Napoli tra chiari, scuri e la sua follia

Napoli - Foto di Selenia MorgilloParto da Cagliari dove ho appena presentato il libro, un’ora e mezza di volo ed atterro a Napoli. Esco dall’aeroporto e mi siedo su un vaso a fumare la tanto attesa sigaretta. Poi trascinandomi dietro le valige prendo un taxi. Ormai ho capito che i taxisti sono “la voce del popolo” quindi ci parlo e li ascolto. Mi siedo davanti, partiamo, ho un po’ di mal di testa e mi massaggio le tempie. “Signorina lei pensa troppo”.
“No, veramente ho solo mal di testa”.
“Cosa fa qui a Napoli? È per lavoro?”
“Sì, presento un libro… Il libro che ho scritto”.
“Ah! È scrittrice! Ecco perché pensa troppo”.
“Ma non penso troppo, ho mal di testa”.
“E che libro ha scritto? Mica un libro come quello là… di quello… come si chiama… Saviano?”.
“Be’, no…”
“Bisogna parlare bene della propria città, dire tutte le cose belle che ci sono”.
“Ma io parlo di Milano… Circa… Insomma della psichiatria di Milano e sì ne parlo male…”
“Come? Guardi che poi i milanesi non la vogliono più”.
“Ma io parlo male della psichiatria, magari gli psichiatri non mi vorranno più… Magari!”
“Non va bene. Perché voi scrittori non raccontate delle cose belle?”
“Perché la psichiatria di Milano fa schifo, poi non me ne frega un cazzo se i milanesi non mi vogliono ma non credo accada, non sono così importante”.
“E perché parla di psichiatria? Ci ha lavorato?”
“No, veramente ci sono stata… Ricoverata intendo”.
“E perché? Sei matta?”
“Così dicevano gli psichiatri”.

Il taxista si volta un attimo verso di me.
“Devo ritornare indietro?”
“Perché?”
Rallenta l’auto e si volta di nuovo verso di me, sgrana gli occhi e accende la luce per vedermi meglio. Anch’io mi volto e lo guardo fisso.
“Le sembro matta?”
“No, la vedo bene!”
Spegne la luce e si volta.
Penso… “Grazie per la diagnosi positiva!” e mi viene da ridere, ma mi trattengo.
Arriviamo nei pressi dell’hotel. “Signorina non siamo in una bella zona, se vuole andare a mangiare di là c’è Michele, fanno la pizza più buona di Napoli, di là non vada che è pericoloso, di là nemmeno… Insomma stia attenta”.
“La ringrazio, quanto le devo?”
“Sono 10 euro, più il bagaglio più il supplemento aeroporto 18 euro”,
“Cazz… va bene”.
Penso che mi abbia fregato. Forse no, non voglio avere pregiudizi… Ma forse sì, insomma 18 euro invece che 10! Va be’, entro in albergo, dietro il bancone della reception un uomo fuma, davanti a lui un posacenere stracolmo di cicche (ottimo, così posso fumare anche io!), si alza e mi accompagna alla camera. Sono stanchissima, mi rinfresco velocemente ed esco in cerca di una pizzeria. Cammino, mi guardo attorno.
“Scusi sa dov’è la pizzeria da Michele?”
Si volta quella che pensavo una signorina da strada, in parte lo è, ma in versione più mascolina.
“Che vuoi? No, no, non so niente”.
Mi gracchia in faccia. Alle sue spalle un uomo la spintona via “ma stai zitta!” e a me “mi scusi, signorina! deve andare per quella via lì”.
Ha la faccia da pappone, forse è un pappone. Lo ringrazio e proseguo per la via indicatami.
È buio. Non c’è nessuno ed è buio. Ho paura. Anzi me la sto facendo addosso.
Dio, tra quanto arrivo? Ho il cuore in gola. Ma è possibile una via così grossa tutta buia?! Cazzo, cazzo, cazzo.
