Il racconto di un anno coi matti della Casetta

La quinta felicità di Eugenio AzzolaA settembre del 1980 l’ospedale psichiatrico di Trieste chiude. Il grande parco comincia a inselvatichirsi. Dei 1200 internati pochi restano ad abitare i reparti ancora in uso. Negli anni a venire saranno sempre meno. Quasi vent’anni dopo, quando Eugenio Azzola, pacifista e obiettore, entra per la prima volta, il parco è abbandonato. La natura è tornata rigogliosa a coprire tutto; le architetture dei reparti stanno scomparendo, nascoste dalla crescita caotica di alberi, arbusti e cespugli.

Tutto quelli che sono restati hanno vissuto gli anni d’oro del manicomio. Non abitano più i reparti ma gli appartamenti che furono dei direttori, dei primari, degli infermieri. I grandi padiglioni sono vuoti, chiusi, cadenti. Aspettano di essere recuperati ad altri usi. Nel parco arriveranno l’università, le scuole, i roseti, il ristorante, il museo e un autobus di linea. Oggi, ogni giorno, insegnanti, studenti, ricercatori, cooperativisti, operatori sanitari, visitatori, scolaresche, mamme con bambini e cani frequentano il parco.

Eugenio comincia il servizio civile e il suo racconto in un luogo sospeso, magico, misterioso. Non c’è più il manicomio, la città non c’è ancora. Deve occparsi, con altri giovani come lui, dei cinque bambini che abitano la casetta, un edificio che in passato ricoverava gli “infettivi”, una sorta di lazzaretto dentro le mura del manicomio. I bambini della casetta sono realtà uomini adulti che ora abitano insieme e condividono decenni di malattia, istituzioni, storie, abbandoni.

Quasi tutti erano arrivati all’ospedale psichiatrico poco meno che adolescenti, a conclusione di una carriera iniziata in istituti per bambini e continuata in manicomio. Anche quei pochi che avevano potuto godere della famiglia erano stati alla fine sconfitti dall’incontenibilità dei loro comportamenti ed erano stati accolti in manicomio. Istituti e handicap avevano impedito che imparassero a parlare, a mangiare, a pulirsi o tenersi puliti, a vestiti. Mai avevano potuto possedere qualcosa di proprio, né armadio, né oggetti o biancheria da metterci dentro.

Eugenio dice che il suo racconto non è documentario, non è storico, non è politico, non è un rapporto tecnico. Ed è vero, il suo racconto è qualcosa di altro e di più. L’obiettore “inesperto” vede con occhi nuovi e curiosi, incantati e timorosi, i bambini della casetta. Viene sopraffatto dagli odori, dagli umori, dalle voci, dalle grida, dall’immobilità catatonica, dai sobbalzi tumultuosi. Non ha strumenti per valutare, né griglie per classificare né ruolo o conoscenze tecniche per prendere distanza e difendersi. Non può che vedere quelle persone così come sono, come se non ci fosse mai stata la malattia, l’istituto, la contenzione. Senza saperlo e senza volerlo mette tra parentesi la malattia.

Il racconto di Eugenio non è documentario e tuttavia non fa altro che documentare possibilità impensabili. La scena che ci mostra è invasa dai corpi. I corpo degli ospiti, di Laszlo, Ga, Esa, Flì, Andò e i corpi degli accompagnatori parlano di incontri ravvicinati, di scontri, di colpi, di inciampi, di carezze, di accoglienze, di tremori, di incertezze, di inimmaginabili paure. La corporeità domina e determina ogni cosa.

Non posso dire della sensazione di fastidio che ho avvertito nella più attenta rilettura, ora, di questo racconto così intenso. Ho provato disagio per quei corpi mostrati nella loro essenziale natura di corpi. Corpi che ingurgitano, bevono, digeriscono, metabolizzano e producono saliva, muchi, sudore, croste, sebosità, urine, escrementi di ogni forma, consistenza, colore e odore.

In qualche luogo del mio cervello la memoria di quegli odori era stata accuratamente archiviata, ma il racconto di Eugenio è andato diritto a quello scaffale e l’odore è tornato prepotente. L’odore che ho imparato a riconoscere. Odore di secrezioni che fermentano, di aria chiusa, di atmosfere soffocanti. Odore di luoghi dove gli uomini venivano “ammassati”. Luoghi di rifiuto e di rifiuti.

Avrei voluto chiamare Eugenio e dirgli che la rilettura del suo lavoro, nove anni dopo, mi lasciava perplesso, non riuscivo a capire la ragione di quella immane quantità di escrementi e secrezioni che ritrovavo in ogni pagina. Avrei voluto sconsigliare la pubblicazione del libro dopo essere stato io il più entusiasta dei lettori. Ma il clima della casetta non corrispondeva esattamente ai miei ricordi. Ho dovuto aspettare qualche settimana per ritornare a pensare al libro. Dopo quella pausa mi è parso più chiaro che per dire di quelle relazioni, di quelle inaspettate possibilità, di quegli incontri straordinari, Eugenio non poteva eludere quel passaggio. La narrazione sarebbe stata edulcorata e falsa se avesse parlato solo delle parole sottili di Laszlo, della poesia di Esa, delle capacità speculative di Andò, delle faticose peregrinazioni quotidiane di Flì e della presenza attenta e gioiosa di Ga, nonostante tutto. Non poteva non rappresentare quei corpi che, soli, erano sopravvissuti all’annientamento dell’Istituzione. I corpi erano stati oggetto della “manutenzione” quotidiana, instancabile e ripetitiva. E ora finalmente tornavano a ospitare emozioni, desideri, affetti.

La quinta felicità – Un anno coi matti della Casetta di Eugenio Azzola
Collana Eretica
128 pagine
ISBN 978-88-6222-062-0

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