcuno mi dovesse chiedere chi sono gli autori di questo album, e se si tratti o no di un capolavoro, potrei dare la stessa risposta: YES!!

Così si esprime, con ingenuo entusiasmo, nel primo articolo scritto per il giornalino della scuola, il giovane Philip, uno dei protagonisti del romanzo di Jonathan Coe La banda dei brocchi (titolo originale The Rotter’s Club, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2002).

Philip, un ragazzo timido e sognatore, ha ricevuto l’album doppio come regalo di Natale dai suoi genitori. L’amico Benjamin, invece, guarda già oltre il progressive, e gli fa ascoltare il primo LP degli Henry Cow, avuto in prestito dal “capellone”, il fidanzato di sua sorella: uno più grande, un intellettuale. Un altro loro amico, Doug, si reca a Londra per cercare di collaborare con il «New Musical Express». Quando un redattore gli propone di recensire un concerto degli Steeleye Span, oppure dei National Health, lui si sottrae, un po’ schifato: quella non è roba per lui, è musica da hippy, e finisce per andare a sfondarsi i timpani a un concerto dei Clash.

Bastano questi pochi accenni da parte di Coe alla scena musicale inglese della metà degli anni Settanta – il titolo del libro, tra l’altro, prende il nome da un importante album degli Hatfield & The North – per restituire alla musica degli Yes tutto il suo splendore, ma allo stesso tempo tutta la sua eterna precarietà. Anderson e compagni, sebbene sulla scena da soli cinque anni, rappresentavano la classicità ormai superata, da un lato, dalle avanguardie che guardavano al free jazz e alla musica concreta, e dall’altro dalle prime salve di cannone della rivoluzione punk. La sorella di Benjamin, Lois, legge avidamente gli annunci sentimentali di Sound, alla ricerca di un fidanzato e scarta a priori annunci come questi:

Tipo solitario, disilluso (21), lunghi capelli neri, gradirebbe comunicare con ragazza seria e consapevole. Gradite passioni creative come: progressive rock, musica folk, belle arti”. “Tipo solitario, non attraente (22), necessita di compagnia femminile, aspetto irrilevante. Passioni Moody Blues, Barclay James Harvest, Camel, etc”.

Quindi il progressive è musica per uomini malinconici, solitari… sfigati? In un articolo intitolato Genesis, ELP e Yes: quando i dinosauri vagavano sulla terra, pubblicato su un sito di storia del punk, gli appassionati del progressive vengono descritti così:

Il Prog Rock era ascoltato principalmente dagli studenti del politecnico, quelli che indossavano i pantaloni a zampa di elefante e il montgomery, senza fidanzata, e che ai concerti se ne stavano seduti sul pavimento, strafatti di canne. Si incontravano nel soggiorno di casa, bevendo caffè in tazze sbreccate e interrogandosi sui misteri dell’universo, mentre ascoltavano la musica di Yes, Van Der Graaf Generator, Camel, Gentle Giant, Caravan, Greenslade e mille altri ancora. Era gente che sapeva quello che voleva: assoli di chitarra istrionici e tempestosi, tastiere sdolcinate, testi pieni di contenuti mistici, titoli che non avevano nessun rapporto con la musica…

Ma come si fa a definire sdolcinato l’Hammond ruggente che inonda Roundabout da un capo all’altro? La descrizione dell’appassionato di progressive rock – bisogna pur ammetterlo – è perfetta, e chi scrive ci si riconosce completamente, non senza un certo orgoglio. Si può continuare a criticare il presunto gigantismo del progressive, ma una cosa è sicura: quella musica, quegli album, erano pensati per un ascolto attento, ripetuto, approfondito. La fantasia volava cercando di cogliere il senso di testi quanto mai criptici (oscuri anche per i loro autori, a volte: questo è certo!), e immedesimandosi nei paesaggi e negli scenari di copertine lussuose e suggestive. E questo non vale solo per gli Yes. In poco meno di due anni uscirono LIZARD, AQUALUNG, TARKUS, NURSERY CRIME, H TO HE, FRAGILE: non si trattava solo di dischi, ma di mondi da esplorare.

Non è certo questa la sede per una difesa (perché non ce n’è bisogno) o per un’analisi approfondita (perché non c’è spazio a sufficienza) di quel fenomeno variegato che chiamiamo progressive rock. Continuano a essere valide, naturalmente, le categorie stilistiche che identificano questo fenomeno e cioè, sinteticamente: abbandono delle strutture simmetriche della canzone in favore di forme aperte e, spesso, di ampie dimensioni, fino ad arrivare a vere e proprie suite; ruolo centrale delle tastiere e dei primi sintetizzatori; impiego di strumenti classici, antichi ed etnici; testi carichi di simbolismo, misticismo e di temi epico-leggendari; frequente ricorso a metri e ritmi irregolari, a improvvisi cambi di tempo e ampie variazioni dinamiche; citazioni e rielaborazioni di temi classici e sinfonici; predilezione per il concept album. Con tutto questo, però, descriviamo il fenomeno soltanto in superficie. Forse possiamo capire qualcosa di più se teniamo sempre presente quella che – secondo Peter Banks – era la parola d’ordine degli Yes durante le prove: «perché no?».

Sì, certo, perché non giocare con il pedale del volume, collegato alla chitarra, e farla sembrare un violino? Perché non modificare le uscite dei magneti del basso, inviandone una a un amplificatore per basso e l’altra a un amplificatore per chitarra, ottenendo allo stesso tempo un suono grasso, possente e robusto nei bassi e dei timbri acuti, metallici e penetranti negli alti, come non si erano mai sentiti da quello strumento? Perché non seminare qua e là nei pezzi – come ragazzi un po’ discoli che lanciano aeroplanini di carta quando il professore volta le spalle – frasi di Bach, dei Beatles, di Bernstein, delle colonne sonore dei film western? Perché non suonare la batteria su un pezzo dei Byrds come se stessi suonando con i Jazz Messengers? Perché no? Perché no?

Perché non giocare con il pedale del volume, collegato alla chitarra, e farla sembrare un violino? Perché non modificare le uscite dei magneti del basso, inviandone una a un amplificatore per basso e l’altra a un amplificatore per chitarra, ottenendo allo stesso tempo un suono grasso, possente e robusto nei bassi e dei timbri acuti, metallici e penetranti negli alti, come non si erano mai sentiti da quello strumento?

Perché non seminare qua e là nei pezzi – come ragazzi un po’ discoli che lanciano aeroplanini di carta quando il professore volta le spalle – frasi di Bach, dei Beatles, di Bernstein, delle colonne sonore dei film western? Perché non suonare la batteria su un pezzo dei Byrds come se stessi suonando con i Jazz Messengers? Perché no? Perché no?

Fragile - La storia degli YES di Chris Welch
Collana Rock People
352 pagine
ISBN 978-88-6222-070-5

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