Finalmente arrivo ad una pizzeria ed entro. Ho le sopracciglia aggrottate, è la finta faccia da criminale che faccio sempre quando mi sento in pericolo… Non so se gli altri la vedono, ma io me la sento, mi fa sentire più forte e sicura.
Mi siedo al tavolo ed ordino una margherita. Finalmente un po’ di tranquillità. Mangio, bevo, fumo… Sì, sto decisamente meglio, ma devo ripercorrere la strada buia verso l’hotel.
Telefono a un’amica. “Fammi compagnia, ho una paura tremenda, raccontami qualche cosa”.
“Perché non chiami la polizia, i carabinieri?”
“Ma che dici? Ho bisogno solo di fare questa strada, ancora un attimo ed è finita”.
Mi parla, mi fa ridere e non pensare. Arrivo alla piazza. “Ok, ora sono salva, eh! Grazie davvero, sono quasi all’albergo”. Salgo in stanza e mi butto sul letto… Ma dove diavolo sono finita? Chiamo il fidanzato di mia sorella che è napoletano. “Ciao Ugo, sono in piazza….. Sai dirmi niente?”
“Sì, è una delle zone più pericolose di Napoli, ma la mattina c’è un mercato pazzesco… pericolosissimo, ma bello”.
“Sh! Ok, grazie”.
Cerco di distrarmi e accendo la TV. Sull’uno niente, sul due niente, sul cinque… Matrix, ospite Roberto Saviano. Lo guardo e mi commuovo nel vedere questo ragazzo che soffre in modo evidente mentre gli mostrano una serie di interviste a suoi concittadini e scritte sui muri di Napoli: “Saviano tossico”. Non credo si aspettasse tutto questo quando ha scritto Gomorra.
Non mi piace sentirmi una pecora, non mi piace leggere i libri che vanno per la maggiore. Non ho letto “Va’ dove ti porta il cuore”, non so nemmeno di cosa parli e ne vado fiera, be’ non ho letto nemmeno “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, ci ho provato anni fa ma non ce l’ho proprio fatta e di Gomorra ne ho letto solo piccole parti saltando qua e là. Dei punti sono noiosi al di là dell’importante contenuto, altri passaggi sono veramente geniali, una scrittura bellissima, da invidia, da farmi venire i nervi, e un coraggio che mi fa sprofondare e sentire veramente piccola.
L’invidia è un sentimento che non mi piace, che ho sentito davvero poche volte nella vita e mi schifo da sola quando lo provo, mi vergogno di me stessa. Quando ero in prima liceo artistico avevo un compagno che disegnava davvero bene, meglio di me. Tutti si alzavano a guardare i disegni degli altri durante la lezione, talvolta qualcuno veniva a dirmi “hai visto il disegno di Paolo? È bellissimo”. Io non alzavo nemmeno la testa, sapevo che era bello e mi rifiutavo di andarlo a vedere, mi veniva il nervoso. Non sopportavo di sentirmi così. Ora, forse per giustificare questo sentimento, penso che la mia invidia verso qualcuno sia la massima ammirazione, riesco a superare questo stato e apprezzare in modo sincero le opere degli altri.
Tutto questo per dire cosa? Che probabilmente non ho continuato a leggere Gomorra per difendermi da questo sentimento, per far passare un po’ di tempo, ridimensionarmi e capire cosa realmente provo nel leggere di questo scrittore. Direi che è servito o non mi ritroverei in lacrime leggendo la lettera di Saviano pubblicata da Repubblica.
Beh, mi addormento guardando Matrix. Poi un rumore infernale mi sveglia, mi alzo e mi affaccio alla finestra. Ci sono la bellezza di otto cassonetti tutti in fila e un camion della nettezza urbana che li svuota. Mi chiedo se gli spazzini di Napoli hanno lo stesso stipendio degli spazzini di Milano. Torno a dormire ma dopo poche ore ancora casino… Mi rialzo, guardo fuori, è un altro camion che ritira la spazzatura. C’è un prefabbricato di fronte a me, sul tetto altra spazzatura ma non credo arriverà un elicottero a ritirarla. Dormo ancora un po’. Sono le nove e mi decido ad alzarmi definitivamente. Sistemo le valigie, penso a un posto dove mettere i soldi… Nella valigia infilati dentro ai calzini. È un luogo banale ma da qualche parte li devo pur mettere e non voglio portarmeli dietro. Bene, pago la camera d’albergo, appoggio le valigie e chiedo informazioni al gestore dell’hotel. “Sa dirmi dov’è questa via? Devo andare in questo albergo qui”.
