Accertato: Di Pietro non ha offeso Napolitano

Antonio Di PietroPrimo: “A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”. Secondo: “Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”. Queste, essenzialmente, le due frasi pronunciate dal leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, in una pubblica manifestazione in piazza Farnese a Roma – promossa e dedicata all’Associazione dei familiari delle vittime di mafia – che costituirebbero “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica”. Per questo reato, previsto dall’articolo 278 del codice penale, Di Pietro è stato infatti iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma. Un “atto dovuto”, secondo i magistrati, dopo la denuncia presentata dall’Unione camere penali italiane. Un atto che ha legittimato e amplificato, si può dire, il linciaggio cui è stato sottoposto Di Pietro per quelle frasi da gran parte della stampa italiana (a cominciare ovviamente dalle testate legate a Berlusconi e al centrodestra, nemici storici dell’ex-pm).

Questa l’immediata reazione di Di Pietro: “Bene ha fatto la Procura di Roma ad iscrivere, come atto dovuto, la denuncia presentata dall’avvocato Dominioni, allo stesso tempo presidente dell’Unione delle Camere Penali e legale della famiglia Berlusconi. La Procura farà altrettanto bene quando iscriverà il nome di Dominioni e di chi, insieme a lui, mi ha calunniato sulla falsa presupposizione che io abbia offeso il capo dello Stato. Una persona di tale levatura culturale e preparazione professionale dovrebbe sapere che è un grave errore affidarsi a ricostruzioni giornalistiche sommarie, piuttosto che accertare prima quel che è successo realmente. Io porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico ‘sentito dire’. Ma, forse, la verità è molto più banale: chi ha fatto quelle denunce non intende perseguire un fine di giustizia, ma soltanto fare un favore ai propri clienti”.

Ma cosa ha detto in realtà Di Pietro? Ha veramente offeso l’onore e il prestigio del Presidente della Repubblica? O, come lui ritiene, è stato al contrario calunniato?

Abbiamo voluto ricostruire esattamente quelle frasi di Di Pietro, riprendendone il testo dal suo sito e confrontandolo, integrandolo e correggendolo in base ai video del discorso pubblicati su youtube. Eccone il risultato.

http://www.youtube.com/watch?v=s6_ezqkPl5U

Dopo un’ampia e critica elencazione di atti di cattivo e pessimo governo da parte di Berlusconi e del centrodestra – in particolare dal punto di vista dell’Associazione dei familiari delle vittime di mafia, della legalità, delle leggi ad personam e dello stato dell’ informazione – Di Pietro ha lanciato il discusso appello al presidente della Repubblica: “Signor Presidente, lo sa che questa mattina si sta cercando, qui, ancora una volta, di farci lo scherzetto che è stato fatto a Piazza Navona? Le spiego che cosa è successo poco fa. Io credo che in una civile piazza dei cittadini italiani abbiano il diritto di manifestare. Si può non essere d’accordo su quel che abbiamo fatto e stiamo facendo, ma è un nostro diritto, garantito dalla Costituzione, poter dire: ciò che fanno determinate persone non ci convince? E possiamo permetterci, signor Presidente della Repubblica, di accogliere in questa piazza anche qualcuno di noi che non è d’accordo su alcuni suoi silenzi? Possiamo permetterci o no? O siamo degli eversivi, degli eversori? Siamo dei cittadini normali che ci permettiamo di dire a lei, signor Presidente della Repubblica – che dovrebbe essere l’arbitro – che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo. Lo possiamo dire o no? Noi non vogliamo fare alc… noi la rispettiamo, noi abbiamo un senso delle istituzioni, noi vogliamo essere tranquilli. Allora, se un cittadino qui oggi ha messo un manifesto, uno striscione, avrà diritto di mettere ‘sto striscione (senza offendere nessuno) in cui dice “Napolitano dorme, l’Italia insorge”? Perché glielo hanno sequestrato? Chi ha ordinato di sequestrare questo manifesto?

Perché non c’è possibilità di manifestare senza bastoni, senza nulla? Stiamo semplicemente dicendo che non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano, non siamo d’accordo sul fatto che si criminalizzino le persone che fanno il loro dovere, non siamo d’accordo sull’oblio che le istituzioni hanno nei confronti di questi familiari delle vittime, non siamo d’accordo nel vedere terroristi che vanno a fare gli insegnanti… che vanno a informare a modo loro le cose, che fanno i saputoni e poi vediamo le vittime del terrorismo, della mafia e della criminalità che vengono dimenticate e abbandonate a se stesse. Lo possiamo dire o no? Rispettosamente, rispettosamente ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio”.

