La radio, compagna inseparabile di vita
Questo libro l’avrei voluto pubblicare io, nel tempo della mia vita in cui ho diretto una casa editrice, l’autore lo sa bene e anche per questo, credo, mi chiede di scrivere qualche riga di introduzione al suo lavoro. Avrei voluto farlo, e sono grato a chi oggi lo fa, perché nonostante esista una qualche letteratura sull’argomento e il recente trentennale della prima radio libera abbia riacceso qualche interesse sull’argomento, non esisteva ancora una ricerca sistematica, completa, ragionata e un’analisi su un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, il costume, la politica nel nostro Paese, seconde soltanto alla diffusione di internet.
Eppure la coscienza di quanto quella rivoluzione abbia influenza sulla nostra vita non può essere viva in chi non è stato ad essa contemporaneo e uno studio storico approfondito e documentato avrebbe rischiato di divenire impossibile col trascorrere del tempo. Sono quindi certo che i materiali qui raccolti e la forma analitica del saggio resteranno uno strumento prezioso per quanti vorranno capire le trasformazioni avvenute in Italia nel corso del ‘900, ma anche per studiare le costanti che si sviluppano nei processi di comunicazione, al variare delle condizioni sociali e delle tecniche.
C’è poi un altro motivo che mi ha portato a interagire con Stefano Dark. Sentito come testimone in una trasmissione televisiva di cui lui era autore sullo stesso argomento, ho fornito un po’ di materiali e notizie su una componente di quel fenomeno quasi completamente rimossa: la funzione che le emittenti private ebbero nella vita (direi addirittura nella sopravvivenza) della destra italiana negli anni ‘70-’80 e la capacità di trasformarla fino a costituire una delle fonti della sua attuale fisionomia.
Sono partito militare nell’agosto dell’Ottanta, quindici giorni dopo la strage di Bologna. Una delle prime notti che dormivo al reparto, alla città militare della Cecchignola, nel silenzio dopo il contrappello sento in camerata suonare Il domani appartiene a noi, una canzone divenuta quasi un inno per i giovani missini. Salto giù dalla branda e corro vicino al tipo che tiene la radio accesa e capisco che si tratta di RADIO ALTERNATIVA. Gli chiedo con circospezione come mai ascolti quella radio e mi risponde candido: «perché se pija bene». Tempo dopo mi raccontano di uno spettacolo teatrale, sempre a Roma, dove in scena c’è un salotto con persone che chiacchierano, la radio è accesa, a un certo punto uno interrompe la conversazione dicendo: «zitti un po’, c’è Teodoro». E alza il volume della radio che sta trasmettendo l’inconfondibile eloquio di Buontempo.
Tre anni prima, finito il primo dei campi Hobbit, in un paesino del beneventano, ci fermammo a smontare le strutture del festival, una coppia ci invitò a fare una trasmissione nella radio del paese. Ci arrampicammo fino in cima alla collina, in una delle ultime case, la radio era a casa loro, era una famiglia di destra che aveva creato la propria piccola emittente e aveva praticamente trasferito l’attività politica della sezione nell’etere, destinando agli “studi” una stanzetta del loro piccolo appartamento. I due volti della radiofonia “alternativa”, controcorrente o come la volete chiamare, che danno il senso e le dimensioni di un fenomeno poco conosciuto, e ancor meno indagato, quello delle radio “di destra”, una novantina alla fine degli anni ‘70, che contribuirono in maniera essenziale tanto all’esistenza di un soggetto politico negletto quanto a una trasformazione antropologica del “ghetto” che, appunto, non è estranea neppure ai recenti esiti.
La cornice è quella del periodo più buio per il Msi, la cancellazione dalla comunicazione e il tentativo di cancellazione tout court dalla scena italiana, il senso di solitudine, senza il becco di un quattrino, la cultura della riserva indiana, subita e anche accettata. Quando la prima emittente privata (”libera” fu l’aggettivo significativamente usato per le radio) ruppe il monopolio, interpretando in maniera innovativa la legge, infrangendo un tabù, qualcuno capì che era un’occasione per bucare il ghetto. Costava quasi niente tirar su un’antenna, l’etere era ancora un deserto, bastava trovarsi una posizione elevata. A Roma, un po’ defilata, cominciò RADIO GAMMA, al Salario, poi RADIO CONTRO, la radio di Romolo Sabatini, infine RADIO ALTERNATIVA, con la sua vera epopea.
Napoli non fu da meno, tre emittenti anche lì: RADIO SUD, CONTRORADIO, RADIO ODISSEA. Nella Milano accerchiata, RADIO UNIVERSITY, la più istituzionale delle radio missine. Poi RADIO CONERO ad Ancona. E quelle più militanti, già nel nome, RADIO MANTAKAS, sempre nelle Marche. E le decine di radio di paese, un network spontaneo, artigianale. Quasi sempre il fenomeno venne visto con sospetto dal nostro partito, come da tutti i partiti, che diffidarono di questa novità, di una comunicazione orizzontale, basata sulla necessità del flusso, che escludeva ogni possibilità direzionale di controllo preventivo. Prendiamo il caso di RADIO ALTERNATIVA, non fosse stato per la caparbia volontà di Buontempo, che sequestrò metà della sede del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, si indebitò per il resto della sua vita e fece firmare montagne di cambiali agli amici, ne difese militarmente gli studi, a Roma sarebbe mancato uno dei laboratori più significativi della politica in quegli anni.
Le radio erano cariche di un segno eversivo, perché, sebbene legittima, la loro esistenza rompeva comunque con una cultura della comunicazione che era stata fin dal suo nascere pubblica, monodiretta, controllata: queste erano voci senza filtri, senza possibili censure. Anche la facoltà di telefonare e dire la tua, sentire la tua voce, immetteva in una nuova dimensione del comunicare. L’informazione viaggiava nell’aria, arrivava a caso, entrava nella vita della gente, non poteva essere fermata. Questo comportò due conseguenze. Da un lato ruppe il senso di solitudine, fu davvero l’elemento che formò e tenne unite intere comunità, dall’altro costrinse chi trasmetteva a misurarsi con un pubblico vero e indifferenziato, diverso dagli aficionados di un comizio o di una riunione in sezione. Costrinse tutti a reinventarsi un linguaggio comprensibile, a porsi nei panni dell’ascoltatore anonimo, di farsi capire al di là del pregiudizio. E costrinse a far emergere quello che per un po’ di anni era rimasto celato nella sfera di un privato nemmeno troppo confessabile: il rapporto con la contemporaneità, le passioni per la musica, per il cinema, per la letteratura, non solo quella dei sacri testi.
La radio, insomma, ci ha formato un po’ tutti ed è divenuta compagna inseparabile della nostra vita, non è un caso che rappresenta ancora, nelle forme in cui si strutturò trent’anni fa, l’unico media a godere di ottima salute e mantenere intatto il suo ineguagliabile grado di penetrazione.
Libere! L’epopea delle radio italiane degli anni ‘70 di Stefano Dark
Collana Sconcerto - Nuova Serie
208 pagine
ISBN: 978-88-6222-071-2
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