“Sì, non è lontana, ma non ci sono alberghi”.
“Ci deve essere!”
Insomma, me l’ha prenotato la cooperativa Dedus, mi hanno invitata loro per la presentazione.
“No, signorina, non c’è”.
“Provi a guardare su internet”
“Niente hotel né b&b né agriturismi”.
Ma cazzo! Chiamo la ragazza che si è occupata dell’organizzazione e mi riconferma che l’albergo è lì. Vado a fare colazione nel bar accanto, c’è il mercato fuori, ma non mi interessa. Bevo un caffè… Non è vero, bevo una coca cola e mi alzo per tornare in hotel. Ma no! Faccio due passi così capisco in che via devo andare. E faccio veramente due passi, tutta attenta alla mia borsa a tracolla… Toh! il gioco delle tre tavolette! Non l’ho mai visto fare e quindi mi fermo solo e solamente per guardare. Mi si affianca un ragazzone. “L’hai mai visto?”.
“No, mai”.
“Io l’ho visto fare a Roma. Sono velocissimi, prima te la fanno vedere e poi la tirano via in un attimo”. Osservo l’uomo che sposta tre campanelle di metallo con sotto una pallina nera. La pallina va di qua, le campanelle di là… Non mi sembra tanto veloce! Un vecchietto punta cento euro e li perde, altri due li vincono.
“Gioca, signorina”.
“No, no, non gioco”.
Ricomincia a far girare campanelle e pallina. Un uomo punta duecento euro. Ma dove li punta? La pallina è là! Il mazziere, il campanaro o come si chiama mi guarda.
“Segna dove l’hai vista”.
“Ma no, non gioco”.
“Ma l’hai vista?”
“Sì, ma non ho puntato”.
“Va be’, l’hai vista o no?”.
“Sì, sì”.
“Sllora segna solo dove l’hai vista e se vinci ti pago”.
Tocco la campanella alla mia destra.
“Tienici su la mano! È questa?”
“Sì”
“Sicura?”
“… Sì, sì”.
Il ragazzo accanto a me punta sulla campanella che ho indicato duecento euro.
“Allora, sicura?”
“Cazzo! Sì”.
Mi sento ribollire il cervello, ho il cuore a mille. Alza la campanella di sinistra, niente e sfila i soldi a uno, guarda me e il ragazzo. “Allora, sicuri?” E noi due “sì, sì” quasi urlando. Alza la campanella e la pallina è lì. Paga il ragazzo poi mi guarda “i soldi li hai?”
“No, non li ho. Non qui”.
“Io ti pago, ma se hai i soldi”.
“Ce li ho”
“Fammi solo vedere i soldi e ti pago questa più il premio”.
“Ti basta vederli e mi paghi?”.
“Ce li hai?”
“Sììì!”
“Allora portali e ti pago”.
Non capisco più un cazzo, mi volto verso il ragazzo che mi fa di sì con la testa, “sto qua io, portali che ti paga”. Boh. Torno all’hotel, entro, il ragazzino dietro al bancone mi guarda mentre frugo nella borsa. “Signorina. non compri nulla fuori, sigarette, stereo, niente, non si fermi nemmeno a guardare”.
“No, no. Non sto… Non compro niente”.
Ecco duecento contate, le arrotolo e le tengo strette in una mano. Penso che forse me le ha fatte prendere per scipparmi, ma io le tengo strette, strette! Arrivo al banchetto. “Allora, i soldi?”
Glieli mostro tenendoli in mano.
“Hai vinto, ora segna la campanella”
“Ancora?”