Rileviamo subito che:

  • il tono dell’appello, a sentirlo e risentirlo, a leggerlo e a rileggerlo – nella sua effettiva realtà, non nelle sintesi, diciamo così, apparse nelle cronache giornalistiche o, peggio, nei commenti – è rispettoso. Come peraltro più volte tiene a esplicitare e a ribadire, anche formalmente, l’oratore;
  • il passo: “A volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo” è in tutta evidenza una valutazione critica dell’operato di Napolitano certamente discutibile, ma sicuramente legittima. E’ semplicemente ridicolo e, se non fosse ridicolo, sarebbe assai inquietante e allarmante in una democrazia derubricare, delegittimare e in definitiva negare il diritto di critica di un cittadino e di un parlamentare nei confronti di una carica istituzionale, a cominciare dalla più alta, perché “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica”;
  • è oggettivamente antidemocratico e autoritario che la polizia impedisca ad alcuni cittadini, in una pubblica e pacifica manifestazione politica, di ripiegare uno striscione sul quale si legga semplicemente: “Napolitano dorme, l’Italia insorge” (atto antidemocratico e autoritario che a piazza Farnese è stato effettivamente compiuto, determinando la comprensibile e legittima accentuazione polemica di chi parlava dal palco di quella manifestazione);
  • in nessuna parte della Costituzione e in nessuna legge nazionale c’è una sola parola in base alla quale l’affermazione che il Capo dello Stato “dorme” possa essere considerato – e in nessuna Costituzione o legge di paese mediamente democratico potrebbe essere considerato – “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica” e come tale reato o anche solo occasione di aggressione e linciaggio dell’immagine di un politico, dell’azione di un partito e di un gruppo parlamentare regolarmente eletto;
  • i due passaggi del discorso effettivamente più rilevanti (da noi posti in neretto) sono quelli in cui si fa riferimento al “silenzio”: i “silenzi” attribuiti nel primo passaggio al presidente della Repubblica e la “mafiosità” del silenzio denunciata nel secondo. Ma tra i due passaggi, come si rileva, passano molti minuti e molte altre considerazioni;
  • nel brano più controverso (“Rispettosamente, rispettosamente ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio”) il riferimento a Napolitano non c’è. Ce lo hanno inserito a forza le cronache di giornali pregiudizialmente maldisposti o antipatizzanti o ostili a Di Pietro.

L’impressione è che Di Pietro – che notoriamente non è un sofisticato utilizzatore di parole, di formule sintattiche e di ventagli sinonimici – abbia compiuto certamente un errore di ingenuità usando la parola “silenzi”, anziché sinonimi concettuali come “cautela” o “prudenza”o “eccessiva cautela” o “eccessiva prudenza” a proposito delle decisioni di Napolitano sulle forzature costituzionali e democratiche da parte del governo, e poi ri-usando la stessa parola, in altro contesto concettuale, a proposito di un comportamento definito, ruvidamente, “mafioso”. Un errore che un astuto e luciferino oratore non avrebbe commesso se, pur volendo effettivamente attaccare frontalmente e ruvidamente Napolitano, avesse voluto non prestare il fianco alle critiche e alle strumentalizzazioni di chi non aspettava altro che un passo falso (o una scivolata lessicale) per dargli addosso.

Ma qui è il punto. A chi era riferito quell’aggettivo? Rileggiamo la frase fatta oggetto di critiche aspre e di severe condanne nei confronti di Di Pietro anche da parte degli alleati del Pd, Veltroni in testa. Eccola: “Il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra: il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso. Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio”.

Se l’italiano ha ancora un senso (ed è quasi paradossale ricordarlo ai critici del linguaggio dipietresco), se la realtà e il documento hanno ancora un pur defilato e ristretto diritto di cittadinanza nel teatrino mediatico, politico e giornalistico, quella frase basterebbe da sola a smantellare tutto l’armamentario diffamatorio messo in piedi contro il Di Pietro offenditore del prestigio e dell’onore del Capo dello Stato.

Cosa dice letteralmente Di Pietro? “Il rispetto (per Napolitano, ndr) è una cosa, il silenzio (su Napolitano! ndr) à un’altra”. Quindi, addirittura, a tutti può essere attribuito quel “silenzio”, quel “comportamento mafioso” – alla classe politica, al Pd che non reagirebbe a dovere, ecc. – meno che proprio a Napolitano!

E non basta. Immediatamente dopo la condanna del silenzio come “comportamento mafioso”, aggiunge e spiega: “Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio”. Mafioso, dunque, sarebbe – a suo giudizio – addirittura il comportamento suo e della sua piazza se rimanessero “in silenzio” di fronte a quelle che considerano le malefatte del governo. Rimangono le critiche, legittime, a Napolitano. Ma, obiettivamente, in quelle critiche l’aggettivo e tanto meno la valutazione di “mafioso” non c’è.

È appena il caso di rilevare, in conclusione, che proprio la frase finale dell’appello: “Ecco perché non vogliamo rimanere in silenzio” – che attenua sino a fare scomparire quasi del tutto le basi della forzatura anti-Napolitano alla quale è stato sottoposto il discorso di Di Pietro – risulta letteralmente cancellata, significativamente, sia dalle cronache e dai commenti anti-dipietreschi sia dagli stessi video lanciati su youtube da giovani, presumibilmente ultras delle piazze dipietresche e grilline, che in effetti forse ce l’hanno un po’ e forse parecchio anche con Napolitano (giovani che hanno tentato di fischiare in piazza Navona ad ogni riferimento al Presidente ma che sono stati immediatamente ed energicamente zittiti da Di Pietro, che proprio fesso non è).

(Questo articolo è stato pubblicato lo scorso 6 febbraio su Infodem.)

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