“Vuoi che ti pago?”
“Ma avevi detto…”
“Il premio del 20 per cento”.
“Eh?”
“Insomma l’hai vista ora?”.
“Sì ma…”
“Tu segnala che ti pago”.
“Ma ho già vinto prima!”
“Appunto, segna e se vinci pago questa e prendi il premio”.
“Il premio?”
“Sì, dai, te l’ho detto prima!”
Non ho capito un cazzo, indico di nuovo la campanella alla mia destra.
“Sicura?”
“Sì”
“Se non vuoi puntare ti do solo il premio… Allora, sicura?”
“Sì… Sì”.
Poi guarda gli altri che hanno puntato a sinistra.
“Sicuri?”
E di nuovo a me. “Magari hai vinto… Non vuoi cambiare? Sicura che è qui?”
Oh, cazzo! “Sì!”
Alza la campanella a sinistra, niente! Mi guarda ancora, “Sììì, sono sicura!”. Alza la campanella di destra… È vuota! “Porca puttana di quella troia, merda di una merda!”
Alza quella centrale, la pallina è lì.
No, no non ci credo… Come cazzo è? E fino a qui “Alice sei cogliona come tanti altri…”
Ma io mi devo sempre distinguere! Ora che fa? Ormai ho il cervello spappolato e davvero non so come mi sfila altri duecento euro. Mi sento un’idiota integrale, mi viene da piangere ma mi sento troppo cogliona per piangere, mi devo trattenere. Non ho più un soldo… solo qualche moneta. Merda!
Torno verso l’albergo, vorrei sparire… Mi allontano guardando quel gruppo di persone mi si avvicina un uomo, “te l’avevo detto che era l’altra!”
“Ma che cazzo dici? Mi hai fatto di sì, sei d’accordo!”
“Ma figurati! Va be’, non giocare più, dai retta a me”.
“MA VAFFANCULO!”
“EHI!”
“Ehi un cazzo!”.
Finalmente mi si ricollegano i neuroni e capisco che l’unica demente a giocare ero io. Una truffa perfetta, sei persone tutte d’accordo al secondo. Come mi odio! Mi siedo all’ingresso dell’hotel con la testa tra le mani, mi viene da piangere ma mi sento troppo umiliata per farlo. Guardo di nuovo fuori… Tutti spariti in un attimo, c’è il vuoto. Non posso far altro che prendere le valigie e andare a piedi all’altro hotel. Tanto non ho più niente, al massimo mi rubano i vestiti. Esausta mi incammino…
Ogni dieci metri chiedo informazioni sulla strada, le valigie continuano a cadermi e sudo come un somaro. Finalmente arrivo a vico Bho n. 16, l’edificio è fatiscente. Mi guardo attorno, non c’è l’ombra di un hotel o b&b, né un citofono. Chiedo ad una signora. “Scusi, qui c’è il b&b Castel?”
“Aspetti… ora glielo dico”
Sparisce un attimo e poi torna. “Sì, è qui al secondo piano, salga pure”.
Salgo le scale, ad accogliermi una giovane donna.
“Salve, non mi hanno avvertito che veniva”.
“Ma ho chiamato ieri l’organizzazione per dire che arrivavo ora”.
“Aspetti, telefono a mio marito”.
Niente, né lei né il marito sanno del mio arrivo. Le mostro il foglietto con le indicazioni e il nome del b&b.
“Ah! Ma non è qui da noi, è al piano di sopra!”
“Come? Di sopra ce n’è un altro?”
“Sì, ma ora non c’è nessuno… Provo a chiamarli, sono amici miei”.
Aspetto impaziente e nessuno risponde al telefono.
“Guardi, io provo ancora, ma tra poco devo andare… Può aspettarli fuori”.
Ma porca di una porca… È possibile vada tutto storto? Aspetto mezz’ora e finalmente arriva la signora del b&b del piano di sopra. Mi mostra la camera e la casa, è tutto molto bello, mi sdraio solo un attimo… La signora mi lascia le chiavi ed esce. Sono incacchiata nera con quelli dell’organizzazione e penso… “maledetti terroni!”… Poi esco da me e mi guardo: “Ma Alice! Non si dice terroni!”, “Uffa! Lo so, lo so”.
Telefono di nuovo ad Ugo, gli chiedo aiuto, non ho soldi e non ho mangiato, mi dà il numero di suo cugino Roberto che a sua volta mi dà un appuntamento per prestarmi assistenza. Mi sento soffocare, sono agitatissima… decido di uscire, ma ho paura… apro un cassetto della cucina, prendo un coltello da bistecca e me lo infilo in borsa (ecco la famosa follia omicida).
Esco esausta e mi siedo in una piazzetta animata aspettando Roberto… scende un po’ la tensione quando…. BUUU! Quattro bambini con una maschera di halloween mi saltano alle spalle. Ah, che nervoso! Li truciderei, il cuore ha ricominciato a battermi all’impazzata, mi si avvicina una zingara e mi chiede dei soldi insistentemente. Alzo gli occhi e la guardo senza dire niente, probabilmente ho una faccia un po’ “tesa” e la signora se ne va immediatamente, ma ne arriva un’altra! Anche lei mi chiede dei soldi, non le rispondo ma lei continua, alzo gli occhi e le urlo “OH!”, mi guarda come se fossi una pazzoide… Eh, eh! Sono davvero esausta e mi sta venendo un freddo cane. Così decido di sedermi a un bar e ordinare un tè caldo, non ho soldi ma spero che Roberto arrivi presto in mio soccorso. Aspetto e aspetto e mi ordino un altro tè e fumo e aspetto… Non posso spostarmi, devo pagare il tè! Cazzo! Ne ordino un terzo sono piena di teina fin sopra i capelli! Mi telefona Roberto per dirmi che a causa del traffico e del bancomat chiuso tarderà un po’, poi mi chiama il padre di Ugo che si offre di venirmi a prendere e ospitarmi a casa sua, ma per timidezza (sembra incredibile) declino l’invito. Finalmente arriva Roberto con la sua fidanzata e con dei soldi salvavita per me, mi indica la strada più sicura per tornare al b&b, lo ringrazio e ci salutiamo. Mi avvio al b&b, le strade sono buie, ma davvero tanto buie e non mi sento affatto sicura. Tengo il coltello in una manica. Ma è possibile che mi sia esaurita tanto? Arrivo al b&b, non c’è anima viva, non c’è una televisione o una radio e mi sento davvero sola… Mi viene da vomitare, è l’ansia o forse è che sono incinta (mi ero dimenticata questo piccolo particolare). O forse entrambe le cose, mi richiama il papà di Ugo, Beppe e gli chiedo di venirmi a prendere. Scrivo un bigliettino di scuse ai proprietari del b&b ed esco ad aspettare Beppe con sua moglie.
Insieme andiamo a mangiare in pizzeria e quando esco il pizzaiolo e un cameriere mi fermano per sapere se sono proprio io, l’Alice che hanno visto intervistata al Tg, quella che ha scritto un libro. Sorrido, “sì sono io”. Con la pancia piena e l’ego accarezzato. Mi sento meglio. Arriviamo a casa di Beppe e sua moglie Anna, sono molto premurosi e li abbraccerei! Mi sdraio sul letto, l’ansia è svanita e in un secondo mi addormento.
Il mattino dopo, visto lo shock, Beppe mi porta a fare un giro turistico, vuole mostrarmi la sua Napoli, quella che ama, legata ai suoi ricordi, è così premuroso verso di me, verso la sua città che me la fa amare in un secondo. Torniamo a casa, pranziamo e io scelgo di non presentare il libro, sono stanca, troppo stanca e anche se mi sento un po’ in colpa ho deciso. Così mi faccio coccolare dalle gentilezze di Beppe e Anna e poi riparto per casa.
Se fossi rimasta e sopravvissuta una settimana forse avrei scritto un libro, Napoli è più pazza di me!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>